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02.11.22 - 05:30
Aggiornamento: 19:50

Il Brasile, Kramer e la cattiva memoria

Nel 2014 i verdeoro padroni di casa fecero l’errore, come già nel 1950, di considerare già vinto un torneo ancora da giocare: col medesimo risultato

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Se c’è una parola capace di riassumere il Mondiale del 2014, il secondo della storia disputato in Brasile, è certamente smemoratezza. Molti sono infatti le istituzioni e i personaggi che durante la kermesse – ma pure nella fase di avvicinamento ad essa – hanno dato prova di un’incredibile capacità di dimenticare ciò che invece avrebbe dovuto essere ben tenuto a mente. I primi a profilarsi in questa rassegna di negligenze furono gli organizzatori, che non fecero per nulla tesoro delle polemiche seguite alla vergognosa pratica degli sfratti applicata quattro anni prima in Sudafrica, quando per far spazio all’edificazione di stadi, alberghi e strade – ma anche per celare agli occhi del mondo mendicanti, miseria e baraccopoli – si era provveduto a spazzare via con la forza bruta interi quartieri, costringendo moltissime persone ad abbandonare le loro abitazioni in cambio di sistemazioni non certo migliori e risarcimenti ridicoli e spesso mai nemmeno visti. I nuovi mezzi di comunicazione, per fortuna, ormai non consentono più di tener nascosto ciò che potrebbe imbarazzare, e infatti quel che avvenne nelle città sudafricane – ampiamente documentato – fece il giro del mondo provocando sdegno. La Fifa, che da anni andava ripetendo che la Coppa del mondo sarebbe stata per il Paese soltanto foriera di benessere e occasioni di rilancio, davanti alla realtà fu costretta ad ammettere che l’operato degli organizzatori era censurabile e a promettere che in futuro avrebbe vigilato affinché i suoi partner locali seguissero imprescindibili principi etici. Aria fritta: in Brasile la storia si ripeté pedissequamente e almeno 170mila poveracci furono cacciati di casa per ripulire il palcoscenico di ciò che avrebbe potuto far vergognare le autorità.

Cattedrali nel deserto e birrette

Ma pure a proposito di altri aspetti si rivelarono di cortissima memoria politici e palazzinari – spesso sinonimi – che, presi da fregola pecuniaria, si lanciarono nella costruzione delle classiche cattedrali nel deserto, anche se in questo caso si trovavano, invece che nelle sabbie del Sahara, in mezzo alla foresta pluviale. Parliamo dei costosissimi e in gran parte inutili stadi costruiti per lo svolgimento del torneo, molti dei quali solo per un paio di partite. Il caso più clamoroso riguarda la Arena da Amazonia, edificata a Manaus, città della giungla la cui squadra più prestigiosa milita fra la quarta e la quinta divisione. I costi di gestione di uno stadio simile sarebbero difficili da sostenere perfino per il Real Madrid, figuriamoci per il Nacional Futebol Clube di Manaus. Risultato: l’opera fu presto condannata alla fatiscenza. Destino identico è quello toccato all’Arena Pantanal di Cuiabà, nel Mato Grosso, inutilizzata e divenuta rifugio dei senzatetto. Non molto diverso è quanto accaduto a Recife, Natal e Belo Horizonte, dove gli stadi del Mundial – spesso piazzati lontani dalle città – partite di calcio non ne ospitano più da un pezzo. I club infatti hanno preferito tornare a giocare nei vecchi impianti, più comodi da raggiungere e dai costi di gestione abbordabili, lasciando che nelle nuove arene si svolgano soltanto matrimoni e cresime. Nel passato, esempi da non copiare gli organizzatori di Brasile 2014 ne avrebbero trovati parecchi, eppure a qualcuno tornò conveniente sperperare somme spropositate, specie per un Paese dall’elevatissimo tasso di povertà. Grandi smemorati parvero anche i legislatori, che dopo aver promulgato e applicato per una decina d’anni la legge che vietava la vendita di alcolici negli stadi – incidenti e violenze a essa correlati erano divenuti un’autentica piaga – fecero un passo indietro rimangiandosi la parola e giocandosi la faccia quando si piegarono alle dinamiche del mercato. Budweiser era infatti già da molti anni partner della Fifa e bandire l’alcol sugli spalti non sarebbe stato nemmeno ipotizzabile. Così rimisero mano alla Costituzione, che fu modificata per il mese del torneo, durante il quale fu di nuovo possibile farsi un cicchetto in curva grazie a quella che passò alla storia semplicemente come Legge Budweiser.

