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STORIE MONDIALI
12.07.22 - 05:30
Aggiornamento: 18:59

Mani ticinesi sulla Coppa Rimet

Nell’Uruguay campione a sorpresa nel 1950 militavano anche Maspoli e Ghiggia, discendenti di emigranti svizzeroitaliani

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Keystone
Il 2-1 di Ghiggia che ha regalato all’Uruguay la Coppa del mondo

Gianni Infantino spesso le spara grosse, ma siamo pronti a scommettere parti anatomiche anche importanti che mai oserebbe spingersi fino a venirci a dire che il prossimo Mondiale verrà giocato con un numero dispari di nazionali, suddivise per giunta in due gironi da 4 squadre, uno da 3 e uno da 2. Però un po’ d’invidia per la libertà e l’impunità di cui godevano i suoi predecessori alla guida della Fifa la proverà di sicuro. Sul cadegrino più ambito del calcio mondiale nel 1950 sedeva il francese Jules Rimet, che la rassegna iridata l’aveva ideata alla fine degli anni 20 e che, per la prima edizione postbellica – la prima in cui il trofeo portava il suo nome – aveva affidato l’organizzazione al Brasile.

Fra le 16 finaliste ci sarebbe stata anche la Scozia, qualificata come seconda dietro l’Inghilterra nel Torneo Interbritannico, che per la prima volta metteva in palio un paio di biglietti ai mondiali. Gli scozzesi, però, rinunciarono: non avevano tempo né voglia di attraversare mezzo mondo per prender parte a manifestazioni minori. A ritirarsi prima ancora di partire fu anche la Turchia, probabilmente per mancanza di mezzi finanziari. Il forfait più pittoresco, a ogni modo, fu quello dell’India. Dopo aver giocato senza scarpe le Olimpiadi di Londra nel 1948 e le qualificazioni al Mondiale l’anno successivo, gli indiani avrebbero voluto disputare scalzi anche la rassegna brasiliana. La Fifa, però, fu irremovibile: le nuove regole imponevano l’uso di calzature bullonate, e gli indiani passarono la mano. All’inizio della Coppa del mondo in Brasile mancava ancora qualche mese, ci sarebbe stato tutto il tempo di ripescare tre squadre per chiudere i buchi creatisi nel tabellone, eppure non se ne fece nulla: si giocò coi gruppi monchi. Roba da matti, così come piuttosto estemporanea parve la scelta di rinunciare a una vera finale: dopo la prima fase, sarebbe stata campione la squadra che, al termine di un girone a quattro, avrebbe totalizzato più punti.

Il Brasile non poteva perdere

Nessuno, a ogni modo, parve scandalizzarsi. Sarà stato forse perché, a prescindere dalla formula, tutti sapevano già chi avrebbe alzato la coppa, vale a dire il Brasile, favorito dai pronostici come nessun’altra squadra nella storia del calcio. Tanto che, ancor prima di giocare l’ultima partita in calendario – Brasile contro Uruguay – già venivano distribuite copie di giornali che nei titoli celebravano il successo dei padroni di casa. Del resto, per laurearsi bastava loro un pareggio. La superiorità dei brasiliani pareva così netta che finirono per crederci pure gli uruguagi. Perlomeno i dirigenti, che prima del match non chiesero ai loro giocatori di vincere, ma soltanto di limitare i danni. "Fatelo per Maspoli, poveraccio, oggi non vorremmo davvero essere al suo posto". Parlavano del loro portiere – oriundo di Caslano sul Lago di Lugano – che tutti vedevano destinato a raccogliere palloni a grappoli in fondo alla propria rete. Certi atleti però, per fortuna, ad arrendersi non ci pensano proprio. E così Obdulio Varela, capitano della Celeste, uscendo dagli spogliatoi ordinò ai compagni di non badare alla folla straripante che farciva il Maracanà e intonava canti trionfali. In campo saremo 11 per parte – spiegò – e noi ce la giocheremo fino in fondo: chi ha paura farebbe meglio a sfilarsi la maglia già adesso. E così, pungolati a dovere, gli Orientales non sfigurarono per niente, e riuscirono ad andare al riposo sullo 0-0 senza mai rischiare nulla. Anzi, a tratti pareva che i più intraprendenti fossero proprio loro. I brasiliani, infatti, spesso schiacciati, potevano al massimo accennare qualche contropiede. E fu proprio su un’azione di rimessa che, in apertura di ripresa, passarono finalmente in vantaggio, mandando in visibilio la folla. Maspoli fu incolpevole, ma si vergognerà per anni della mancanza di stile con cui si accasciò sul diagonale di Friaça. Il brasiliano probabilmente era partito in fuorigioco, ma arbitro e guardalinee ad annullare la rete non ci pensarono neanche lontanamente: vanno capiti, anche loro tenevano famiglia. Capitan Varela a ogni modo non si arrese, raccolse il pallone, raggiunse l’inglese Reader a centrocampo e gli rovesciò addosso una supercazzola di almeno cinque minuti in lingua castigliana: il direttore di gara non colse neanche una parola, ma fu obbligato a stare ad ascoltarlo. Obdulio non ottenne nulla, naturalmente, ma quell’interruzione servì a smorzare sul nascere la foga dei padroni di casa. E a farli incazzare, perché impedì loro di cavalcare l’entusiasmo e andare magari a raddoppiare immediatamente.

