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18.08.22 - 15:21
Aggiornamento: 15:53

Un altro furbetto dei crediti Covid in aula: condannato

Sottratti 80mila franchi ai danni dello Stato. ‘Aiuti ottenuti illecitamente’ gonfiando i bilanci di una società che gestiva un ristorante di Lugano

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Ti-Press
Biglietti da mille sottratti agli aiuti disposti da Berna

Un altro furbetto dei crediti Covid è comparso stamane davanti alle Assise correzionali di Lugano per rispondere dell’accusa di truffa. Gerente da 40 anni di un ristorante di Lugano e titolare della società di gestione, nel pieno della pandemia che ha costretto alla chiusura forzata il suo locale durante il lockdown come pure fermato mezzo mondo dell’economia, tra il marzo e il giugno 2020 ha richiesto gli aiuti previsti dalla Confederazione, gonfiando tuttavia la cifra d’affari dell’esercizio pubblico sugli appositi formulari, indicando la cifra ultra-triplicata di 850mila franchi, quando invece la stessa nella realtà non superava i 255mila franchi.

Protagonista della vicenda – l’ennesima di una lunga serie che ha visto sfilare a processo negli ultimi mesi numerosi disonesti – un 66enne di origine spagnola, a Lugano sin da bambino, che stamane in aula ha riconosciuto il maltolto: 80mila franchi, ottenuti illecitamente, infrangendo l’Ordinanza sulle fideiussioni solidali Covid-19.

Debiti per 200mila franchi e attestati di carenza beni per mezzo milione, precedenti penali per impiego di stranieri sprovvisti di permesso e falsità in documenti, il 66enne ha spiegato alla Corte di essere andato un po’ a spanne nel valutare la cifra d’affari del ristorante, prima di compilare il formulario per la richiesta di aiuto sancito dalla Confederazione per far fronte alla crisi economica dovuta alla pandemia.

La pubblica accusa: ‘Società gestita senza alcuna contabilità. Grave leggerezza’

Il procuratore pubblico, Andrea Gianini, ha definito fantomatica la valutazione della cifra d’affari di 850mila franchi relativa all’esercizio pubblico indicata dall’imputato nell’apposito formulario di richiesta degli aiuti federali per la crisi pandemica. «Oltretutto la società di gestione era fallita 10 mesi prima della richiesta dei crediti Covid. E ancora: non veniva tenuta la contabilità – ha evidenziato il magistrato – e la società, che millantava di essere in crisi, aveva pure un parco veicoli con tre auto». «Grave leggerezza» – ha tuonato il procuratore pubblico durante la sua requisitoria, riassumendo il comportamento dell’imputato. Quattordici mesi di detenzione, rimettendosi alla decisione della Corte su una eventuale sospensione condizionale, così come pure all’eventuale espulsione dalla Svizzera, è stata la richiesta di pena formulata dal procuratore pubblico, Andrea Gianini.

Il rappresentante dell’accusatrice privata ha dal canto suo stigmatizzato nel suo intervento in particolare l’assenza di una contabilità da parte dell’imputato, nella sua veste di titolare della società che gestiva il ristorante luganese e ha richiesto che il 66enne risarcisca la somma ottenuta indebitamente, quegli 80mila franchi che lo stesso imputato durante l’istruttoria dibattimentale ha accettato di voler restituire.

La difesa, rappresentata dal Mlaw Loris Giudici, si è invece battuta, in estrema sintesi, per il pieno proscioglimento del proprio assistito dai reati contenuti nell’atto d’accusa, sostenendo in particolare, per quanto attiene all’accusa di truffa, come la banca che ha accordato il credito previsto dalla Confederazione non abbia svolto i necessari controlli sulla reale situazione finanziaria della società di gestione e pertanto l’inganno astuto, presupposto essenziale per il compimento della truffa, non è dato. Il legale ha inoltre contestato le altre imputazioni dell’atto d’accusa, fra cui la cattiva gestione, l’omissione della contabilità, la falsità in documenti ripetuta, il riciclaggio di denaro e la guida senza autorizzazione.

Di parere diverso, la Corte presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, che nei confronti del 66enne ha sentenziato: «È accertato che la cifra d’affari è stata gonfiata. Si è trattato di una società dormiente, mai affiliata all’Iva. Non poteva indicare oltre 255mila franchi sui formulari di richiesta di crediti Covid. Eppure ha avanzato una somma di ben 850mila franchi. L’elemento costitutivo dell’astuzia è stato confermato e di conseguenza l’imputato è stato riconosciuto colpevole di truffa e falsità in documenti». Confermata anche la cattiva gestione: a mente della Corte tre auto nel parco veicoli in dotazione della società hanno peggiorato decisamente la situazione di crisi finanziaria in cui versava l’impresa. «Modesta» è stata ritenuta la colpa dell’imputato, a mente della Corte, se rapportata agli analoghi casi giudicati recentemente. «Non si cura di rispettare le regole, indicativa, fra l’altro, la guida dell’auto senza autorizzazione». Dodici mesi di detenzione, posti al beneficio della sospensione condizionale per un periodo di prova di 5 anni, è la condanna inflitta dal giudice. La Corte ha rinunciato invece a pronunciare l’espulsione, visto che il 66enne risiede da lungo tempo in Ticino.

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