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La repressione in Iran
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‘Donne coraggio’ che sfidano gli Ayatollah fino alla morte

18.01.2023 - 05:30

Campionesse senza hijab, torture, youtubers. Dopo anni di resilienza, si accende la resistenza ma non è ancora rivoluzione.‘Troppi interessi in gioco’


‘Donna, vita, libertà’, è lo slogan che sta incendiando le strade dell’Iran, nel regno repressivo degli ayatollah. Una protesta, guidata da donne coraggiose. Al loro fianco, anche tanti uomini. In prima fila la generazione Z (1997-2010) che sogna la libertà. «Non hanno un leader, non hanno un programma. Sono vittime di una feroce repressione di regime che ha mietuto almeno 700 vittime, tra cui anche una settantina di minorenni. Sono già quattro le impiccagioni comminate dalla magistratura», ci spiega Farian Sabahi, docente universitaria tra i maggiori esperti della storia di Persia. Madre piemontese, padre iraniano, la ricercatrice senior in Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, nei suoi libri ha raccontato l’Iran, la sua società, le sue donne (‘Noi donne di Teheran’). Ci aiuta a capire che cosa significa essere donna in Iran dove lo scorso settembre è morta Masha Amini, la 22enne picchiata dagli agenti della ‘polizia morale’ perché non indossava correttamente il velo. Anni di resilienza, sono diventati resistenza, ma non ancora una rivoluzione, in un Paese dove l’obiettivo del Leader supremo pare essere una repressione ancora più dura. Niente di buono per chi cerca rifugio in Svizzera e trova dei muri. Come ad esempio la famiglia curda di Mira raccontata sulla Regione: tre figli piccoli, da tre anni nel Locarnese, la domanda di asilo politico è stata respinta dalla Segreteria di Stato della migrazione. Malgrado le garanzie delle autorità svizzere di un rientro sicuro, il marito di Mira è stato arrestato. La loro non purtroppo l’unica storia. L’indignazione si fa protesta che riempie le piazze di tutto il mondo.

Come leggere la resistenza, la lotta delle donne in Iran: una rivoluzione senza precedenti?

La resistenza è il punto di arrivo di anni di resilienza delle donne iraniane. Non possiamo ancora definirla rivoluzione, perché non siamo ancora nella fase di un cambiamento radicale nelle strutture politiche, economiche e sociali. Inoltre, non si tratta unicamente della lotta delle donne ma di un movimento più ampio. Le donne sono state (e sono ancora) sicuramente in prima linea. Al loro fianco ci sono anche gli uomini.


Sabahi: ‘Se non c’è un cantastorie ogni sacrificio è vano’

Da dove nasce la protesta?

Dalla mancanza di libertà. In prima fila c’è la generazione Z. Nonostante l’isolamento della Repubblica islamica e nonostante il tentativo degli ayatollah di uniformare il pensiero, i giovani iraniani, grazie alla rete, si sono affacciati sul mondo e hanno incontrato culture diverse. A fine degli anni 90 sono arrivate le parabole sui tetti delle case: così la cultura e la musica occidentale sono entrate in tutte le case. Dal 2000 gli iraniani accedono a Internet. I giovani consumano film, musica occidentale, creano band, gli youtubers mettono online video. Questa generazione sa che non avrà facilmente accesso ai posti di potere perché è un sistema politico ed economico corrotto. Per questo motivo scendono in strada, sono consapevoli di non avere prospettive, i loro sogni sono infranti fin da subito.

Su cosa regge la struttura del potere?

Su una base di consenso, ideologica: c’è chi crede che sia legittimo che gli ayatollah debbano governare (perché fanno le veci dell’ultimo Imam, andato in occultamento, in attesa del suo ritorno sulla terra). Ma anche su un sistema che elargisce sussidi, sotto forma di denaro e di prezzi agevolati. E ancora, su un sistema coercitivo: 500 mila poliziotti, 600mila forze armate regolari, 320mila pasdaran con le armi in pugno, 90mila paramilitari, 300mila riservisti.

Che cosa la colpisce maggiormente della resistenza femminile che ha fatto già tante vittime?

