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Tennis
14.01.20 - 12:250
Aggiornamento : 13:01

Rémy Bertola, l'altra faccia del tennis professionistico

Dietro i big milionari una dura realtà. L’esperienza del giovane luganese: ‘Vedo tanti disperati, capisco chi cede alle scommesse’

«È davvero, davvero stressante. Il fatto che non si guadagna, è stressante. Si va costantemente in perdita. O vinci il torneo, o vai in rosso». In tre anni, dopo avere guadagnato il primo punto Atp (oggi ne ha sei), Rémy Bertola ha toccato con mano la durissima realtà del tennis lontano dai riflettori. «Quando arrivi a fine settimana e sul conto bancario vedi sempre il meno, eh lì è dura...». Il luganese non ha rinunciato all’idea di una carriera professionistica. Nonostante a un certo punto abbia «seriamente pensato di smettere: non mi divertivo più come prima e la questione economica è davvero, davvero pesante». E porta un esempio: «A fine novembre scorso ho raggiunto una finale di doppio a un torneo Itf 15’000. Detratto il 30 per cento di tasse, ho guadagnato 160 euro. Capisci? Centosessanta euro...». È per questo che, aggiunge, «girano molte scommesse. Non tutti hanno dei genitori o una famiglia su cui poter fare affidamento e tanta gente, soprattutto in Sudamerica, è davvero disperata. Io non ho mai venduto un match, né mai lo farò. Se dovessi arrivare a quel punto, piuttosto smetto». Non ci era arrivato quella volta in Grecia quando – racconta – gli avevano «proposto soldi in contanti. Ero a cena in un bar a un quarto d’ora a piedi dal circolo di tennis. Era tardi, ero l’unico a mangiare nel locale. Si è avvicinato un giovane sui venticinque anni, che ha messo sul tavolo il denaro e mi ha detto: “Contali, se vuoi. Sono tuoi, se domani perdi il tuo primo gioco al servizio”. Ho chiamato il proprietario del bar, chiedendogli di allontanare l’uomo. Però posso capire chi cede. Nemmeno io vivo di tennis e pure io sono ‘schiavo’ di un sistema in cui i top player sono milionari, i migliori 150-200 del globo riescono a vivere, mentre tutti gli altri arrancano».

L’aiuto dei genitori

Il diciottenne incontrato tre anni or sono che ci diceva “Difficile? Beh, proviamoci” (‘laRegione’, 11 gennaio 2017), oggi è un ventunenne che racconta di essere «ancora distante dall’obiettivo finale, ossia vivere di tennis. Però l’età media si sta alzando, quindi ho margine. Prima, forse, pensavo che se a vent’anni fossi stato ‘nessuno’, avrei dovuto lasciar perdere. Invece ora vedo il tennis sotto un’altra ottica e ciò mi ha infuso ulteriori stimoli per dirmi “dai, provaci”. Non mi sento all’ultima chiamata, per la ‘finishline’ c’è ancora parecchio tempo. Alla luce dei fatti, in questo periodo gli aspetti negativi non sono stati molti. Il più gravoso è indubbiamente la gestione economica, che all’inizio non credevo essere così complicata. Bisogna ad esempio non abbattersi quando un torneo va male ed evitare di farsi schiacciare dalla pressione di non avere guadagnato abbastanza». Fondamentali fonti di introiti sono i campionati a squadre. Con gli ingaggi della serie A svizzera («ho debuttato nel Grasshopper e sono poi passato al Ginevra, con il quale ho vinto il titolo nazionale»), che si gioca ad agosto, «arrivo a fine stagione e, se manca qualcosa, infilo qualche torneo con montepremi alto». Le entrate della serie B svizzera, che gioca nel Tc Lugano 1903, coprono le spese da aprile ad agosto (trasferte, vitto, affitto); con i soldi della B italiana, che nel 2020 giocherà nel Tc Nuova Casale, paga gli allenamenti di tutto l’anno all’accademia. Mentre per i primi mesi della stagione «posso contare sul sostegno dei miei sponsor e dei miei genitori, che ringrazio infinitamente. Spero di diventare presto indipendente: poter giocare perché mamma e papà sborsa- no denaro, non è il massimo...». Guardando indietro, si dice contento di non avere smesso. «Non avrei vissuto esperienze come il titolo Interclub o la vittoria in doppio in un Itf 25’000. E come dice una frase sentita in un film, sono convinto che “i grandi momenti arrivano dalle grandi opportunità”».

‘Punto ai Challenger. E a chi inizia dico: pianificate bene’

Aveva bisogno di cambiamento e nuovi stimoli, così a ottobre 2018 è entrato all’accademia Sporting Milano 3, dove è seguito dal coach Fabio Chiappini e dal preparatore atletico Sergio Cominelli. Una svolta sportiva e di vita, dato che da allora vive a Trezzano sul Naviglio. «Da un piccolo club mi sono ritrovato ad avere a disposizione un team che segue me e altri ragazzi. Evidentemente i miglioramenti non sono immediati, ma sono soddisfatto della scelta, poiché mi sto trovando bene. In agosto in singolare ero entrato sotto i mille. Sono contento dell’evoluzione del mio livello di gioco. Negli ultimi sei mesi sto prendendo consapevolezza di poter competere con giocatori più forti. Sto alzando l’asticella, sebbene in termini di risultati manchi ancora qualcosa: una partita, un torneo buono che mi sbloccherebbe e consentirebbe di acquisire fiducia, per essere ancora più consapevole di poter far bene». La gavetta nelle retrovie di un mondo dorato solamente in tv, gli sta servendo a «crescere come persona»; mentre dal punto di vista sportivo «con il mio coach ci poniamo l’obiettivo, nel 2020, di passare dai tornei Future ai Challenger, per i quali bisogna essere attorno al 350°-400° posto. Ovviamente se fosse facile – scoppia a ridere – ti starei chiamando da Dubai». Per ora le partite, oltre che sui campi, le gioca pure coi numeri. «A chi tenta il professionismo, consiglio di non lasciare nulla al caso, bensì di pianificare bene settimana per settimana e capire se si può spendere di più o andare al risparmio». Una gestione oculata è tanto fondamentale quanto gli allenamenti perché, «per farti capire, alcuni mesi guadagno così poco da dover rinviare il pagamento dell’affitto». Le difficoltà lo hanno messo a dura prova, ma non hanno avuto la meglio sul divertimento. «Mi piace volermi migliorare ogni giorno, sento di avere ancora tanto da dimostrare». E poi c’è casa. «La mia fonte di energia: Campo Marzio, mio club da una vita, gestito da Lorenzo Cattaneo, grande amico. Quando torno a Lugano, gioco a tennis con i miei amici storici. Trascorrere tempo con loro è qualcosa che farò sempre».

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