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10.05.21 - 05:30
Aggiornamento: 11:59

Non è una sinistra per poveri (e Piketty spiega il perché)

Le classi più deboli tenderebbero a votare sempre meno una sinistra impegnata in molte battaglie culturali, ma che non riesce a parlare ai lavoratori

di Roberto Antonini, giornalista Rsi
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(Keystone)

Ennesima tornata elettorale da dimenticare per il socialismo europeo. Il Super Thursday ha visto i Tory, i conservatori di Boris Johnson, aprire una breccia nel “red wall”, la cintura operaia del nord dell’Inghilterra. Piove sul bagnato. Ovunque la sinistra perde consensi tra il suo elettorato di riferimento. Vi è un crescente scollamento tra le classi sociali e i partiti, con i settori più popolari sempre meno sedotti da chi di loro si fa tradizionalmente portavoce. Il libro appena pubblicato in Francia da tre studiosi tra cui la star altermondialista Thomas Piketty, ‘Clivages politiques et inégalités sociales’, consente in parte di sciogliere l’interrogativo che si pone anche il quotidiano Le Monde: “Perché i poveri votano a destra?”.

In realtà i più poveri, quelli bloccati ai piedi della scala sociale, tendono soprattutto a disertare le urne e rimangono in parte ancorati alla tradizione operaista, mentre sono le classi medio basse a fare registrare un marcato spostamento a destra. Da qui un trend negativo che coinvolge un po’ ovunque le formazioni che dovrebbero profittare della frustrazione creata da crisi economica ed esplosione delle disuguaglianze sociali. Il caso svizzero non fa eccezione: i socialisti dal dopoguerra a oggi hanno visto la loro base elettorale scendere dal 29% a meno del 17%, i comunisti sono transitati dal 5% all’invisibilità.

Passando al setaccio i dati elettorali, anagrafici, economici di cinquanta paesi, lo studio evidenzia un mutamento sostanziale: in passato per il fronte progressista votavano i bassi redditi e quanti avevano un livello scolastico limitato. A destra invece i ricchi e chi poteva contare su una migliore formazione accademica. Oggi i ricchi continuano a votare per chi ne difende gli interessi, mentre quanti beneficiano di una robusta formazione scolastica prediligono la sinistra. La battaglia elettorale dal confronto di classe si è spostata sul fronte delle “élite multiple”: élite intellettuale, sindacale, economica, religiosa.  

Il fatto è che a destra, in particolare a favore di partiti sovranisti e antimmigrazione, si schierano in un‘ottica “identitaria” gli operai e quei gruppi sociali che potremmo inserire nella categoria della classe medio-bassa. Con un’eccezione logica, quella delle minoranze etniche. Il “voto di classe” si stempera dunque fortemente perché, stando a quanto afferma uno degli autori al quotidiano Libération, la frammentata galassia socialista non sa più convincere. Invece di porre la questione sociale al centro delle sue battaglie, tende a lasciarsi imbrigliare in guerre culturali (dal “politically correct” al dibattito “post-gender”) che hanno poca presa tra chi l’esclusione economica la vive sulla propria pelle. Ripartire dai poveri e dalle classi sociali, è il suggerimento in filigrana.

Nello sfilacciamento della postmodernità, i contorni del concetto di “classe” sono tuttavia particolarmente difficili da mettere a fuoco. Anche perché altre componenti identitarie (etnica, religiosa, nazionale, culturale, di genere) prendono vieppiù il sopravvento nella società liquida creata dai mutamenti tecnologici e dai processi di globalizzazione. Passato in poco più di un secolo dalla crisalide d’acciaio del comunismo a forme più o meno larvali di socialismo, il fronte progressista si ritrova oggi senza una sua base sociale.

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