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17.09.22 - 09:18

Meno polli stipati, maiali più felici, ma carne più cara

L’iniziativa contro l’allevamento intensivo oltre alla sofferenza di alcuni animali da reddito fa riflettere sulla sostenibilità dei cibi nel piatto

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Non piace al Governo, nemmeno al Parlamento, per nulla all’economia, ma fa discutere e solleva tanti interrogativi l’iniziativa sull’allevamento intensivo, in votazione il prossimo 25 settembre, che mira a tutelare la dignità degli animali fissando criteri ad esempio per la detenzione, l’accesso all’aperto, la macellazione e un limite massimo del numero di bestie per stalla. L’iniziativa, lanciata dal movimento antispecista Sentience e sostenuta da Ps, Verdi, Greenpeace, Bio Suisse, associazione dei piccoli agricoltori, Pro natura, Società svizzera per la protezione degli animali ha acceso il dibattito sul reale benessere degli animali da reddito in Svizzera.

Per i contrari l’allevamento intensivo in Svizzera esiste al massimo per le api e questa proposta vuole imporre una sorta di veganismo di Stato. Per i promotori invece stipare in un capannone 27mila polli per la produzione di carne o 1’500 suini da ingrasso non significa trattare questi animali con rispetto, ma farli soffrire in modo non tollerabile. Due visioni della società (sintetizzate dalle interviste all’Udc Marco Chiesa e alla verde Delphine Klopfenstein Broggini) che celano un’altra questione, molto emotiva: il consumo di carne. Averne meno, mangiarne dunque meno (anche perché costerebbe di più) ma di qualità, evitando allevamenti intensivi e sofferenze agli animali è la tesi dei promotori dell’iniziativa.

Mangiamo 1 chilo di carne a settimana

Il dubbio è questo: gli elvetici spenderebbero di più per mettere nel piatto, una volta a settimana, un filetto made in Svizzera? Oppure andrebbero oltre confine ad acquistarlo, pagandolo magari la metà? Malgrado una coscienza ambientale più diffusa, oggi carne e pesce bio rappresentano il 6% del mercato elvetico. Anche se i medici consigliano di non superare i 500 grammi di carne a settimana, gli svizzeri ne mangiano quasi un chilo. Troppa anche per l’impatto ecologico.

Una dieta alimentare sostenibile e rispettosa delle risorse del pianeta (secondo Planetary Health Diet) prevede 200-300 grammi di carne a settimana. Dalle colonne di Le Temp, Christine Brombach che lavora all’istituto dell’innovazione alimentare dell’Alta scuola delle scienze applicate di Zurigo ha commentato: «Mangiamo troppa carne. Non si tratta di diventare vegetariani ma di trovare la giusta misura. Da cibo di lusso, la carne è diventata un prodotto di massa, disponibile in quantità mai viste nella storia dell’umanità». E l’animale, da essere vivente è diventato una merce. Le cifre parlano da sole: nel 1949 gli svizzeri mangiavano 27 chili di carne l’anno per abitante, sono saliti a 61 chili nel 1987, per stabilizzarsi a 50 chili l’anno oggi. Nel budget per la spesa alimentare degli elvetici (in media 1’200 franchi al mese) il primo posto va alla carne.

Delphine Klopfenstein Broggini, Verdi

‘Meno animali, allevati in modo più rispettoso’

Nessuna produzione zootecnica industriale, meno animali da reddito ma allevati in modo più rispettoso: Delphine Klopfenstein Broggini, deputata dei Verdi al Nazionale, co-promotrice dell’Iniziativa contro l’allevamento intensivo ci spiega perché entro 25 anni i requisiti per il benessere di bestiame e pollame dovrebbero perlomeno coincidere con i criteri proposti nel 2018 da Bio Suisse.

Per Governo e Parlamento gli animali da reddito sono già sufficientemente tutelati dalla legislazione attuale, una delle più severe in materia di protezione degli animali, per numero esiguo di capi allevati. Perché servono altre norme?

