Mendrisiotto

L’Istituto di microbiologia della Supsi fa base a Mendrisio

Centro di competenze con 60 anni di storia, oggi indaga il territorio e diventa un punto di riferimento per i giovani ricercatori

Nasce un Istituto, un momento importante per la Supsi (Supsi/Ti-Press/Frongillo)
27 settembre 2021
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Negli spazi dietro le grandi vetrate al terzo piano del Campus Supsi di Mendrisio (lì a due passi dalla stazione) si muovono dei camici bianchi. Sono alcuni dei quaranta collaboratori (o forse dovremmo dire collaboratrici) del nuovo Istituto di microbiologia. All’interno del Dipartimento ambiente, costruzioni e design (Dacd) opera, infatti, una delle due sedi dell’ormai ex Laboratorio (l’altra è a Bellinzona), dove un terzo del personale vanta un dottorato, ma soprattutto il 60 per cento è donna. Oltre l’ingresso di uno degli ambienti di lavoro – distribuiti su 400 metri quadri –, a prima vista asettico, c’è un mondo di competenze, di ricerche legate al territorio ma capaci di conquistare una eco nazionale e internazionale. Tutto ciò che oggi si sa, ad esempio, sulla diffusione in Ticino e in Svizzera della zanzara tigre lo si è studiato in quei locali. Anche l’analisi dei germi patogeni in campioni ambientali non ha misteri: il laboratorio del Campus – situato al livello di biosicurezza due – è riconosciuto da Swissmedic. Qui, del resto, aleggia lo spirito di Pasteur. Del grande scienziato, svela il direttore dell’Istituto, il professor Mauro Tonolla, si è sposata la «visione globale della microbiologia, con un piede nell’ambito sanitario e l’altro nell’ambito ambientale». Un approccio che la pandemia ha riportato di grande attualità.

‘Testimonial’ di una Scuola ancorata al territorio

La microbiologia incrocia le nostre vite più di quanto noi stessi possiamo immaginare. D’altra parte, come annota di transenna Tonolla, «se ne sono accorti anche al G7 che l’ambiente è importante per la nostra salute». E allora non bisogna sorprendersi se anche nel piccolo Ticino – e ora nel microcosmo Mendrisio – ci si applica a ricerche capaci di varcare i confini regionali e nazionali. Di fatto questa realtà (solo in apparenza locale) è un centro di riferimento nel settore della microbiologia applicata al Sud dell Alpi. Ecco che il passaggio al rango di istituto, il 17 giugno scorso, con il sigillo del Consiglio della Supsi, ha rappresentato un momento di grande significato per la Scuola e il suo vissuto, come annota anche il direttore generale della Supsi Franco Gervasoni. In buona sostanza, ribadisce, si è trattato di una «dichiarazione molto esplicita – rivolta anche all’opinione pubblica, ndr – dell’importanza dei temi trattati e della loro rilevanza strategica». In altre parole è la testimonianza che questa università è «ancorata al territorio», come dimostra altresì l’accordo di collaborazione stretto con il Dipartimento sanità e socialità da otto anni a questa parte.

Un attrattore di ‘cervelli’

Alle spalle quasi 60 anni di storia, è nell’ultimo tratto della sua esistenza che l’Istituto oltre a dare vita a una sua ‘emanazione’ come Eolab (il Servizio di microbiologia dell’Ente ospedaliero cantonale), ha conosciuto «una grossa evoluzione», vedendo crescere il numero di collaboratori – da una dozzina a quaranta – e raddoppiare il budget a disposizione, passato da uno a due milioni di franchi. Anche l’investimento fatto su Mendrisio è cospicuo, e non solo dal punto di vista contabile. In effetti, la presenza dell’Istituto fa convergere sul Ticino finanziamenti e attività a livello federale, ma non solo: un aspetto interessante per i giovani ricercatori. Il professor Tonolla mostra un foglio: se serviva una prova del potenziale di questo centro di riferimento eccolo lì, nella conferma di un nuovo stanziamento del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica. «Le belle notizie sono queste – commenta ancora il direttore Tonolla –. Certo simili risultati sono possibili solo se vi sono le sinergie e le infrastrutture e se i ‘cervelli’ restano in Ticino a produrre sapere».

Al microscopio finisce anche il... Campus

Non a caso il Dacd di Mendrisio tiene molto alla presenza dell’Istituto di microbiologia, uno dei cinque con cui collabora il Dipartimento. Lo stesso Istituto suddivide le sue attività in cinque settori; ovvero biosicurezza, igiene e ambiente, ecologia dei vettori, biotecnologia ambientale ed ecologia microbica. Affiancando altresì la mediazione scientifica e la formazione, come nel caso del Centro di biologia alpina di Piora. Qui, fa capire il direttore del Dacd, il professor Silvio Seno, si possono trovare le risposte alle domande che salgono anche dalla società in generale; a cominciare dal nodo dei cambiamenti climatici o la perdita della biodiversità. Lo stesso Campus, annuncia, sarà al centro nei prossimi 2 o 3 anni di un esperimento dell’Istituto. A finire sotto la lente del microscopio (e del progetto di studio) le popolazioni microbiche che coabitano all’interno dell’edificio della Scuola; a essere analizzati saranno dei campionamenti di aria e polveri raccolti negli ambiti di lavoro. A questo punto non resta che attendere i risultati.

A caccia del virus nelle acque di scarico

C’è poi un altro filone di ricerca (uno fra i tanti) dell’Istituto che può solleticare la comune curiosità. È legato a una idea di epidemiologia ‘letta’ attraverso i segnali che affiorano dalle acque reflue destinate agli impianti di depurazione. In passato si indagava, infatti, la presenza di droghe o di antibiotici, oggi, fa sapere il professor Tonolla, si risale pure ai patogeni rilasciati da chi ha un problema di salute. Dato, quest’ultimo, chiarisce, che restituisce «il quadro sanitario di una regione». Di recente su mandato dell’Ufficio del medico cantonale e dell’Ufficio federale della sanità pubblica, nelle acque di scarico si sta analizzando la presenza del virus Sars-Cov-2. L’Istituto, insomma, passa alla lente anche la stringente attualità.

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