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11.08.22 - 05:25
Aggiornamento: 15:34

Torna la Serie A fra novità e vecchi difetti

Sabato ricomincia il campionato italiano, che rimane interessante malgrado l’innegabile declino evidenziato negli ultimi anni

di Marco D'Ottavi
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Sabato 13 agosto alle 18.30 – clima previsto rovente – inizierà la 121a edizione della Serie A, la prima con il Milan scudettato dal 2011-12, la prima in assoluto col Monza presente. Ci saranno anche la Cremonese, assente da ventisei anni, e la Salernitana che con Nicola la scorsa stagione ha centrato una delle salvezze più improbabili della storia del torneo. Sarà una Serie A diversa dal solito: tra il 14 novembre 2022 e il 3 gennaio 2023 è prevista una lunga pausa per consentire lo svolgimento del Mondiale in Qatar, competizione in cui la Nazionale azzurra non sarà presente, e sarà interessante vedere come influenzerà lo stato di forma dei calciatori e delle squadre lungo le 38 partite che il 4 giugno 2023 decreteranno il nuovo campione d’Italia. Altre novità: i giocatori in panchina diventano 15 (da 12), in caso di arrivo a pari punti tra le prime due classificate è previsto lo spareggio (lo stesso per la retrocessione). I cambi rimangono cinque per squadra, speriamo l’ultimo lascito della pandemia, e ci sarà un calendario asimmetrico come già sperimentato l’anno scorso (andata e ritorno, cioè, non coincidono). Di sottofondo, anche quest’anno, una domanda si impone: perché guardare la Serie A? Se la Premier League è il campionato degli Avengers – dove si possono trovare i migliori giocatori, sui migliori campi, nei migliori stadi – e la Liga conserva quel fascino del calcio di tocco (e poi quest’anno metterà davanti Benzema e Lewandowski), cosa rende unico il campionato italiano? Non è facile rispondere alla domanda, per un torneo che negli ultimi anni ha cambiato pelle e che continua a farlo. L’aria che si respira non è delle migliori: la Serie A non è più quella potenza economica degli anni 90 e anche la spinta delle ultime stagioni, inaugurata dall’arrivo di Cristiano Ronaldo, sembra essersi ormai fermata.

Con la partenza di Koulibaly e De Ligt – e chissà cosa può succedere con un mercato che chiude il 1° settembre – di campioni o futuri tali ne restano ben pochi. La tendenza di questo calciomercato è inoltre di vendere all’estero i migliori giovani italiani (Scamacca al West Ham, Lucca dalla B all’Ajax senza passare dal via, Viti al Nizza, Udogie vicinissimo al Tottenham) e coloro che semplicemente ha avuto una buona stagione (finora Molina all’Atletico Madrid, Theate al Rennes, Hickey al Brentford, Thorsby all’Union Berlin). Certo qualcuno c’è ancora: è tornato Romelu Lukaku, è rimasto Paulo Dybala, mollato dalla Juventus e accolto dalla Roma, Milinkovic-Savic resiste in qualche modo ai corteggiamenti esteri, Paul Pogba dovrebbe risvegliare il tifo bianconero (ma al momento è alle prese con un problema al menisco) mentre su Di María non c’è davvero molto da dire: farà divertire tutti. C’è poi tutta una serie di più o meno giovani attesi al salto di qualità o alla riconferma. Anche gli interessanti laboratori tattici visti nelle ultime stagioni si sono impoveriti o hanno perso un po’ di carica rivoluzionaria: De Zerbi non allena più in Italia (almeno al momento), Tudor – che tanto bene aveva fatto con il Verona – è andato a Marsiglia, l’Atalanta di Gasperini sembra aver perso lo smalto che l’aveva resa uno spettacolo unico in Serie A. Certo, quello italiano rimane un torneo con proposte tattiche variegate e interessanti, a partire dalle squadre di vertice – a modo loro tutte diverse – e anche scendendo lungo la classifica c’è qualcosa di buono. L’aspetto più interessante di questa stagione potrebbe però essere una rinnovata competitività: dopo anni di dominio Juventus, tra lotta al vertice e voglia di arrivare nell’Europa dei grandi c’è grande fermento e nessuna squadra può dirsi tranquilla del suo posto.

