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‘Riparare il mondo’ guasto della Terra Santa

Due fratelli, rimasti orfani dopo l’attacco di Hamas, scrivono un manifesto per la pace tracciando una via d’uscita da un infernale circolo vizioso

In sintesi:
  • In Palestina l’odio è cresciuto per decenni nei due campi, alimentato dai rispettivi estremismi etnici e religiosi
  • L’appello di Magen e Maoz: riconoscere la sofferenza e le inquietudini dell’altro, emarginare l’estremismo fanatico
Khan Younis, Striscia di Gaza
(Keystone)

“Si possono riparare il nonno e la nonna?”, chiede una bimba di quattro anni al padre. Magen Inon, israeliano, ha perso i genitori ultrasettantenni nell’attacco perpetrato da Hamas il 7 ottobre scorso: Yakov e Bihla sono morti bruciati vivi dopo che la loro casa era stata colpita da un razzo. La tenera domanda di sua figlia lo porta a scrivere, assieme al fratello Maoz, un manifesto per la pace, pubblicato tra gli altri dal quotidiano francese ‘Libération’, dal titolo “Riparare il mondo”.

L’inenarrabile atroce cataclisma umanitario avviato dalla strage di Hamas e amplificato dalla vendetta del governo Netanyahu, lungo ormai oltre 20mila morti (dato considerato attendibile dalle Ong e dal ‘Washington Post’), non è destinato a fermarsi. Sembra ricalcare nella sua infinita mancanza di misura e umanità, la prosa più vendicativa del Dio del Levitico. Non risparmia nessuno: ospedali, scuole, abitazioni, campi profughi. Il 93% degli abitanti di Gaza è costretto alla fame, indica il Programma alimentare mondiale (Pam). Ospedali abitati unicamente da cadaveri divorati da ratti. Bimbi amputati, famiglie distrutte, malati lasciati morire. Mai nella storia, tanti reporter e cameraman sono stati uccisi: almeno 66, di cui buona parte, stando alla Federazione internazionale dei giornalisti, presi di mira volutamente da cecchini israeliani, da droni, razzi, missili sia a Gaza sia nel Sud del Libano.

L’odio è cresciuto per decenni nei due campi, alimentato dai rispettivi estremismi etnici e religiosi: all’integralismo islamista risponde quello messianico ebraico. Il disprezzo ‘antisemita’ dei fanatici di Allah da una parte, dall’altra lo spregio avvelenato degli ultras della Torah nei confronti degli ‘Untermenschen’ arabi. Pure i pellegrini cristiani sono regolarmente bersaglio degli sputi degli ultraortodossi nel vecchio quartiere di Gerusalemme, senza destare particolare scalpore nelle file del governo. Terra Santa, terra di sangue, astio e intolleranza, dove l’umanità e la fratellanza proclamate dai Vangeli quasi 2’000 anni fa sono ormai sepolte sotto le macerie.

“Entrambi i popoli hanno delle ragioni per odiarsi”, scrivono Magen e Maoz. Tuttavia, aggiungono, bisogna assolutamente uscire dall’infernale circolo vizioso. Ogni campo deve riconoscere la sofferenza e le inquietudini dell’altro, deve emarginare l’estremismo fanatico generosamente finanziato da Paesi stranieri e lobby, avviare iniziative di solidarietà, trovare dei partner credibili e affidabili che si portino garanti, un appello questo dichiaratamente rivolto all’Unione europea.

Le parole dei due fratelli promanano saggezza e buon senso, un lumicino nella profonda oscurità, anche se con buona probabilità rischiano di essere la classica biblica inascoltata ‘voce che grida nel deserto’. Sconvolti dalla morte dei genitori, alla domanda posta dalla piccola, i due rispondono inizialmente, piangendo, che no, i “nonni non si possono più riparare”. Poi decidono di redigere il loro manifesto, aggiungendo una postilla in cui riconsiderano e modificano la loro risposta: forse fra 10 o 20 anni potremo dirle questo: “No, ci spiace, non possiamo riparare il nonno e la nonna, ma siamo stati capaci di riparare un po’ il mondo, facendolo migliore, affinché tu e i tuoi futuri figli non siate più costretti a crescere nella paura”.

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