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Keystone
il commento
24.07.20 - 19:330
Aggiornamento : 19:51

Uno spontaneo, obbligato addio

Il procuratore generale 'offre' le sue dimissioni dopo la sentenza del Taf. Ma è l'addio (benvenuto) di una persona con le spalle al muro.

Michael Lauber non si dimette, "offre" le sue dimissioni alla Commissione giudiziaria (Cg) dell’Assemblea federale. "Nell’interesse dell’istituzione". A minare la credibilità della procura federale non è la sua cocciutaggine, l’aver dichiarato il falso, l’aver contribuito a creare una crisi istituzionale (con tutto quel che comporta sul piano concreto del perseguimento penale) accusando pubblicamente l’autorità di vigilanza di nutrire pregiudizi nei suoi confronti. No, è invece "la mancata fiducia nei miei confronti in qualità di Procuratore generale" che "danneggia il Ministero pubblico della Confederazione".

Lauber resta sé stesso. Continuando, di fronte all’evidenza, a "respingere fermamente l’accusa di menzogna". Contraccando quand’è sulla difensiva. Non facendosi da parte nemmeno quando annuncia di volerlo fare. Ma la 'dichiarazione personale' con la quale ha reagito all’attesa sentenza del Tribunale amministrativo federale (Taf), che lo inchioda alle sue responsabilità (cfr. p. 2), non riesce a mascherare la realtà: rimproverato anche dai giudici di aver violato in modo grave i suoi doveri d’ufficio, ormai spalle al muro, al procuratore generale della Confederazione non restava altro che andarsene di sua 'spontanea' volontà. Avesse tergiversato ancora, la Cg avrebbe presto trasmesso una proposta di destituzione (dall'esito prevedibile) all’Assemblea federale. Una fine ancor più ingloriosa per il primo procuratore generale eletto dal Parlamento, oltre che un inutile spreco di tempo.

La pressione su di lui si era fatta insostenibile. In autunno una scarsa maggioranza dell’Assemblea federale lo aveva rieletto per un terzo mandato. Nonostante il preavviso negativo della Cg, e un’inchiesta disciplinare in corso. Poi però tutto è andato a rotoli. L’Autorità di vigilanza sull’Mpc ha appurato che - in relazione agli incontri segreti col presidente della Fifa Gianni Infantino - Lauber ha violato in modo grave i suoi doveri d’ufficio. Un procedimento della maxi-inchiesta Fifa è caduto in prescrizione (identica sorte potrebbe toccare ad altri). La Cg ha avviato una procedura di revoca nei suoi confronti, una cosa mai vista in Svizzera. Mancava soltanto il verdetto dei giudici sangallesi. Che è impietoso: pur relativizzando alcune violazioni commesse dal procuratore generale, il Taf in sostanza ne demolisce la credibilità dandogli del bugiardo.

Lauber ha restituito capacità operativa, solidità organizzativa e credibilità alla procura federale dopo i tormentati anni dei suoi predecessori Valentin Roschacher ed Erwin Beyeler. Ha portato avanti grandi inchieste internazionali (Petrobras, 1MdB), incassato qualche vittoria nella lotta al terrorismo jihadista e in altre inchieste di rilievo (Falciani, Behring). Gli scarsi risultati ottenuti nella lotta alla criminalità organizzata, il primo flop nella maxi-inchiesta Fifa e altri rovesci subiti (la mancata condanna dei dirigenti del Consiglio centrale islamico, ad esempio) non offuscano più di quel tanto il suo bilancio. Ma adesso tutto questo non conta (più). Solo un volto nuovo alla testa dell’Mpc potrà restituire la necessaria serenità a un’istituzione provata dalla vicenda. Serve però anche una riflessione su un altro piano. Perché non sembra normale che gli ultimi tre procuratori generali abbiano dovuto fare le valigie anzitempo, sopraffatti dalle pressioni politiche (Roschacher nel 2006; Lauber nel 2020) o dopo non essere stati rieletti (Beyeler nel 2011).

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