Le sei sorelle

In testa il Milan avrà il vantaggio di ripartire, tolto Kessié, dalla stessa squadra che nel finale di stagione era stata quasi perfetta e capace di giocare un calcio atipico per la Serie A, tedesco per intensità e italiano per solidità. È una squadra giovane dove spiccano talenti che si sono scoperti grandi in Italia (Maignan, Tomori, Kalulu, Hernandez, Tonali, Leao) e a cui è stato aggiunto De Ketelaere, giovane belga interessantissimo (un incrocio tra un cigno e un trequartista). Con Pioli al timone c’è la certezza che sarà ancora un gruppo unito, con un’identità di gioco chiara e una freschezza invidiabile. L’Inter, invece, alla squadra che per alcuni mesi è sembrata la più forte ha aggiunto Lukaku, che in Italia è stato semplicemente inarrestabile. Inzaghi avrà quindi le due punte migliori possibili (Lukaku e Lautaro Martinez sembrano fatti per giocare insieme) per chiudere il suo 3-5-2, fatto di rotazioni raffinate e un gioco che quando gira è molto divertente da guardare. Ma occhio perché lo spettro di una grande cessione si aggira ad Appiano: doveva essere Skriniar, e forse sarà lui. Sarebbe una brutta perdita: è stato uno dei migliori difensori della scorsa stagione. La terza pretendente – la Juventus di Allegri – è la più indecifrabile. Cambiata moltissimo negli ultimi 12 mesi – e potrebbe farlo ancora – bisogna vedere quanto somiglierà alla versione abulica e involuta dello scorso anno e di queste prime amichevoli, e quanto verrà invece trasformata dagli arrivi di Bremer, Pogba, Di María, dal ritorno di Chiesa e da un Vlahovic disponibile dalla prima giornata. Difficile aspettarsi una squadra dal gioco volitivo e spumeggiante, ma nessuno in Italia può arrivare a controllare le partite anche difendendosi come una squadra di Allegri che ha trovato la disposizione giusta degli uomini a disposizione.

Alle spalle di queste tre squadre ce ne sono altrettante che stanno cercando di ricucire lo strappo con il vertice, ognuna a modo suo. Il Napoli di Spalletti, come fosse ormai un’identità, continua a mostrare un calcio offensivo di palleggio che nei suoi momenti migliori è un puro piacere per gli occhi e porta vittorie. Se nella scorsa stagione è rimasto in lotta per il titolo fin quasi alla fine, quest’anno bisognerà vedere come la rosa sarà in grado di assimilare la scossa del mercato, con l’addio degli ultimi senatori e l’arrivo di giocatori esotici come il georgiano Kvaratskhelia (ala dribblomane se ce n’è una) e il difensore sudcoreano Kim Min-Jae. Il coraggio del Napoli sul mercato è apprezzabile, ma anche rischioso. Strada diversa sta battendo la nuova Roma dei Friedkin, che nelle ultime settimane ha usato il potere affabulatorio di Mourinho e del DS Thiago Pinto per accaparrarsi due giocatori affermati che possono svoltare una stagione: Dybala è da anni uno dei talenti più cristallini della Serie A, mentre Wijnaldum arriva per riprendersi la Nazionale e la considerazione che aveva solo un anno fa al Liverpool, quand’era fra i migliori centrocampisti d’Europa. Dopo anni di proposte affascinanti ma non molto vincenti, la Roma cerca di diventare una potenza del calcio italiano sposando l’anima più conservatrice del suo allenatore, capace di vincere la Conference League con un 3-5-2 dal baricentro molto basso e un attacco verticale plasmato sul talento di Pellegrini e Abraham. Forse non sarà la proposta di gioco più innovativa del campionato, ma se dovesse arrivare anche il difensore giusto a chiudere la formazione titolare, l’unico limite è il cielo, come si dice da quelle parti. Invece Sarri, padre putativo del giochismo, ha trovato qualche difficoltà nel mostrare il suo calcio alla prima stagione alla Lazio, pur arrivando davanti agli odiati rivali cittadini. Specie nella fase difensiva, solitamente fiore all’occhiello dell’allenatore, deve migliorare se vuole ambire alla zona Champions League. Al secondo anno sulla stessa panchina c’è da aspettarsi molto, anche grazie a un mercato coerente fatto per avvicinare la rosa alle idee dell’allenatore e del suo 4-3-3 fatto di zona, triangoli laterali per risalire il campo e un trio offensivo di grande talento. L’importante, però, sarà tenere Milinkovic-Savic.

