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04.02.21 - 06:00
Aggiornamento: 17:45

Infermiere malate, Cavalli difende l’operato dell’Oncologia

‘Tutte le chemioterapie da noi prescritte sono sempre state preparate dal nostro settore, non in Chirurgia. A meno che qualche dottore di nascosto...’

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L'oncologo Franco Cavalli (Ti-Press)

È Franco Cavalli, fondatore e già direttore dell'Istituo oncologico della Svizzera italiana, una delle persone chiamate a testimoniare nell’ambito delle verifiche effettuate dall'Ente ospedaliero cantonale sulla segnalazione di sette ex infermiere del reparto chirurgia uomini all’ospedale San Giovanni di Bellinzona gravemente ammalatesi – così sostengono loro – per aver a lungo manipolato senza protezioni o con protezioni insufficienti taluni farmaci antitumorali e il disinfettante per superfici Buraton contenente formaldeide, sostanza nociva in certe dosi. Il dottor Cavalli, considerato fra i maggiori oncologi a livello nazionale e internazionale, ha fornito la propria versione dei fatti alla Direzione del nosocomio cittadino e all’Ente ospedaliero cantonale. Interpellato dalla ‘Regione’, dichiara di non potersi esprimere pubblicamente sul caso, considerati gli approfondimenti, ancora in corso, da parte dell’Eoc. Tuttavia Cavalli espone le proprie considerazioni che aiutano a comprendere il contesto generale dopo il servizio pubblicato domenica dal ‘Caffè’ dando voce alle sette ex infermiere (nel frattempo una è deceduta) che stanno conducendo una battaglia contro tumori e malattie autoimmuni. 

Altri passi in vista? ‘Valuteremo’

La loro segnalazione, risalente alla primavera 2019, tocca un periodo di tempo molto lungo, che va dalla fine degli anni 70 ai primi anni 90, ma anche dopo. L’avvocato che le sta seguendo in questa prima fase, e a titolo gratuito, da noi interpellato precisa che le ex colleghe e amiche hanno a lungo lavorato insieme svolgendo le stesse mansioni: proprio per questo motivo, scopertesi ammalate, due anni fa si sono decise a sottoporre all’Eoc una richiesta di verifica comune sospettando di essere confrontate con malattie professionali. Allo stato attuale non è stata avanzata alcuna richiesta finanziaria nei confronti dell'Eoc: «A dipendenza delle conclusioni cui giungeranno gli approfondimenti, ma anche dell’atteggiamento che l’Eoc assumerà, valuteranno se compiere altri passi in sede civile e/o penale», dichiara il legale. Secondo cui l'atteggiamento finora dimostrato dall'Eoc «non corrisponde alle attese delle ex infermiere. È vero, sono state effettuate delle verifiche, ma a nostro avviso in modo un po’ superficiale e affrettato. Chiediamo più attenzione, approfondimento, serietà». Pure interpellato dal nostro giornale, il presidente dell’Eoc Paolo Sanvido spiega che il dossier si trova sul tavolo del Consiglio di amministrazione e che gli sarà riservata la doverosa attenzione non appena le priorità della pandemia lo consentiranno, a ogni modo entro breve.

Non dimostrato il nesso causale

La prima conclusione cui le verifiche della Direzione dell’ospedale e dell’Eoc sono giunte è che non vi è un nesso causale fra la manipolazione dei farmaci antitumorali e le patologie di cui soffrono le ex infermiere sono affette. Nel febbraio del 2020 – evidenzia il ‘Caffè’ – la valutazione condotta da Alessandro Ceschi, specialista in tossicologia e direttore medico dell’Istituto di scienze farmacologiche della Svizzera italiana, conclude con l’assenza di elementi utili a determinare quantitativamente l’esposizione cumulativa a formaldeide e chemioterapici. Il loro utilizzo non era continuo, afferma la Direzione, ovvero durante tutta la giornata lavorativa. Inoltre non emergono elementi per determinare che le misure di sicurezza raccomandate all’Eoc non corrispondessero allo standard dell’epoca, ossia nel decennio tra la seconda metà degli anni 80 e la prima metà (Buraton) e la seconda metà (chemioterapici) degli anni 90. Sempre la Direzione aggiunge che le patologie di cui soffrono le ex infermiere, soprattutto quelle oncologiche, sono relativamente frequenti soprattutto in una popolazione non giovane. In conclusione la Direzione si dice comunque disposta a un ulteriore colloquio alla presenza dei professionisti che hanno effettuato gli accertamenti.

‘Dalla fine del 1977, quando fui nominato...’

E Franco Cavalli? Da parte sua una premessa: «A partire dalla fine del 1981, quando è giunta dall’Olanda, mia moglie Yvonne Willems al San Giovanni ha costruito il sistema di protezione delle infermiere in questo campo. Un lavoro pionieristico in Ticino e Svizzera. Pure da non dimenticare che l’Eoc esiste solo dal 1983; da lì in poi le strutture sanitarie ticinesi sono notevolmente migliorate». Prima di allora, «dalla fine del 1977, quando fui nominato responsabile del Servizio oncologico cantonale, tutte le chemioterapie che noi prescrivevamo venivano sempre preparate in Oncologia. Non una sola di queste veniva preparata fuori. L’ho riverificato nei mesi passati interpellando miei colleghi medici e infermieri di allora». Una dichiarazione in netto contrasto con quella delle ex infermiere. Possibile? «Leggendo i loro racconti, la sola spiegazione che posso darmi – risponde Cavalli – è che qualche medico singolarmente abbia agito diversamente, magari di nascosto, al di fuori delle chemioterapie da noi decise». Di nascosto? «Non sono un poliziotto e non posso escluderlo». Ciò che rispedisce la palla nel campo della Direzione ospedaliera, chiamata a verificare questa ipotesi, ormai lontana del tempo.

’Nessun nostro studio, o di altri, prova il nesso’

C’è poi il punto, chiave, delle misure di protezione necessarie, scarse secondo le ex infermiere, almeno nei primi anni e poi man mano adeguate. La domanda è: se manca il nesso causale tra la manipolazione dei chemioterapici e le malattie successivamente emerse, perché introdurre misure di protezione? «Il nostro Servizio oncologico, insieme all’ospedale universitario di Zurigo con cui collaboravamo, è stato il primo negli anni 80 a introdurre misure di protezione molto strette, necessarie laddove la preparazione di chemioterapici è frequente, ossia diverse volte al giorno e tutti i giorni», risponde Franco Cavalli. Questo «anche perché taluni pazienti avevano contratto un nuovo tumore dopo tre/quattro anni da una chemioterapia che li aveva in precedenza guariti. In questo caso il nesso sembrava esserci e bisognava quindi proteggere il personale. Le statistiche parlano però di tre/quattro anni, non di più. Non dieci o vent'anni. Inoltre siamo stati i primi in Svizzera a pubblicare uno studio sulle possibili conseguenze da manipolazione, studio da cui non emergevano tracce nell’organismo del personale addetto. Questo mentre la prima pubblicazione della Suva, dedicata alle misure di protezione da adottare, risale al 1990. Da lì in avanti molti Paesi hanno effettuato studi analoghi. Ma nessuno di questi ha mai dimostrato un’incidenza maggiore di tumori o malattie autoimmuni fra chi gestiva e preparava i farmaci chemioterapici». Le statistiche dicono poi, conclude Cavalli, che il 30% della popolazione mondiale si ammala di tumore, «molto spesso indipendentemente dalla professione e dalle mansioni svolte».

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