Il colpo di scena

La rete di Friaça, infatti, rimase l’unica segnata quel giorno dai brasiliani, che durante il secondo tempo andarono ammosciandosi inesorabilmente, vittime delle titaniche aspettative riposte su di loro da un’intera nazione, ma anche dei prodigiosi interventi di Roque Maspoli, così battezzato in onore di suo nonno Rocco, nato nel Malcantone nel 1833 e fondatore nel 1884 a Montevideo della Società patriottica e liberale ticinese. Gli uruguagi, ispirati dal loro portiere, presero coraggio e pareggiarono grazie al divino Schiaffino, servito al bacio da un altro ticinese. Parliamo dell’attaccante esterno Alcides Ghiggia, discendente di emigranti partiti da Sonvico negli anni 70, capace pochi minuti dopo di andare addirittura a segnare personalmente il gol del 2-1 che condannerà un Paese intero alla disperazione e alla vergogna eterna. Quel gol fece di Ghiggia un’icona del fùtbol uruguayano e lo spauracchio per antonomasia dei brasiliani. Ma fu anche, a soli 23 anni, il punto più alto della sua carriera: non divenne mai un fuoriclasse del livello di Schiaffino, per intenderci, e nemmeno un leader carismatico come lo erano Varela o Maspoli. Con la maglia celeste giocò soltanto una dozzina di gare segnando quattro reti, tutte in quel famoso Mundial. Scontato un anno di squalifica per aver aggredito un arbitro, nel ’53 tentò l’avventura in Italia, ingaggiato dalla Roma con cui militò otto stagioni. Lungo il Tevere però fece notizia non tanto per i suoi gol, nemmeno 20 in 200 gare, quanto per il gioco d’azzardo e le frequentazioni con attricette e ballerine. Tradì la moglie perfino con una ragazzina, che rese madre appena quattordicenne. Un personaggio da romanzo, dunque, più che da epopea sportiva. Naturalizzato con procedura alquanto dubbia – i suoi antenati erano infatti svizzeri – vestì la maglia azzurra con altri oriundi sudamericani senza lasciare traccia, se non la mancata qualificazione ai Mondiali svedesi del 1958. Tornato a Montevideo, giocò senza troppa gloria fino a 42 anni più per inesauribile bisogno di soldi che per passione. Il vizio del gioco infatti non l’aveva mai perso, tanto che per saldare i debiti finì a lavorare come sorvegliante in un casinò. Ricordato in eterno come giustiziere del Brasile, sopravvisse a tutti i reduci di quella storica partita, e il destino volle che se ne andasse proprio un 16 luglio, esattamente 65 anni dopo la sua impresa leggendaria nel tempio del Maracanà, che quel lontano giorno veniva inaugurato. "Il nome di Ghiggia non sarà mai dimenticato", disse al suo funerale il grande Pepe Mujìca, allora presidente uruguayano. "Dopo il successo del 1950 riempimmo le piazze pazzi di gioia. Non ho mai visto tanta allegria fra la nostra gente, tranne forse quando cadde la dittatura".

Dopo quella serata, tragica per i padroni di casa e gloriosa per gli Orientales, il Maracanà venne dipinto di celeste in onore dell’Uruguay trionfatore, mentre il Brasile abbandonò per l’eternità la maglia bianca con cui aveva sempre giocato. Vennero adottati i colori della bandiera patria, ma dovettero passare altri otto anni prima che la ferita cicatrizzasse, consentendo ai brasiliani di alzare finalmente la loro prima Coppa del mondo. Il malcantonese Roque Maspoli si ritirò invece nel 1955 da leggenda del Peñarol. Divenuto allenatore, condusse gli aurinegros alla conquista di 4 campionati, una Libertadores e un’Intercontinentale. Sulla panca della Celeste, su cui sedette per due diversi mandati – l’ultimo dei quali quando aveva 80 anni – vinse invece il Mundialito del 1980. Una sua statua troneggia nel Museo del Fùtbol all’interno dello Stadio del Centenario di Montevideo.

Questa è la quarta puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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