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27.10.22 - 12:16
Aggiornamento: 16:28

Truffa Covid di ‘soli’ 28’500 franchi, la condanna è sospesa

Davanti alle Correzionali di Lugano un 45enne che ha richiesto il prestito nel 2020. ‘Voglio lavorare e sanare i miei debiti’

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archivio Ti-Press
Utilizzati per scopi personali

La truffa è nota: la richiesta di un credito Covid poi utilizzato per altri scopi e non esigenze di liquidità correnti della società. La cifra meno. Non una somma a sei zeri, ma ‘soli’ 28’500 franchi. L’uomo, un 45enne cittadino italiano domiciliato nel Luganese, è comparso questa mattina davanti alla Corte delle Assise correzionali di Lugano. Il giudice Marco Villa lo ha riconosciuto colpevole di truffa (oltre che di falsità in documenti, ripetuta amministrazione infedele aggravata, cattiva gestione, omissione della contabilità e conseguimento fraudolento di falsa attestazione) e condannato a 12 mesi di detenzione sospesi per un periodo di prova di due anni. Accusa, il procuratore pubblico Daniele Galliano, e difesa, l’avvocato Rocco Taminelli, sono arrivati in aula con un accordo, avallato dalla Corte. «Oggi si chiude questo suo inciampo», sono state le parole conclusive del giudice. Da parte sua l’imputato ha ribadito la sua intenzione di «voler lavorare e sanare i miei debiti: sono venuto in Svizzera solo per lavorare e non per combinare guai».

I fatti descritti nell’atto d’accusa risalgono al giugno 2020, periodo in cui il 45enne ha scoperto di essere affetto da una malattia neurologica tenuta sotto controllo con i farmaci. Saputa la possibilità di poter richiedere un prestito Covid-19, ha fatto compilare il formulario di richiesta indicando dati fittizi e non segnalando che nei confronti della sua società era già stata emanata una comminatoria di fallimento. Il denaro, pari al 10 per cento della cifra d’affari dichiarata, è stato utilizzato per pagare il suo stipendio, per pagare le proprie esecuzioni personali pendenti e il restante per le spese della società. Ritenendo «che la pena tiene conto della sua situazione personale e di salute al momento dei fatti – ha concluso Villa –, la Corte ha applicato il caso di rigore e non chiede l’espulsione dalla Svizzera». L’imputato sta infatti lavorando e ha una famiglia nel Luganese.

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