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03.08.21 - 08:31
Aggiornamento: 15:13

Una sinistra sempre più ‘borghese’, anche in Svizzera

È quanto riscontrato dall'ultimo studio di Thomas Piketty e altri. Ne parliamo col politologo Andrea Pilotti, discutendo anche le specificità del Ticino

I ricchi e gli operai votano a destra, chi ha studiato a sinistra. Non serviva uno studio di 600 pagine per intuirlo, ma il recente saggio di Thomas Piketty e altri (Clivages politiques et inégalités sociales, Ehess/Gallimard/Seuil) rafforza e dettaglia questa istantanea con dati storici derivati dai sondaggi elettorali di 50 democrazie. La tendenza è netta: negli ultimi quarant’anni, mentre le disuguaglianze economiche ricominciavano a crescere vertiginosamente, la sinistra ha cessato di essere una forza ‘operaia’ ed è rimasta aggrappata alla nuova Bildungsbürgertum, una realtà prevalentemente urbana fatta di docenti, architetti, giornalisti, professionisti del settore sanitario e così via. Per la destra continuano a votare i ricchissimi, ma anche coloro che più subiscono le fragilità economiche e sociali (al netto dei più poveri ed esclusi in assoluto, che spesso rinunciano al voto tout court). I ricercatori indicano esplicitamente nella Svizzera uno dei Paesi nei quali questo spostamento “è stato più spettacolare”. Ne parliamo con Andrea Pilotti, politologo, docente e responsabile di ricerca dell’Osservatorio della vita politica regionale dell’Università di Losanna.

Le società occidentali subiscono disuguaglianze sempre più forti, eppure la ‘lotta di classe’ è scomparsa totalmente dall’immaginario politico. Non è paradossale?

Per capire questa trasformazione occorre partire dai cambiamenti culturali e sociali della seconda metà del Novecento. Insieme a un benessere diffuso – che rendeva le rivendicazioni di classe meno urgenti rispetto alle generazioni precedenti – proprio i ‘figli’ della sinistra hanno vissuto il passaggio dal materialismo al postmaterialismo, per usare le celebri categorie del politologo e sociologo americano Ronald Inglehart. Le loro preoccupazioni, insomma, si sono spostate su temi come l’ambientalismo e i diritti civili. Dagli anni ‘60/’70 in poi questo ha spinto a sua volta partiti come quello socialista ad adottare una postura che si rivolge più all’elettorato urbano che al postino, al ferroviere, al meccanico d’antan. Una tendenza rafforzata dal fatto che mentre le ‘élite multiple’ delle quali parla Piketty (rispettivamente quella economica e quella educativa, ndr) si mobilitano facilmente, il lavoratore meno formato e più amareggiato dalla situazione tende sempre più a disinteressarsi della politica.

La destra, però, riesce a mobilitarne almeno una parte: un partito agrario e periferico come l’Udc è diventato una delle formazioni conservatrici più forti d’Europa. Questo proprio parlando il linguaggio dell’‘uomo della strada’, anche quando lo ha utilizzato per propugnare politiche di stampo tipicamente liberista più che di difesa sociale. Un bel paradosso anche questo.

L’allontanamento della sinistra da certe realtà sociali ha creato una ‘finestra d’opportunità’ che la destra ha saputo sfruttare, stavolta utilizzando non un linguaggio di classe ma di identità, spesso con chiare connotazioni nazionaliste; un linguaggio che ha saputo veicolare un senso di protezione, almeno a breve termine. A questo si è combinato un programma economico che accanto ad alcune generali rivendicazioni di difesa sociale – comunque in una logica di ‘prima i nostri’ – ha difeso la liberalizzazione. Una mescolanza che abbiamo visto in Ticino con l’ascesa della Lega, che intrecciava i discorsi sulla ‘noss gent’ e sulla tredicesima Avs con la difesa delle politiche di sgravi fiscali di Marina Masoni, il tutto tenuto insieme da una forte componente di ‘preferenza indigena’.  

Al di là della tattica e del marketing, resta il fatto che questo spostamento denuncia un problema reale: l’esistenza di persone in difficoltà ‘abbandonate’ dalla globalizzazione, ma anche da un progressismo che ha creduto in quel processo e nell’integrazione europea come toccasana per tutti i mali.

Certamente l’imporsi a sinistra della ‘terza via’ blairiana ha contribuito al deteriorarsi dei legami tra la sua dirigenza politica e chi, negli ultimi decenni, ha subito maggiormente gli effetti negativi della globalizzazione e della liberalizzazione economiche, poi resi ancora più dolorosi da crisi finanziarie e recessioni. D’altronde si tratta di tendenze che si rinforzano da sé: un elettorato sempre più istruito e urbano porta a selezionare una classe politica che lo rispecchia. Uno studio che stiamo svolgendo mostra bene come dagli anni Ottanta e Novanta, tra le elette e gli eletti del Partito socialista nei diversi consessi a livello federale, cantonale e nelle città, rimangano ben pochi operai e piccoli impiegati della Posta e delle Ferrovie federali a favore di insegnanti, quadri del settore pubblico, professionisti del settore socio-sanitario e liberi professionisti. Nel frattempo, chi si è sentito più minacciato ha istintivamente ‘fatto gruppo’ anche su basi identitarie e perfino xenofobe.