La terza fascia

Alle spalle di queste sei, diciamo la borghesia più o meno grande del calcio italiano, c’è una classe media che rende ogni giornata di Serie A abbastanza intrigante, grazie ad allenatori peculiari e calciatori interessanti. Il filone gasperiniano, che prevede un 3-4-3 (o varianti non troppo dissimili) con duelli individuali in tutte le zone del campo e la volontà di attaccare l’area di rigore con quanti più uomini possibile, è un po’ in crisi ma rimane una proposta estrema e vendibile. La versione migliore di questo calcio è stata per anni proprio l’Atalanta, ma l’ultima stagione ha lasciato intuire che il ciclo è agli sgoccioli: difficile vederla lottare ancora per i primi posti. Se volete vederne una sua versione più satanica, la squadra da seguire è il Torino di Juric. Al momento, però, gli animi sono un po’ turbolenti: una litigata furibonda tra l’allenatore e il Ds Vagnati è stata ripresa e fatta uscire da qualcuno della squadra, aprendo uno squarcio su quanto può essere violento il calciomercato. In questo gruppo forse la squadra più interessante da seguire è oggi la Fiorentina di Italiano. Risvegliata dal nuovo allenatore dopo anni di torpore, è la realtà più intensa e diretta della Serie A, capace di prestazioni trascinanti senza nessun compromesso. Davanti è arrivato Jovic che ha promesso 30 gol: staremo a vedere. Diverso ma non meno interessante il Sassuolo, ormai una certezza del campionato. Meno ortodosso con Dionisi in panchina, anche la scorsa stagione ha messo in luce alcuni dei giovani più interessanti, come Frattesi, Raspadori, Scamacca e Traorè (che forse rimarrà l’unico alla fine del mercato, ma ne stanno arrivando di nuovi da provare, tra cui Thorstvedt di cui si parla benissimo). Il Verona ha lasciato andare Tudor e perso Caprari, il suo miglior giocatore, ma rimane una squadra con individualità interessanti e una lotteria di centravanti giganti. A Udine Cioffi ha mostrato un calcio offensivo trascinante, vedremo se saprà ripetersi. Ci sono poi due squadre che sembrano ormai immobili: il Bologna con Mihajlovic è sicuro di rimanere nel limbo tra Europa e retrocessione, almeno se la smetterà di cedere tutti; la Sampdoria è tornata da Giampaolo, ma in attesa di una nuova proprietà cercherà di fare meno danni possibili. Per il resto l’elemento tattico principale è la curiosità: molte squadre della media-bassa classifica hanno cambiato allenatore e, quindi, forma. L’Empoli è passato da Andreazzoli a Zanetti, l’anno scorso a Venezia, che porterà un’identità diversa ma sempre la volontà di valorizzare i giovani. L’Udinese, perso Cioffi, si è buttata su Sottil (che tanto bene ha fatto ad Ascoli), ma con le cessioni di Molina e Udogie (che si sta per concretizzare, anche se potrebbe rimanere un anno in prestito) si è impoverita; lo Spezia è passato da Thiago Motta a Gotti e rimane la squadra più misteriosa del campionato. Altro mistero è la Salernitana, che sta facendo forse il mercato più indecifrabile di tutte e chi sa cosa potrà tirare fuori. Con Walter Sabatini aveva funzionato, ma pochi in Italia hanno il suo talento nel costruire rose con poche risorse e tanta fantasia. Tra le neopromosse anche la Cremonese ha cambiato allenatore, scegliendo Alvini per il ritorno in A e cambiando quasi tutta la rosa (e a oggi sembra quella più a rischio), mentre Baroni con il Lecce torna dopo un paio di esperienze non proprio fortunate. Lo stesso si può dire per Stroppa, che ci riprova nel massimo campionato con il neopromosso Monza, ma che con il mercato si ritrova una squadra da metà classifica: Cragno, Ranocchia, Sensi, Pessina e Caprari sono un lusso portato in dote dalla coppia Berlusconi e Galliani, anche loro al ritorno in Serie A dopo anni di esilio. Come nel più gattopardesco dei mondi possibili, la Serie A è sempre la Serie A: tutto deve cambiare affinché tutto rimanga uguale.

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