Sicuramente il coraggio delle donne iraniane nello sfidare l’autorità costituita. Penso alla campionessa di arrampicata Elnaz Rekabi che ha gareggiato senza l’hijab (il velo) obbligatorio per le atlete iraniane che gareggiano anche all’estero, e quindi anche ai campionati asiatici di arrampicata sportiva a Seul, unendosi così alle proteste per la morte della giovane Mahsa Amini. Penso alla campionessa di scacchi iraniana Sarasadat Jademalsharieh, che al Campionato mondiale 2022 in Kazakistan non ha indossato l’hijab. Entrambe sono uscite dalla loro ‘comfort zone’, rischiando di perdere tutto. La casa di Elnaz Rekabi è stata distrutta dalle ruspe.

Qual è il ruolo dei media nel raccontare?

È fondamentale. Internet viene rallentato il pomeriggio e bloccato la sera ed è l’unico modo per comunicare con l’esterno, per inviare immagini. Ma ci sono tante fake news, il ruolo dei giornalisti è anche quello di fare fact-checking.

Dalla Svizzera si assiste impotenti, che cosa è utile fare?

Tenere accesi i riflettori sull’Iran, continuare a raccontare che cosa succede. Se non c’è un cantastorie ogni sacrificio è purtroppo vano.

C’è un fil rouge che accomuna le storie delle donne iraniane, curde, afghane...?

Tutte lottano per una vita dignitosa ma sono situazioni diverse. L’Iran non è l’Afghanistan. Le donne in Iran studiano, lavorano, scrivono romanzi, diventano premio Nobel per la pace, vincono la medaglia Fields per la matematica. È una società matura, con una produzione cinematografica, che vince premi a Berlino, Cannes, Venezia, e pure gli Oscar. Le donne iraniane hanno il diritto di voto dal 1963. Al ministero della cultura a Teheran sono iscritte più scrittrici che scrittori. In Iran le donne vanno all’università, due terzi delle matricole è donna, due terzi dei laureati è donna. Maschi e femmine frequentano insieme i corsi universitari.

Gli ayatollah non hanno mai vietato alle donne di studiare. Era un diritto acquisito, come quello di voto. Dunque è ovvio che scendano in strada a reclamare un’uguaglianza di genere anche dal punto di vista giuridico. Rispetto al Kurdistan e all’Afghanistan, i contesti sono completamente diversi.

L’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003 ha detto ‘Mi hanno preso tutto, ma mi è rimasta la voce. Saranno le donne a cambiare l’islam e io tornerò a fare l’avvocata in Iran’. Lei che cosa pensa?

È vero che il regime iraniano non è granitico: ci sono spaccature sia nella leadership religiosa, sia nei pasdaran, sia dentro le famiglie che gestiscono il potere. In ballo c’è però la sopravvivenza del sistema politico, la sopravvivenza della Repubblica islamica. E ci sono tanti, troppi, interessi in gioco: politici, ma anche economici. L’Iran è un paese ricco di risorse: l’80% dell’economia è in mano allo Stato. Di questo 80% la metà pare sia nelle mani dei pasdaran. Che non molleranno l’osso. La Storia ci insegna che, per avere successo, le rivoluzioni hanno bisogno che i militari prendano le parti dei dimostranti. In Iran, per ribaltare il regime dovrebbe quindi esserci la defezione delle forze armate regolari e dei pasdaran. Scenario poco probabile, tenuto conto degli interessi economici dei pasdaran.


Keystone
Indignati per le vittime di una feroce repressione

La protesta non riguarda solo i giovani, si è estesa fuori dai confini nazionali. Questo non dà speranza?

Sì, in Iran ma anche nella diaspora, si sono fatti avanti personaggi che hanno un appeal diverso e hanno tra i 40 e i 60 anni, sono loro ad aver diffuso un breve messaggio la notte di capodanno, allo scoccare della mezzanotte iraniana, dicendo all’unisono: «L’anno 2022 è stato un anno glorioso di solidarietà per gli iraniani di ogni credo, lingua e orientamento. Con organizzazione e solidarietà, il 2023 sarà l’anno della vittoria per la nazione iraniana. L’anno della libertà e della giustizia in Iran».
Non sarà comunque facile e non auspico un intervento militare straniero. Non penso che la diaspora da sola potrà cambiare la situazione.

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