Déja vu

Preda dell’oblio parve altresì la stampa brasiliana, che come nel 1950 – quando fu giocato laggiù il primo Mondiale – non esitò a proclamare i padroni di casa vincitori della Coppa prima ancora di scendere in campo, col risultato di veder ripetersi una storia tragicissima. Se la prima volta a trasformare il sogno in incubo era stato l’Uruguay battendo 2-1 i brasiliani all’ultima partita della manifestazione – il famoso Maracanazo – stavolta a gettare l’intero Paese nello psicodramma fu la Germania, che in semifinale superò la Nazionale ospitante addirittura 7-1 (il Mineirazo), risultato che permise agli sconfitti di battere un’infinità di record, ovviamente tutti negativi. E a difettare nel campo della memoria furono per forza di cose gli stessi giocatori verdeoro, che giunsero alla gara coi tedeschi dimentichi di essere approdati fin lì senza brillare e beneficiando di frequenti aiuti arbitrali e colpi di fortuna. Forse credevano che per sconfiggere la Mannschaft bastasse piangere a dirotto e urlare a squarciagola durante l’esecuzione dell’inno nazionale, spargendo ovunque saliva e lacrime. Semplicemente scordarono di aver di fronte un avversario che di far la vittima sacrificale nella messinscena della festa locale non aveva alcuna intenzione. E infatti, dopo nemmeno mezz’ora di gioco i tedeschi erano avanti 5-0, increduli di avere a che fare con rivali chiaramente sotto l’effetto di droghe non ancora classificate.

Vittime di dimenticanze furono in una certa misura anche gli spagnoli campioni in carica, che non vollero prestare attenzione alla leggerezza mostrata dagli italiani quattro anni prima quando, forti del successo colto nell’edizione precedente, si presentarono al Mondiale con sufficienza e sottovalutando gli avversari, finendo per subire memorabili scoppole che costarono loro l’onta di una clamorosa eliminazione già al primo turno. Ma addirittura peggio degli iberici seppero fare gli stessi azzurri, che nel fallimento prematuro incapparono ben due volte di fila, nel 2010 e nel 2014. Agli italiani parve un primato negativo che mai avrebbe potuto essere peggiorato, senza nemmeno lontanamente immaginare quali altre – e più ampie – delusioni avrebbero vissuto negli anni seguenti: per ben due volte, infatti, ai Mondiali non riuscirono nemmeno a qualificarsi: Svezia e Macedonia del Nord i nomi delle squadre che costarono al Belpaese la doppia peggior vergogna della sua storia pallonara.

Campione inconsapevole

L’autentico Oscar alla smemoratezza 2014, ad ogni modo, va assegnato a qualcuno che della sua perdita di memoria – al contrario di tutti i distratti fin qui citati – non ebbe colpa alcuna. Parliamo del calciatore tedesco Christoph Kramer, panchinaro con la fortuna di essere schierato titolare in occasione della finalissima grazie all’indisponibilità di Khedira, infortunatosi durante il riscaldamento. Colpito alla testa involontariamente – ma durissimo – da una spallata dell’argentino Garay, il centrocampista del Gladbach resta a terra qualche minuto. Apparentemente ripreso dalla botta, dallo staff medico germanico riceve l’ok per riprendere a giocare, e così rimette piede in campo. Kramer però è ancora spaventosamente groggy, tanto da avvicinarsi all’arbitro, l’italiano Rizzoli, per chiedergli un paio di volte se quella che stava giocando era proprio la finale del Mondiale. Capito che qualcosa nella capoccia del ragazzo non funzionava a dovere, il direttore di gara ordinò alla panchina di sostituirlo e farlo visitare per bene. Ne risultò un trauma cranico talmente serio da provocare nella memoria di Kramer un buco che non sarà mai più colmato. Christoph quella sera al Maracanà divenne campione del mondo, ma della finale ancora oggi non ricorda nulla. L’infortunio, che non ebbe alcuna conseguenza ulteriore, non gli impedì di proseguire la sua tutto sommato modesta carriera. E soprattutto non gli tolse il buonumore: sui suoi social spicca una foto che lo ritrae col trofeo più ambito corredata da una strepitosa didascalia: "unvergessen, indimenticato".

Questa è la penultima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino all’immediata vigilia di Qatar 2022.

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