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27.05.21 - 05:30
Aggiornamento: 15:19

Sbatti il bimbo in prima pagina

Media disposti a tutto pur di attirare lo spettatore: come nel caso della foto del piccolo Eitan sulla funivia Stresa-Mottarone prima della strage

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Una locandina con la notizia della tragedia (Keystone)

“Bambini venite parvulos, vale un occhio il vostro cuore, mille dollari i vostri occhi, i vostri occhi senza dolore. Bambini venite parvulos, sangue sotto al sole”, cantava Francesco De Gregori. Era il 1989.

Come spesso accade agli artisti, il cantautore romano aveva predetto con qualche decennio d’anticipo un sacco di cose: “Legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastro Lindo a organizzare la fila”, oppure “i professori dell’altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare. Hanno indossato le nuove maschere e ricominciano a respirare”. Come se avesse già visto nascere cartelli similcolombiani nel cuore dell’Europa, turbofusioni, partiti politici pubblicizzati come detersivi e superleghe di ogni sorta. C’era ancora il Muro, che divideva tutto in due con l’accetta con l’arzigogolata semplicità delle ideologie del Novecento, ma lui aveva già visto i comunisti fidanzarsi con l’ultradestra e i poveri votare con soddisfazione gli ultraricchi.

Non c’era internet, ma aveva già notato le disturbanti fotografie che alcuni giornali vogliono far passare per “racconto della realtà”, quando sono invece l’esatto contrario. Sono un’istigazione a tirar fuori la nostra anima nera. Vogliono farci emozionare non con il bello, ma con il macabro. Cercano la nostra pancia, perché delle nostre teste si sono disinteressati da tempo. L’ultima foto di cui non sentivamo il bisogno è quella che ritrae di spalle, con la mano sul cuore, il piccolo Eitan sulla funivia di Stresa dove di lì a poco sarebbe morta tutta la sua famiglia. È un’immagine brutta, di quelle che tutti scattiamo e riceviamo su Whatsapp intasando i nostri telefoni con piccoli momenti di ordinaria quotidianità.

Se la famiglia di Eitan fosse tornata sana e salva da quella gita e avesse mandato quella foto a un qualsiasi giornale, sarebbe stata cestinata. E invece ha campeggiato per un giorno intero su siti internet e prime pagine di quotidiani talmente incapaci di capire la propria incapacità di raccontare, da affidare a quell’immagine e all’ambigua narrazione di quell’immagine – che in questi casi ondeggia, sempre, tra il melenso e lo strisciante – il senso di una tragedia di una famiglia che però potrebbe essere di tutti.


Un'immagine dell'incidente (Keystone)

Andare a cercare o farsi recapitare da un familiare uno scatto recuperato dal cestino della spazzatura online è un esercizio da mendicanti della notizia che pasteggiano ad avanzi pur sedendo al ristorante. Gran parte del mondo dei media in questi anni ha privilegiato la quantità sulla qualità, inondando siti di starlette e video con il titolo “guarda come va a finire…”, insistito con servizi inorriditi sulle paghe da fame dei rider scritti da giornalisti con paghe da fame a cui converrebbe fare i rider. Le stesse aziende fanno rientrare dalla finestra pensionati d’oro con compensi d’argento per criticare tutto quello che non apprezzano solo perché magari non lo capiscono (anche il rock and roll fu per un po’ la musica del diavolo) e imbastire – rigorosamente tra soli uomini – forum sulle disparità di genere. O lamentarsi di mail ricevute in italiano zoppicante senza capire che sono truffe scritte con generatori automatici che circolano in rete da vent’anni, com’è successo a Corrado Augias.

Gente sempre con la verità in tasca, che non sa salvare un numero in rubrica, ma pontifica su social e algoritmi, che ha scattato l’ultima foto con una vecchia Polaroid, ma decide qual è quella da prima pagina. Che vive in un altrove dorato, con sensibilità affievolite dalla distanza tra le piccole Versailles mediatiche e chi legge, guarda, ascolta, prova a informarsi. Il popolo ha fame? Dategli foto di bambini a cui creperà la famiglia. Meglio delle brioche. Senza capire che per dieci che si sfamano, altri cento magari vomitano.

Il giornalismo, che celebra 24 ore su 24 Nostra Signora dell’informazione, dea incontrastata della contemporaneità, ha regole tutte sue: dogmatiche come in tutte le religioni; pericolose, come tutte le religioni, se portate all’estremo e seguite ciecamente e acriticamente. “Mai ripetere una parola in un titolo” anche se il sinonimo è peggio, “se non mi porti la foto del morto sei morto” fregandosene dello stato psicofisico di chi quella foto deve dartela, “la notizia nelle prime due righe”, come se crollasse il tempio se la metti alla quinta o alla nona riga. E via così. Le tette fanno vendere, come il sangue e le lacrime, meglio se di un bambino, meglio se orfano. Orfano da cinque minuti. O meglio ancora nei prossimi cinque.

Forse sarebbe stato bene fermarsi “prima di essere scaraventati dentro a questo tipo di pornografia”, diceva Eugenio Scalfari o forse era Indro Montanelli. Ah no, era sempre De Gregori.

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