In Svizzera è possibile allevare 27’000 polli da ingrasso in un unico capannone, ciascuno ha lo spazio di un foglio A4 e non vede quasi mai il cielo. Stiamo parlando di cifre non indifferenti. La legge elvetica non garantisce il benessere degli animali, non è rispettosa nei loro confronti. Questo non è tollerabile. Chiediamo di vietare l’allevamento intensivo ed estendere a tutti le regole Bio Suisse del 2018, che già esistono e diversi agricoltori applicano.

Per i contrari all’iniziativa in Svizzera l’allevamento intensivo non esiste. Che cosa ribatte?

In Svizzera c’è un tetto massimo per gli animali da reddito. Ad esempio ogni azienda può allevare fino a 27mila polli da ingrasso. Vivono in media 30 giorni, vengono ingrassati al punto che non sono più in grado di reggersi sulle zampe, e poi vengono macellati uno dopo l’altro. Le galline ovaiole vengono uccise dopo 10 mesi, perché ormai poco produttive, in realtà potrebbero vivere 14 anni. Anche per i suini c’è un limite: 1’500 unità. Significa che dieci maiali devono vivere in un’area di cemento e senza lettiera grande quanto un posteggio: molti di loro non escono mai all’aperto. Queste realtà esistono in Svizzera e non si può parlare di allevamento rispettoso della specie.

Se l’iniziativa venisse accolta ci sarebbero meno prodotti di origine animale svizzeri, diventerebbero quasi prodotti di lusso, inoltre sarebbero più costosi in un periodo di rincari… Che cosa controbatte?

Ci sarà una diminuzione dei prodotti di origine animale, ma questa evoluzione sposa la logica dei consumatori e delle consumatrici: il consumo di carne è in continuo calo, sia per questioni di salute, sia per motivi climatici. Infatti, i prodotti di origine animale sono merci di lusso, per prepararli vengono impiegate enormi risorse. Se mangeremo meno carne, potremo acquistarne di qualità prodotta in Svizzera. Inoltre, abbiamo 25 anni per adattarci.

Non si rischia di dover importare carne da Paesi dove gli animali se la passano peggio che in Svizzera?

No, perché l’iniziativa chiede le stesse norme anche per prodotti importati. Anche le importazioni dovrebbero rispettare gli standard elvetici. Per i produttori elvetici significa anche meno concorrenza da carne estera a prezzi stracciati.

L’iniziativa non diminuirebbe il grado di autoapprovvigionamento della Svizzera?

Lo scopo è proprio quello di avere più sicurezza alimentare. Meno animali da reddito significa meno campi per coltivare cibo per loro e più coltivazioni per nutrire le persone. Un campo di mais o di grano dedicato a nutrire animali, può essere convertito e produrre ceci o lenticchie. Secondo Bio Suisse è possibile produrre cinque porzioni di cibo vegetale ad alto contenuto proteico sulla superficie necessaria per produrre una cotoletta di maiale. Non tutti sanno che le grandi superfici utilizzate in Svizzera per produrre carne ci obbligano a dover importare più cibo per nutrirci (1,4 milioni di tonnellate l’anno), mentre il foraggio importato è responsabile della deforestazione globale.

Alcune aziende agricole saranno costrette a ristrutturare le stalle in un periodo già non facile. Non la preoccupa?

C’è un termine transitorio di 25 anni, che corrisponde a un’intera generazione. Insomma, il tempo non mancherebbe. Venticinque anni fa non avremmo nemmeno immaginato di mangiare in ristoranti dove non si fuma. Oggi è normale.

Ci vorrà una generazione per adattarsi a un’agricoltura più sostenibile che rispetta il benessere degli animali.

Marco Chiesa, presidente Udc

‘Gli animali da reddito sono già tutelati in Svizzera’

Per Marco Chiesa, deputato ticinese agli Stati e presidente Udc, l’Iniziativa contro l’allevamento intensivo non è necessaria per migliorare la protezione degli animali, già garantita dalle attuali norme, e provocherebbe l’aumento del prezzo dei prodotti animali per i consumatori. Come se non bastasse, minerebbe l’agricoltura svizzera.

