laR+ IL COMMENTO

Un approccio diverso per i soliti noti

Durante un processo alle Assise criminali, accusa e difesa concordi: ‘Ci imbattiamo negli stessi personaggi in tanti e diversi incarti penali’

In sintesi:
  • Incapacità di rispettare gli altri e strafottenza nei confronti delle regole
  • Il carcere spesso non sortisce l'effetto positivo sperato
  • Giovani adulti in una situazione di profondo disagio sociale 
28 luglio 2023
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Nel Locarnese, personaggi noti alle autorità e alle forze dell’ordine hanno creato una sorta di sottobosco delinquenziale: vivono di espedienti e di reati più o meno gravi, infischiandosene degli altri e delle regole. La situazione è emersa in tutta la sua crudezza nel corso di un recente processo alle Assise criminali (la sentenza è riportata in cronaca nell’edizione odierna). Alla sbarra un 33enne che – stando all’accusa – ne ha combinate di tutti i colori: spaccio di droga, ingiurie, guida senza licenza né assicurazione, minacce, truffa, ricettazione, furti e tanto altro ancora.

In aula il procuratore pubblico Pablo Fäh e l’avvocato difensore Maurizio Pagliuca si sono trovati d’accordo su un aspetto: durante l’inchiesta sono sfilati di fronte agli inquirenti dei personaggi non facili, connessi tra loro. Tutti protagonisti del «sottobosco delinquenziale locarnese – ha sottolineato Pagliuca –. Ci imbattiamo negli stessi nomi in tanti e diversi incarti. Per chi si occupa di casi penali nella regione, sono un po’ come il prezzemolo: li si trova dappertutto».

Ai due uomini di legge va riconosciuto il merito di aver sollevato il coperchio del pentolone nel quale sobbolle la zuppa indigesta. Gli ingredienti? Li ha elencati Fäh: «Una situazione d’incessante delinquere; l’incapacità di rispettare gli altri; la strafottenza nei confronti delle regole. Tutto ciò per soddisfare i propri interessi primari e basta». Il procuratore pubblico, che ovviamente si riferiva all’imputato, non ce ne vorrà se allarghiamo il tema inglobando anche gli altri soggetti del sottobosco di cui sopra.

Il carcere raramente sembra dare frutti: spesso non sortisce alcun effetto. Poche le prospettive all’uscita di prigione. Si torna a vivere di espedienti, esattamente come prima. C’è un altro aspetto citato durante il dibattimento: la banalizzazione dei reati, la leggerezza con la quale vengono commessi, come se fossero azioni normali.

La polizia, è emerso al processo, conosce questi personaggi, li tiene sott’occhio e interviene quando necessario. Pure le autorità portano avanti da anni un’azione sociale tanto importante quanto onerosa. L’impressione, tuttavia, è che ciò non basti. Molte persone, soprattutto giovani adulti, scivolano tra le maglie di queste reti. Senz’arte né parte, senza lavoro, senza soldi e con legami familiari fragili si ritrovano tra di loro, si influenzano a vicenda e organizzano quelle che considerano poco più che marachelle. In verità sono reati penali.

Bene hanno fatto Fäh e Pagliuca a portare alla luce la situazione. E bene ha fatto la giudice Francesca Verda Chiocchetti, nel caso specifico, ad accordare al 33enne una pena in parte sospesa e l’obbligo di assistenza riabilitativa.

Più in generale, appare invece arduo riuscire a trovare, e ad applicare, le soluzioni giuste per sciogliere i nodi di quello che il Locarnese (e non solo) deve senza dubbio considerare un profondo disagio sociale. Bisognerebbe pensare a nuovi progetti di sostegno destinati in particolare ai giovani adulti che da anni sono fuori dalla formazione. A modelli di affiancamento che siano efficaci e concreti, per aiutarli a superare i tanti ostacoli che incontrano, sia nel mondo lavorativo, sia in quello dei rapporti con gli altri. Insomma, un’opera di prevenzione a tutto tondo, superando quell’approccio punitivo che alla prova dei fatti non dà i risultati sperati.

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