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24.04.20 - 20:44
Aggiornamento: 21:45

Due case per anziani sotto esame del medico cantonale

Su 68 strutture, in 29 sono stati riscontrati casi di coronavirus. I decessi sono 136, il 45% del totale avvenuti sul territorio cantonale

di Generoso Chiaradonna
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Un momento della conferenza stampa (Ti-Press)

Sono due le strutture sociosanitarie, su un totale di 68 case per anziani, dove qualcosa non ha funzionato a dovere. Per questa ragione l'Ufficio del medico cantonale ha avviato delle verifiche più approfondite. «Non escludiamo nulla, nemmeno una segnalazione al Ministero pubblico. Stiamo approfondendo la situazione per verificare se sono stati commessi degli errori dall'inizio di questa pandemia», ha affermato il dottor Giorgio Merlani, medico cantonale. L'eventuale segnalazione alla Procura «non dipenderà dal numero di morti». «Dipende dal comportamento all'origine. Se qualcuno ha fatto una "grande stupidata" che ha avuto degli effetti concreti, non lo escludo», ha precisato Merlani. Il riferimento è alle direttive emanate lo scorso 9 marzo dal suo ufficio e che prevedono, oltre ai noti e «dolorosi» divieti di visita per parenti e ospiti, anche le misure che il personale delle strutture deve rispettare per evitare il propagarsi dell'epidemia di coronavirus. In totale sono in realtà 14 le case per anziani sotto la lente dell'Ufficio del medico cantonale. Su cinque di queste, «con focolai importanti» ha riferito ancora Merlani, sono stati fatti degli approfondimenti per capire meglio cosa è successo e su due, appunto, sono partite delle verifiche più 'sostanziose' e inviti a prendere provvedimenti da applicare immediatamente. «Non è il numero di morti che ha fatto scattare queste verifiche», ha precisato però Merlani che non esclude una certa dose di fatalità. «Che alcune case siano state colpite dal virus e altre no è una questione, sostanzialmente, di fortuna», ha osservato.

«In totale i decessi in Ticino a causa del Covid-19 sono stati 299, di questi 136 sono avvenuti nelle case per anziani». È lo stesso direttore del Dipartimento della sanità e della socialità (Dss), il consigliere di Stato Raffaele De Rosa, a precisare il dato sulla mortalità nelle strutture per anziani.  Si tratta di circa la metà (il 45%, ndr) rispetto al totale dei decessi, un dato preoccupante sì, ma in linea con quanto avvenuto nel resto del mondo. Stando ai dati dell'Organizzazione mondiale della sanità resi noti negli scorsi giorni, la metà delle morti da Covid-19 è avvenuto in una residenza per anziani.

«Le strutture che hanno avuto o hanno ancora in corso casi di Covid-19 sono 29 su un totale di 68», ha aggiunto De Rosa. Come mai queste differenze così elevate? «Si sta cercando di capire cosa è successo per evitare errori in futuro». De Rosa ha ricordato come le case per anziani siano un «luogo di vita. Una rete sociale che combatte la solitudine». E tali dovranno rimanere, anche in una situazione di emergenza, con o senza Covid.

Divieto di visita nelle strutture, 'una decisione molto sofferta'

A proposito della decisione di vietare le visite nelle strutture da parte delle famiglie, definita «molto sofferta e dolorosa» da Giorgio Merlani; Raffaele De Rosa assicura che «era una decisione necessaria a tutela della fascia di popolazione più a rischio: gli anziani che già in una situazione 'normale' devono sopportare una situazione molto difficile». In questa situazione particolare «la solitudine può diventare opprimente», ha precisato.

Case Covid e case non Covid? 'Impossibile'

«Avevamo discusso di fare case Covid e case non Covid, ma ci siamo accorti che era illusorio – racconta Merlani –. Illusori perché il rischio che il virus entri lo stesso è sempre presente. E poi perché in quel caso avremmo dovuto spostare l'anziano continuamente da una casa all'altra. Impropobile dal nostro punto di vista perché avremmo creato disagio agli stessi pazienti». Ciò che invece sì è stato fatto, indica il medico cantonale, è stato creare all'interno delle singole case anziani dei reparti Covid per le persone infette e percorsi differenziati per il personale. «Tre quarti della case sono riuscite a implementare questi reparti», aggiunge Franco Tanzi, medico geriatra e coordinatore del gruppo di lavoro 'case anziani' dello Stato maggiore cantone di condotta (Smcc). Anche i tamponi per testare la positività sono stati fatti «con generosità» solo su pazienti che presentavano sintomi: fra gli ospiti, che sono quasi 4'700, sono stati registrati 911 casi sospetti; degli 817 tamponi effettuati, 441 sono risultati positivi. Da quando è emerso che nelle case per anziani di Zurigo circa il 40% dei positivi era asintomatico, sono scattati esami ancora più approfonditi. E tra il personale? Non era il caso di depistare subito i portatori del virus asintomatici? «No, perché il personale non è residente. Uscendo dalla casa, il rischio che portino il virus dentro c'è sempre. Quindi si pone il problema di fare tamponi a cadenza regolare», ha ricordato Merlani. Le misure di sicurezza (mascherine, disinfettante e distanza sociale) sono state giudicate più efficaci. Ad ogni modo, sono stati esaminati 169 operatori sanitari con sintomi, e di questi 104 sono risultati positivi (oltre il 60 per cento). «Si tratta dell'1,8 per cento del totale degli operatori. Questi operatori sono stati invitati a rimanere a casa», ha affermato il dottor Tanzi. Negli ospedali le cifre tra il personale sono analoghe e oscillano tra l'1 e 2 per cento.

Mentre sono stati in tutto solo 29 gli anziani residenti positivi al Covid-19 trasferiti in ospedale, «e in tutti i casi – ha ricordato Tanzi – la decisione in merito al ricovero ospedaliero o meno è sempre stata presa in accordo con le famiglie, i direttori sanitari delle singole strutture ed eventualmente consulenti esterni». Inoltre, è stato spiegato, sono sempre state rispettate - dove presenti - le direttive anticipate dei pazienti. Prassi, del resto, adottata già in passato e che l'emergenza Covid-19 non ha cambiato.

'Torneremo a essere un luogo di vita'

«Vi assicuro che torneremo a essere un luogo di vita», afferma Fabio Maestrini, direttore degli Istituti sociali Chiasso e rappresentante dell’Associazione direttori delle case anziani (AdiCasi). Quando ciò sarà possibile? «È difficile dare un'indicazione precisa – interviene Merlani –. Stiamo riflettendo in modo molto intenso su questo aspetto e vorremmo trovare una soluzione, ma dobbiamo aspettare che il rischio sia minimo. Siamo comunque coscienti che la separazione dai propri cari ha un impatto sulla vita delle persone».

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