laR+ IL COMMENTO

L'audit non fa sconti. La (non) politica del personale

Il rapporto dello studio legale ginevrino sulla gestione lacunosa nell'Amministrazione del caso dell'ex funzionario del Dss condannato per reati sessuali

In sintesi:
  • Tutto ok, secondo gli accertamenti disposti a suo tempo dal Consiglio di Stato. Un verdetto però da chiarire.
  • Benissimo hanno fatto quei deputati, Fiorenzo Dadò in testa, a non accontentarsi dell'indagine governativa. Azzeccata la scelta dell'auditor.
  • Non basta disporre di leggi e codici etici: governo e parlamento garantiscano concretamente un buon clima di lavoro nello Stato. E la Sezione delle risorse umane venga sganciata dai Dipartimenti.
Una radiografia del potere
(Ti-Press)
22 marzo 2023
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Com’è possibile che due verifiche sull’agire dell’Amministrazione cantonale in relazione ai comportamenti del collaboratore del Dipartimento sanità e socialità, poi condannato per coazione sessuale e violenza carnale, giungano a conclusioni radicalmente diverse, opposte? Uno degli aspetti che la commissione parlamentare della Gestione della prossima legislatura dovrà, come ci auguriamo, chiarire è proprio questo: la clamorosa discrepanza fra gli esiti degli accertamenti disposti e demandati dal governo al proprio consulente giuridico e al Cancelliere dello Stato (il cosiddetto sesto consigliere di Stato) e i risultati del successivo audit deciso e affidato dal Gran Consiglio allo studio ginevrino Troillet Meier Raetzo. Secondo le indagini ordinate dal Consiglio di Stato, l’operato dell’Amministrazione è stato corretto. Tutto ok, insomma. D’altro tenore l’impietoso rapporto stilato dalle esperte di fuori cantone: si parla di errori di valutazione commessi dai superiori del collaboratore, di documentazione e informazioni lacunose, di “carente gestione del caso individuale”. Il caso dell’allora dipendente del Dss, per il licenziamento del quale, sostengono le autrici dell’audit, c’erano già nel 2004 gli estremi. I commissari della Gestione, sotto la cui lente è finito quel rapporto, hanno riconosciuto la notevole qualità del lavoro svolto dallo studio legale.

Di conseguenza qualche dubbio e qualche interrogativo sulle modalità di conduzione e di riflesso sulla qualità degli accertamenti amministrativi decretati e assegnati dal Consiglio di Stato a ‘investigatori’ interni sono più che legittimi: così come è inevitabile domandarsi se non si sia andati a fondo della questione per quieto vivere tra alti funzionari o per logiche partitiche di Palazzo. Aspettiamo sul punto, importante, una presa di posizione del parlamento cantonale che uscirà dalle urne il 2 aprile, in particolare della futura commissione della Gestione quando affronterà la discussione politica sulle criticità evidenziate dall’audit e sulle misure proposte da chi lo ha elaborato per evitare il ripetersi di quanto accaduto. Nel frattempo non possiamo esimerci dal rilevare la solerzia del governo nell’aprire un’inchiesta disciplinare a carico di due docenti forse politicamente scomodi, in quanto attivisti di ErreDiPi, la Rete per la difesa delle pensioni che si batte contro i tagli alla previdenza degli statali, per presunto “utilizzo improprio” degli indirizzi di posta elettronica dell’Amministrazione “per scopi propagandistici”...

Tornando al dossier dell’ex collaboratore del Dss, benissimo hanno fatto quei deputati, Fiorenzo Dadò in testa, dell’attuale Gestione a non accontentarsi delle valutazioni amministrative disposte dal Consiglio di Stato, e quindi a insistere perché si facesse piena luce. La fotografia scattata dallo studio Troillet Meier Raetzo ha dato loro ragione. E molto probabilmente si giustificava (col senno di poi, d’accordo) anche l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, alla faccia di coloro che ritengono lo strumento della Cpi un inutile orpello della Legge sul Gran Consiglio, menandola con la storia che i deputati non sono né poliziotti né magistrati. La scelta del parlamento di far capo a un auditor – al quale conferire “poteri accresciuti” – esterno all’Amministrazione e al Ticino, nonché la scelta, quale ente esecutore dell’audit, dello studio legale ginevrino, esperto in diritto del lavoro e, come si suol dire, di comprovata esperienza, si sono rivelate comunque azzeccate. Molto azzeccate.

Dall’audit sembra emergere anche l’assenza nell’Amministrazione cantonale di una politica del personale, di una “sana” gestione del personale. Non basta avere normative, come ad esempio la Lord, la Legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti, o emanare codici etici. Leggi e decaloghi vanno applicati, con verifiche periodiche sulla loro adeguatezza. Senza dimenticare che sono da contrastare non solo le molestie sessuali, ma anche il mobbing e il bossing. Di più. Sono pure auspicabili interventi strutturali, come quello volto a sganciare la Sezione delle risorse umane dai Dipartimenti.

Una delle prime preoccupazioni del principale datore di lavoro in Ticino – cioè il Consiglio di Stato e anche il Gran Consiglio – nella prossima legislatura dovrebbe essere – per rendere (nuovamente) attrattiva la funzione pubblica, a vantaggio pure dei cittadini, che devono poter contare sull’erogazione di servizi pubblici di qualità e dunque su funzionari motivati – l’attuazione di una sana politica del personale nell’Amministrazione. Dallo studio Troillet Meier Raetzo arrivano raccomandazioni puntuali. Il rapporto di audit è pertanto un’ottima base da cui partire.

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