La Svizzera ha superato molte fratture politiche del passato, da quella tra clericali e anticlericali a quella tra diverse religioni e regioni linguistiche. Una spaccatura invece resta ancora molto forte: quella tra città e campagna. Perché?

I fattori che possono contribuire alla permanenza di questo ‘clivage’ sono numerosi, anche se va precisato, come già sottolineato da alcuni sociologi urbani e politologi, che la divisione città-campagna risulta molto meno marcata in Svizzera rispetto ad altri paesi occidentali come gli Stati Uniti, la Francia o l’Inghilterra. Ciò detto occorre ricordare che la socializzazione politica svizzera avviene molto a partire dal livello comunale. Questo porta a fare comunità anzitutto in dimensioni dove è più viva la differenza tra città e campagna, anche a livello di valori e visione del mondo oltre che di esigenze pratiche. Nel frattempo si sono anche invertiti i flussi urbani, con le élite intellettuali e professionali che tornano a concentrarsi nei centri mentre i costi degli stessi spingono fuori gli altri lavoratori.

In questo il Ticino è un caso un po’ particolare: piuttosto insulare rispetto al resto della Svizzera, non ha grandi centri urbani e si confronta con la realtà della frontiera. In che modo questo determina dinamiche politiche eccezionali?

In generale vediamo che anche in Ticino si confermano e si consolidano certe fratture. Per altri versi, però, si tratta di una realtà a sé stante: ha una storia di sviluppo rapido ma fragile, da una realtà prevalentemente agricola a un’economia finanziaria, che già la crisi degli anni Novanta aveva messo a nudo fornendo terreno fertile a movimenti come la Lega. Allo stesso tempo, la sua realtà di frontiera è invertita rispetto a quella di Ginevra o Basilea: se queste città sono poli regionali forti attorno ai quali gravitano anche le regioni dall’altra parte del confine, il Ticino vive diversamente; attrae molti frontalieri, sì, ma resta economicamente e demograficamente subordinato a un centro esterno come Milano, risentendo anche di tutte le difficoltà politiche ed economiche attraversate dall’Italia.

Con quali conseguenze?

In generale, possiamo dire che queste fragilità – a partire da quelle riguardanti il mondo del lavoro – incoraggiano ancora di più il ripiegamento identitario che favorisce formazioni di destra, mentre mancano realtà urbane trainanti capace di dare forza propulsiva alla sinistra. O meglio, alle sinistre: qui come altrove si nota l’emergere di una ‘gauche plurielle’, dove alle istanze più moderate del Ps e a quelle ambientaliste dei Verdi si affianca anche una sinistra le cui rivendicazioni sono molto più incentrate sul tema del lavoro.

Nonostante questo, prevale la percezione di una sinistra ‘binaria’ che sembra più preoccupata dei diritti Lgbtq+ e dell’ambiente che del lavoro. Ma è davvero così?

In realtà queste diverse sensibilità convivono, se non altro costituendo diverse tessere del mosaico progressista. D’altro canto, è caricaturale rappresentare anche l’elettore di destra come qualcuno al quale non interessa nulla dei diritti della comunità Lgbtq+ o del cambiamento climatico. Il problema è che una diversa estrazione sociale e culturale rende giocoforza meno urgente la percezione di questi problemi rispetto a quelli del lavoro, anche quando magari sono letti in chiave più nazionalista.

Lo studio coordinato da Piketty, Amory Gethin e Clara Martinez si concentra sulla contrapposizione destra/sinistra, ma sappiamo che nel mezzo, soprattutto in Svizzera, continuano a giocare un grande ruolo i partiti borghesi. Ancora per poco?

Sicuramente l’inasprirsi delle fratture politiche, unito a quello della disuguaglianza sociale, rischia di porre ancora più sotto pressione il centro. È qualcosa che già si riflette sui risultati in calo dei due partiti borghesi storici. Nulla però è scontato negli sviluppi futuri della nostra configurazione politica. Non credo comunque che il loro ruolo sia destinato ineluttabilmente a ridimensionarsi.

Infine, Piketty e colleghi osservano che l’elettorato femminile si sposta sempre più a sinistra. Questo, insieme all’emergere di nuove formazioni progressiste, tende a controbilanciare le difficoltà della stessa sinistra. Perché?

Anche questa è per certi versi una conseguenza della trasformazione culturale della sinistra, che si è mossa per prima e con più forza per difendere i diritti delle donne: non solo quelli politici, ma anche quelli legati al mondo del lavoro e alle esigenze legate alla politica sociale e familiare. Va detto poi che la questione di genere si intreccia a quella della propria posizione economica: le donne che votano – spesso a sinistra – sono quelle più emancipate anche dal punto di vista professionale e culturale. Lontano dalle urne rimangono le molte che si trovano in condizione di difficoltà e che proprio in quanto donne scontano – ancora più di mariti, padri e fratelli – forme di esclusione economica, sociale e politica.

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