In Svizzera diminuisce il numero di fattorie, a fronte di un numero sempre maggiore di animali allevati. Pensa che il loro benessere sia ancora garantito oppure occorrono modifiche?

Queste cifre sono inflazionate dalla crescente diffusione di uova e carne di pollo: è sbagliato parificare una capra a una gallina. In Svizzera l’allevamento che non rispetta il benessere degli animali è vietato e abbiamo le leggi più severe e restrittive al mondo con un numero massimo di animali per azienda. L’iniziativa è dunque demonizzatrice.

In alcune realtà industriali elvetiche, 10 suini devono vivere in un’area grande quanto un parcheggio, una gallina ha lo spazio di un foglio A4… questo è benessere?

È un buon esempio di demonizzazione: la cifra fa riferimento non al suino adulto ma al suinetto e il foglio A4 alla superficie minima del terreno, non alle aree sopraelevate obbligatorie. È come giudicare le dimensioni di un edificio di più piani limitandosi al primo. Ribadisco non è il numero di capi presenti in azienda, ma il benessere del singolo animale che conta, ed è tutelato per legge con regolari controlli molto rigorosi e severi.

L’iniziativa prende di mira soprattutto le grandi aziende industriali. Non è dunque un’opportunità per le aziende agricole di piccole dimensioni che già seguono una filosofia più rispettosa?

L’iniziativa colpirà tutte le aziende elvetiche con animali da reddito, direttamente e indirettamente, obbligandole a rispettare come standard minimo le direttive Bio Suisse e svantaggiandole sul mercato. Altresì è assurdo voler inserire nella nostra Costituzione dei requisiti di un marchio privato. I costi, secondo le stime, aumenterebbero fino ad 1 miliardo l’anno causando conseguenze generali estremamente negative.

Mi faccia capire meglio, quali conseguenze?

La disincentivazione della produzione svizzera, l’aumento del prezzo delle derrate alimentari (per una famiglia ben 1’800 franchi in più all’anno), la promozione delle importazioni dall’estero e del turismo degli acquisti. I consumatori avrebbero a disposizione solo costosi prodotti e andrebbero perse migliaia di posti di lavoro. Il divieto d’importazione per prodotti che non soddisfano questi standard viola inoltre gli accordi internazionali che abbiamo sottoscritto.

Ha ragione, i prodotti di origine animale (energeticamente molto dispendiosi) verrebbero a costare di più: consumarne meno non sarebbe auspicabile visto il cambiamento climatico?

Ancora una volta si vuole fare la morale al settore agricolo, quando invece il consumo di questi alimenti è una scelta individuale. Dovremmo essere riconoscenti verso i nostri allevatori per l’attività che svolgono, invece di gettare ombre sull’etica e sulle conseguenze del loro lavoro, danneggiandolo con queste iniziative estreme.

Va pur ricordato che l’impiego accresciuto di antibiotici nell’allevamento intensivo ha ripercussioni di salute pubblica, potrebbe favorire il rischio di future pandemie…

In Svizzera, da anni, l’utilizzo di antibiotici nella medicina veterinaria è in costante diminuzione grazie a un programma di monitoraggio. In 10 anni è sceso del 67%! Le ricordo per contro che in altri Paesi, da dove dovremmo importare il cibo, l’uso di ormoni della crescita è ancora permesso.

Che cosa non digerisce di questa iniziativa?

Punta alla rieducazione morale e su una presunta ingiustificata cattiva coscienza della popolazione senza curarsi delle conseguenze. Conseguenze che saranno enormi e gravi sull’economia del settore primario, sulla produzione indigena ma anche per tutta la nostra società in un periodo finanziariamente già molto difficile anche a causa di una pandemia, della guerra e della crisi energetica.

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