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Un quadro a tinte fosche
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01.04.22 - 05:25
Aggiornamento: 16:36

Energia e materie prime, economia sempre più preoccupata

Modenini (Aiti): ‘Costi su per chi si approvvigiona sul libero mercato’. Albertoni (Cc): ‘Posti a rischio nel medio-lungo termine’. Si muove la politica

«La maggior parte ha in essere contratti di fornitura firmati tempo addietro e quindi non è toccata dal recente aumento dei prezzi dell’energia. Per ora. Perché un buon numero di questi contratti scadrà nell’anno in corso o il prossimo. Pertanto il problema si manifesterà quando bisognerà rinnovare i contratti: a quel punto magari i prezzi saranno più bassi di quelli odierni, ma quasi certamente saranno più alti di quelli fissati con gli accordi stipulati all’epoca – dice Stefano Modenini alla ‘Regione’ –. Ci sono poi delle aziende, poche, che hanno scelto di andare sul mercato libero per acquistare, da fornitori dunque non locali, bensì di altri Paesi, l’energia giorno per giorno o mese per mese: queste imprese sono oggi completamente esposte ai rincari, con salassi non indifferenti». La situazione sintetizzata dal direttore dell’Associazione industrie ticinese è quella restituita dal sondaggio che la stessa Aiti ha appena condotto presso le proprie associate – duecentoventi imprese – su presente e prospettive riguardanti l’approvvigionamento energetico. Di quell’energia che permette al settore di lavorare. Le ditte che hanno optato per il libero mercato «sono meno del dieci per cento delle industrie affiliate all’Aiti – riprende Modenini –. E a causa dell’incremento dei prezzi energetici hanno già visto lievitare i costi aziendali mediamente di circa il dieci per cento, il che non è poco». C’è il caro energia, presente già prima della guerra in Ucraina, ma c’è anche la questione approvvigionamento. «Il fatto di aver sottoscritto o di sottoscrivere contratti per più anni non garantisce in maniera assoluta di questi tempi l’approvvigionamento necessario a soddisfare il fabbisogno, delle imprese ma anche delle economie domestiche, soprattutto durante l’inverno – avverte il direttore dell’Associazione industrie –. Nel nostro cantone abbiamo un’importante produzione di energia elettrica attraverso l’idroelettrico, è però chiaro che senza le giuste condizioni climatiche, senza cioè precipitazioni sufficienti, produrre l’energia necessaria diventa piuttosto difficile».

Arriva l’interpellanza

Un quadro a tinte fosche. Che preoccupa anche la politica. Con un’interpellanza appena depositata i capigruppo in Gran Consiglio di quattro partiti – il popolare democratico Maurizio Agustoni (primo firmatario), il leghista Boris Bignasca, la liberale radicale Alessandra Gianella e il democentrista Sergio Morisoli – chiedono al Consiglio di Stato se sia a conoscenza di aziende che in Ticino "rischiano a breve termine di dover sospendere la produzione o che rischiano addirittura il fallimento a causa dell’esponenziale aumento dei prezzi energetici"; se abbia quantificato "le imprese colpite a breve termine dagli incrementi di prezzo"; se "di fronte a questa repentina evoluzione e alla minaccia di chiusura di realtà che generano posti di lavoro sul nostro territorio" abbia valutato o stia valutando la possibilità "di trovare una forma di aiuti in casi eccezionali e giustificati, per esempio nella forma di prestiti, e per permettere alle imprese colpite di trovare contromisure per adattarsi alla nuova realtà a medio-lungo termine". Chiedono inoltre al governo quali possano essere "le tempistiche per varare aiuti concreti e mirati per imprese a rischio di chiusura o che dovranno sospendere la produzione".

Si attendono le risposte del Consiglio di Stato. «Conseguenze per posti di lavoro? Non si può escludere nulla a medio-lungo termine, tuttavia l’occupazione è un fattore indispensabile per l’azienda – evidenzia Modenini –. I posti di lavori quando vengono messi in discussione è perché c’è un problema generale, non solo legato ai costi energetici». Secondo il direttore dell’Aiti, «la priorità numero uno è che le aziende che si apprestano a rinnovare i contratti di fornitura lo facciano cercando di concordare prezzi non eccessivi». Lo Stato, dal canto suo, «deve occuparsi incessantemente della questione approvvigionamento. Va tra l’altro ampliato il ricorso alle energie rinnovabili, favorendo per esempio gli investimenti nell’energia solare. Anche l’opzione nucleare deve essere riconsiderata, prolungando di dieci, vent’anni la vita delle centrali esistenti. Ed è auspicabile una riduzione dei tempi burocratici per aumentare l’altezza delle dighe». In poche parole, sottolinea Modenini, «è fondamentale evitare il blocco delle attività che rischierebbe di mettere fuori mercato delle aziende per sempre». Nel breve termine «non ho grandissimi timori, ma nel medio-lungo periodo e soprattutto se il conflitto in Ucraina andrà avanti, il rischio per i posti di lavoro purtroppo c’è». La preoccupazione del direttore della Camera di commercio ticinese Luca Albertoni è evidente davanti al forte rincaro dell’energia, ma ancor di più perché a suo avviso «si tratta di una miscela esplosiva, dal momento che il costo dell’approvvigionamento energetico va a inserirsi sulla grandissima difficoltà che abbiamo nel reperire le materie prime». Aspetti che per Albertoni «non possono più essere disgiunti, sull’energia non si può più fare astrazione dal contesto». Perché sono rincari che «ovviamente preoccupano», ma se per l’energia si parla di incertezza «per quanto concerne molte materie prime purtroppo siamo allo step successivo, alla certezza che non ne avremo». Con ripercussioni pesanti. «Nelle ultime settimane alcune aziende si sono fermate, soprattutto nell’industria, nell’artigianato e nell’edilizia» spiega Albertoni. Insomma, il settore secondario sta annaspando: «Basti pensare all’acciaio, prodotto soprattutto in Russia, Bielorussia e Ucraina, o al litio per le batterie o al palladio la cui mancanza sta facendo soffrire molto l’industria orologiera», rileva il direttore della Camera di commercio. Possibili soluzioni? Poche. «La situazione è molto delicata: non si può intervenire a livello locale come con mascherine e distanziamento durante la pandemia, adesso dipendiamo talmente dal contesto internazionale che non abbiamo alcuna influenza su penurie e rincari», afferma Albertoni. Per il quale «la strada maestra sarà tornare a usare il lavoro ridotto, Berna è già sull’attenti per regolare un accesso facilitato e alcune aziende hanno già detto che inoltreranno presto la domanda». Uno strumento, questo, «che sarà fondamentale per salvare i posti di lavoro, ma nella speranza che questa guerra non duri ancora a lungo. Perché i tempi per diversificare le importazioni sono molto lunghi e sono vie di difficile percorrenza».

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