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24.02.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:08

La pandemia, raccontata da una postina

Intreccia i fili della comunità di valle, ha visto ammalarsi e morire i suoi compaesani, ma non si perde d’animo

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Keystone

I gabinetti dei bar. «Se non fai il postino magari non ci pensi, ma quella è stata una cosa che ci è molto mancata durante i lockdown, quando facevamo il nostro giro ed era tutto chiuso. Poi per fortuna ci hanno messo a disposizione i bagni nelle case municipali e nei parchi pubblici». Postina da vent’anni in Valle di Muggio – per la precisione a Sagno, Morbio Inferiore e Superiore – Patrizia Bossi è una persona ottimista per natura, e quando le chiediamo come è cambiato il suo lavoro durante la pandemia non rinuncia a sdrammatizzare. Poi, certo, c’è stato molto altro: il grande aumento nel numero di pacchi consegnati – quando era tutto chiuso e molti di noi aspettavano i postini come fossero Babbo Natale –, le difficoltà nei turni dovute ai colleghi bloccati a casa, la paura del contagio tra quegli anziani che «alla fine sono le persone che noi postini vediamo più spesso, quelle che di noi si fidano e con noi si confidano, mentre chi lavora non è a casa quando passiamo». Però Patrizia ci tiene a specificare subito che «alla fine ci siamo venuti tutti incontro, anche tra colleghi. Magari in certi momenti dovevamo fare parecchi straordinari, però siamo riusciti a cavarcela. E poi a me piace sempre questo mestiere!»

Una famiglia in giallo

E dire che aveva cominciato quasi per caso, «quando ho saputo che la postina del paese lasciava. Allora, visto che i miei due figli cominciavano le scuole, ho pensato che fosse un lavoro che poteva fare per me»; oggi anche la figlia fa la postina. Per Patrizia «la cosa più bella è la libertà di gestirsi quando si parte per il proprio giro. Certo, rispetto a una volta, con gli scanner e la riorganizzazione dei giri, ci siamo sentiti un po’ più sotto pressione. Però resta ancora quel senso di autonomia, e poi c’è il contatto con le persone che è sempre bello». Soprattutto nelle valli, si sa, quel contatto contribuisce a intrecciare i fili della comunità: «Una cosa strana è che vedi proprio come cambia la società attorno a te. Le persone che crescono, invecchiano, le malattie e magari le guarigioni, le aspettative e i bisogni che si trasformano».

Quando è scoppiata la pandemia, Patrizia era a casa con un braccio rotto per via di una brutta caduta in bicicletta, quindi «all’inizio non ho vissuto lo shock e le difficoltà sul lavoro. Però poi sono tornata, e come tutti ho dovuto fare i conti coi cambiamenti». I pacchi, dicevamo: «Una quantità enorme. Volumi che fino al 2019 avevamo visto solo a Natale». In ogni caso, precisa, «non è che abbiamo mai lavorato in quelle condizioni spaventose di certi fattorini di cui leggiamo sui giornali (laRegione ha scritto spesso dei problemi presso il colosso privato Dpd, ndr). Io alcuni di quegli autisti li vedo, capita che cerchiamo lo stesso indirizzo, però a dire il vero non c’è mai stato il tempo per parlarsi».

Positiva, in senso buono

Patrizia è sempre allegra, sicché quasi ci scordiamo l’elefante nella stanza: la malattia e la morte che spesso hanno suonato alle stesse porte visitate dai postini. «Va detto che quello con la morte, per noi, è un rapporto più frequente di quanto magari si potrebbe pensare», ci spiega. «Oltre all’anzianità delle persone che incontriamo più spesso, c’è proprio l’abitudine di far precedere al nostro giro la lettura dei funebri sui giornali. Un modo per arrivare già preparati all’uso di una certa sensibilità, che può passare dalle condoglianze alle questioni più urgenti relative al nostro servizio». Durante la pandemia, comunque, «è chiaro che vedere tutti quei morti faceva effetto, angosciava. Ci sono stati grandi e piccoli dispiaceri, come il fatto che da due anni sia chiusa l’agenzia che avevamo alla casa anziani di Morbio Inferiore: è sempre brutto perdere il contatto con persone che ormai si conoscono, anche se è per il loro bene». Ma la postina che ogni giorno attraversa la valle in auto o in scooter non si è scoraggiata. «Mi dicevo: pensa a tutti quelli che rischiano di rimanere senza lavoro, e tu invece no. Poi ho sempre pensato che prima o poi ne saremmo usciti». D’altronde, quando le chiediamo quale sia la dote più preziosa per un postino, Patrizia usa una parola che in questi due anni aveva assunto connotazioni sinistre, restituendola a più rosei significati: «La positività».

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