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25.08.22 - 05:30
Aggiornamento: 16:15

Tante certezze ma anche un punto di domanda per Sant’Eugenio

Riapre le porte il Centro oto-logopedico punto di riferimento per bambini (e famiglie) con difficoltà complesse per i quali l’obiettivo è il reinserimento

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Amira è una bambina di sette anni che si è da poco trasferita in Ticino e che sta imparando l’italiano. Il papà parla tedesco, la mamma si esprime invece in arabo e tra loro (e con lei) comunicano in un inglese traballante. Una situazione (ricostruita a scopo esemplificativo) abbastanza comune nelle scuole ticinesi, dove però Amira non si presenterà lunedì al momento di tornare in classe dopo le vacanze estive. Perlomeno non in un istituto comunale. No, perché come se non bastasse, presenta anche una importante disprassia verbale (un disturbo del sistema nervoso centrale che comporta difficoltà di programmazione dei movimenti articolatori necessari alla produzione dei suoni, difficoltà di articolarli insieme e di ordinarli nella giusta sequenza per formulare parole e frasi) che rende ancora più complesso il suo percorso formativo (e non solo). Per fortuna sua e di tutti i bambini bisognosi come lei di un sostegno importante e mirato, nel nostro cantone c’è una realtà che fa al caso loro e che lunedì prossimo aprirà le porte com’è ormai tradizione da oltre un secolo.

«Negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento delle domande di iscrizione e in particolare la scorsa primavera abbiamo ricevuto una quarantina di richieste, ma abbiamo potuto rispondere positivamente a 20, che per l’annata 2022/2023 portano il numero di allievi tra scuola dell’infanzia ed elementare a 69, grazie al forte ricambio e al reinserimento nelle scuole comunali dopo il lavoro di alcuni anni con un aiuto terapeutico intensivo. È il massimo delle nostre possibilità, in pratica abbiamo ancora un solo posto libero tra i più piccoli», ci spiega Fabio Leoni, dal 2019 direttore dell’Istituto Sant’Eugenio di Locarno, fondato nel 1886 dalla Congregazione delle suore di Ingenbohl per accogliere soprattutto bambini sordi, poveri e orfani, ma divenuto negli anni un punto di riferimento in Ticino nell’accoglienza e nel sostegno a bambini audiolesi e con importanti disturbi del linguaggio. «L’Istituto ha subìto una grande evoluzione nel 2002 con il passaggio alla gestione laica dell’Associazione amici ed ex allievi, proseguendo nel 2016 dopo la chiusura del collegio privato profilandosi come Centro oto-logopedico, quella che in fondo era la funzione originale creata dalle suore più di 100 anni fa, ma in un’ottica più moderna e attuale, in sintonia con le nuove visioni di una scuola a carattere inclusivo».

Una cassetta degli attrezzi per aprire le porte del mondo ‘esterno’

Le scuole elementare e dell’infanzia del Centro – attive con un mandato di prestazione del Cantone – sono riconosciute e parificate alle scuole pubbliche e ne seguono il piano di studio così da favorire, dopo un periodo con un approccio terapeutico intensivo associato a un insegnamento e a una didattica in stretta relazione con le terapie, il reinserimento dell’allievo. Un punto questo particolarmente importante e al centro dell’evoluzione dell’Istituto stesso, che assieme al numero degli allievi che accoglie (come detto quest’anno 69, contro ad esempio i 55 del 2019) ha visto crescere anche i bambini pronti a "salutare" il Centro e a venir reinseriti nei vari istituti comunali ben prima di arrivare alla quinta elementare (si è passati dai 2 del 2014 agli 11 dello scorso anno)... «È la nostra nuova politica e si traduce in un ricambio maggiore, possibile anche grazie alla sinergia con il servizio di sostegno pedagogico che ci permette di effettuare interventi precoci. Stiamo parlando di situazioni complesse – non a caso le ammissioni avvengono solo seguendo precisi criteri diagnostici, in collaborazione con la rete del sostegno cantonale –, io le definisco prese a carico di secondo livello, nelle quali a un problema a livello oto-logopedico si somma un altro disturbo d’apprendimento, psicologico o sociale (spesso un contesto familiare fragile) che aggrava ulteriormente la situazione, a tal punto da rendere quasi impossibile intervenire in maniera efficace per i docenti "generalisti" confrontati con una ventina di allievi e per dei logopedisti che possono vedere i bambini solo saltuariamente. E ci tengo a sottolineare che a livello di scuola pubblica si sta lavorando molto bene, ma il sistema pone inevitabilmente dei limiti. Da noi invece tutte queste figure formano un tutt’uno, le classi sono ridotte e i nostri specialisti hanno così la possibilità di effettuare un lavoro specifico e intensivo che permette di costruire un progetto pedagogico di cui sono tutti consapevoli e attivi – bambini compresi, senza dimenticare le famiglie, che dopo la pandemia abbiamo deciso di coinvolgere maggiormente – e che ha quale obiettivo il reinserimento degli allievi nella scuola, ma rafforzati nelle loro competenze. Mi piace dire che quando escono da qui lo fanno portandosi con sé una cassetta degli attrezzi che permetterà loro di aprire le porte della lettura, degli apprendimenti e più in generale della cultura e del mondo "esterno", verso un orientamento aperto dapprima scolastico e successivamente professionale».

L’incognita

Il futuro dell’Istituto è nelle mani del Decs

L’evoluzione in corso non riguarda solo le modalità di lavoro dell’Istituto Sant’Eugenio. È stato infatti creato un gruppo di lavoro cantonale con rappresentanti del sistema scolastico ticinese (quindi del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport) che, anche attraverso una serie di incontri con i vertici stessi del Centro oto-logopedico, ne sta ridefinendo il futuro. A livello di preventivi e costi quest’ultimo è infatti ancora dipendente anche dagli Istituti sociali del Dss (Dipartimento socialità e sanità) e il compito del gruppo di lavoro è proprio quello di preparare la transizione completa sotto il cappello del Decs. A tal proposito, gli "esperti" hanno consegnato le loro valutazioni – nelle quali secondo nostre informazioni viene anche sottolineata la necessità di far proseguire, seppur con degli adattamenti, l’attività dell’Istituto – al Dipartimento e a metà settembre discuteranno con il direttore Manuele Bertoli in merito agli sviluppi del Sant’Eugenio, in particolare in relazione a una scuola pubblica che lo stesso consigliere di Stato ha da sempre voluto il più inclusiva possibile. Una situazione sulla quale il direttore Fabio Leoni per ora preferisce non esprimersi… «Non voglio entrare nei dettagli perché è un processo ancora in corso, posso solo dire che una scuola il più possibile inclusiva è l’obiettivo che perseguiamo anche noi, ma utilizzando una metafora forse banale, se un buon vino viene diluito non è più un buon vino. La speranza è che il nostro lavoro venga riconosciuto e valorizzato, anche perché il Sant’Eugenio è rimasto l’unico centro in Ticino – prima c’era anche la Fondazione Sant’Angelo di Loverciano (ancora attiva nel Sottoceneri ma con un mandato diverso, ndr) – che può integrare il lavoro didattico e pedagogico dei docenti con quello terapeutico, lavorando in perfetta sinergia e in maniera intensiva, fungendo così anche da risorsa per la formazione dei docenti e per alcune delle risposte ai bisogni educativi particolari. E anche i numeri dimostrano che oggi, più che mai, ce n’è davvero bisogno».

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