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16.09.22 - 18:12
Aggiornamento: 20.09.22 - 10:10

Ha violentato e picchiato la moglie, arrestato dopo la sentenza

Le Assise criminali di Lugano hanno condannato a 3 anni e 8 mesi un 39enne. Per lui sono scattate le manette al termine del processo

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archivio Ti-Press
La Corte ha ritenuto ‘lineare, costante, logico e disinteressato’ il racconto della vittima, ex moglie dell’imputato

È finito con l’arresto dell’imputato – «c’è un concreto rischio di fuga» – da parte della Polizia cantonale il processo nei confronti di un 39enne kosovaro comparso questa mattina davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano in Mendrisio per rispondere di ripetuta violenza carnale nei confronti della (oggi ex) moglie, sequestro di persona e coazione. Il giudice Amos Pagnamenta (giudice a latere Renata Loss Campana e Monica Sartori Lombardi) lo ha condannato a 3 anni e 8 mesi di detenzione e ha ordinato un’espulsione facoltativa dalla Svizzera per 5 anni. L’uomo, arrivato al Pretorio di Mendrisio a piede libero, è come detto stato preso in consegna dalla Polizia e trasferito al penitenziario cantonale, dove trascorrerà i primi tre mesi in carcerazione di sicurezza. La vicenda non è comunque chiusa: l’avvocato Yasar Ravi, legale del 39enne che si è battuto per il suo «integrale proscioglimento», ha già annunciato che si rivolgerà alla Corte di Appello e revisione penale di Locarno.

Un processo indiziario

Quello andato in scena nella sala delle udienze della Pretura di Mendrisio Nord (l’aula penale è inagibile per lavori) è stato un processo indiziario. Da una parte l’uomo che ha da subito negato ogni violenza. Dall’altra la moglie che ha denunciato l’uomo solo dopo essersi trasferita in Svizzera francese con le figlie e dopo anni di violenze nel loro appartamento di Lugano. Qui la donna, dal 2011, anno del suo arrivo in Svizzera dal Kosovo per ricongiungimento familiare dopo un matrimonio combinato dalle famiglie, al 2016, anno del citato trasferimento, è stata ripetutamente costretta a subire congiunzioni carnali sotto minaccia e violenza del marito che le ha esercitato pressioni psicologiche e resa inetta a resistere. Un racconto che la Corte ha ritenuto «lineare, costante, logico e disinteressato». La donna ha ricordato nel dettaglio un solo episodio, ovvero la violenza subita il giorno del suo compleanno. «Il fatto che ricordi questo episodio suffraga la veridicità del racconto – ha aggiunto Pagnamenta –. Era il suo compleanno, quindi un giorno per lei facile da ricordare, ed è stato quello in cui l’imputato ha usato la violenza e non le minacce che proferiva di solito».

‘Ero sempre tranquillo a casa’

Dal canto suo il 39enne ha ribadito in aula di «non avere violentato mia moglie: avevamo rapporti quando voleva lei, non l’ho mai obbligata». La donna non aveva le chiavi di casa e, in assenza del marito, rimaneva chiusa in casa (da qui il reato di sequestro di persona). «Mia moglie poteva uscire quando voleva e vedere chi voleva – ha aggiunto ancora l’uomo –. Quando andava dal dottore per lei o per le bambine ero presente perché non parlava italiano». Il 39enne ha negato anche litigi davanti alle figlie (ha ammesso di avere dato loro qualche sculacciata). «Non è mai successo, ero sempre tranquillo a casa».

‘Storia di una moglie terrorizzata’

La procuratrice pubblica Pamela Pedretti ha chiesto una condanna a 4 anni e 6 mesi di detenzione. «È la storia di una moglie terrorizzata e abusata per una decina d’anni che, nell’agosto 2018, si è ribellata. Prima fuggendo e poi trovando il coraggio di denunciare il marito. Il trasferimento in Svizzera francese è stato provvidenziale per lei e le bambine: fosse rimasta a Lugano, probabilmente non avrebbe avuto il coraggio e avrebbe continuato a subire le vessazioni». Per l’accusa la donna «è credibile perché fornisce dichiarazioni lineari e autentiche, mentre l’imputato credibile non è». Quello del 39enne è un «funzionamento primitivo – ha aggiunto Pedretti –, ma non per questo non è in grado di comprendere quello che fa e cosa è giusto o sbagliato». Intervenuta in rappresentanza della donna e delle figlie, l’avvocato Deborah Gobbi ha sottolineato come l’imputato «ha fallito come uomo, ma soprattutto come padre: voleva figli per beneficiare di aiuti statali e non per amore, e una moglie al suo completo servizio». L’uomo dovrà versare 12mila franchi di indennità per torto morale.

‘Difficoltà di comprensione’

Nell’arringa che ha portato alla richiesta di proscioglimento, l’avvocato Ravi ha evidenziato la «problematicità» del 39enne. «Non si tratta di questioni di lingua, ma di difficoltà di comprensione delle domande che si riflettono nella vita di tutti i giorni». Un «ritardo cognitivo che si è riflesso anche in ambito lavorativo: l’imputato non è un fannullone come lo ha descritto la moglie, ma a causa dei suoi limiti non è in grado di rimanere nel mondo del lavoro». Atti e testimonianze alla mano, per Ravi «la credibilità della donna è fortemente compromessa: di quanto avrebbe subito non ci sono riscontri medici o fotografici». Una tesi che non ha convinto la Corte. «Le incongruenze emerse sono nello specifico limitate a fatti marginali che non intaccano per nulla la veridicità del racconto. Anche nel racconto dell’imputato ci sono delle contraddizioni – ha concluso Pagnamenta –. Il 39enne ha sì dei limiti cognitivi, ma su questo punto, come ha indicato anche il perito, probabilmente ci marcia». La Corte ha comunque tenuto conto della scemata imputabilità di grado lieve stabilita dalla perizia.

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