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08.07.22 - 07:07

Previdenza e reddito di cittadinanza

di Lino Ramelli, già direttore Divisione delle contribuzioni
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Le revisioni o i tentativi di revisione dell’Avs e della previdenza professionale si susseguono ormai da decenni senza che si trovi una soluzione stabile e duratura e non è da escludere che anche l’attuale Riforma Avs 21, la quale in pratica non fa altro che garantire la sostenibilità finanziaria del sistema attuale per qualche anno, non superi l’ostacolo del voto popolare.

Il sistema dei "3 pilastri" implementato progressivamente a partire dagli anni 50 è stato una conquista sociale importante adattata alla realtà del momento. La carenza iniziale di un sistema di previdenza generalizzato è stata colmata con la creazione dell’Avs e in seguito sono stati introdotti i vari tasselli che compongono il modello attuale.

Il mondo odierno non è più lo stesso. L’inesorabile invecchiamento della popolazione, la mondializzazione, l’accresciuta concorrenza internazionale, la digitalizzazione, i nuovi modelli di lavoro, la minaccia climatica o eventi eccezionali come la recente pandemia o la guerra alla porta di casa, hanno prodotto incertezza e discontinuità nella crescita della nostra economia, maggiori disparità sociali e soprattutto una crescente precarietà nel mondo del lavoro.

Il modello attuale di previdenza basato principalmente sulla complementarità delle rendite e un’attività professionale regolare e continua non sarà più in grado di offrire redditi decorosi a una buona parte dei nostri giovani poiché l’apporto del secondo pilastro tenderà a diminuire e la sola rendita Avs non copre più già adesso i bisogni vitali.

Gli sforzi effettuati finora per riformare il sistema si sono persi in dibattiti su disposizioni che spesso trovano la loro origine in un passato ormai remoto. Il confronto politico tra destra e sinistra ha poi fatto il resto. Solo un cambiamento radicale di paradigma permetterà di uscire dall’impasse attuale e di trovare soluzioni sostenibili a lungo termine. Piuttosto che focalizzarci sul finanziamento di uno dei pilastri o su contromisure legate a situazioni particolari occorrerebbe interessarsi a una vera riforma senza necessariamente lasciarsi influenzare dall’esistente.

Immaginiamo per un momento di vivere in un mondo nuovo confrontato per la prima volta con la questione della previdenza. Il primo obiettivo sarebbe probabilmente di garantire a tutti gli aventi diritto, nel modo più semplice possibile, una rendita che permetta di vivere degnamente coprendo tutti i bisogni vitali, senza immaginare soluzioni basate su una moltitudine di prestazioni e sussidi vari. L’importo dovrebbe essere univoco, senza differenziazioni di genere, età, stato civile, regionali o altro. Se ci riferiamo alla Svizzera attuale, questo potrebbe essere realizzato mediante un drastico potenziamento dell’attuale primo pilastro (a titolo indicativo, almeno del 50%).

Una volta coperti i bisogni primari si può riflettere sulla soddisfazione dei bisogni meno essenziali e personali. La previdenza professionale come concepita attualmente manterrebbe il suo scopo, assicurare integralmente il livello di vita precedente, ma avrebbe un carattere più marginale e mirato sui beni e consumi non primari, ma non per questo meno legittimi. Il carattere obbligatorio potrebbe essere mantenuto, ma con una maggiore libertà per l’assicurato (prelievi per l’acquisto di un immobile o l’inizio di un’attività indipendente) poiché non sussisterebbe il rischio di cadere nell’indigenza. Si potrebbe anche ipotizzare una versione puramente volontaria mettendo le casse in concorrenza tra di loro per ottimizzare i rendimenti, ma andrebbe approfondita la questione del mantenimento della partecipazione padronale o la sua eventuale compensazione tramite un aumento di salario per le persone che rinuncerebbero a questa forma di rendita.

In altri termini, una prima rendita che copra realmente tutti i bisogni essenziali nella stessa misura per tutti e una seconda legata ai redditi professionali precedenti e destinata a scopi più personali.

Il finanziamento di tale modello richiederebbe in primo luogo un importante travaso di prelievi dalla previdenza professionale. La compensazione delle rendite complementari e altri sussidi ormai privi di oggetto sarebbe un secondo tassello importante. La semplificazione del modello potrebbe inoltre condurre a risparmi amministrativi e a controlli più efficaci. A lungo termine e a causa dell’invecchiamento della popolazione saranno però necessarie altre misure quali l’innalzamento dell’età del pensionamento (per tutti i generi), un aumento dell’Iva ecc., misure forse più facili da proporre nell’ambito di un cambiamento radicale di modello con rendite identiche per tutti che in occasione di modifiche mirate unicamente su questo aspetto.

La cerchia dei beneficiari andrebbe inevitabilmente limitata ai "residenti legittimi" onde evitare un afflusso di migranti. I criteri applicati in Italia per il reddito di cittadinanza potrebbero costituire un riferimento interessante.

Definito un modello destinato alla previdenza, ci si potrebbe chiedere se non possa essere esteso ad altre situazioni nelle quali l’accesso a un’attività remunerata non è più totalmente o parzialmente possibile per motivi indipendenti dalla propria volontà e divenire di fatto un reale reddito di cittadinanza.

Lo sviluppo di tale modello richiederebbe naturalmente l’approfondimento di molteplici aspetti e la sua eventuale implementazione non potrebbe che essere progressiva sull’arco di almeno una generazione, ma vale forse la pena di valutarne seriamente la fattibilità.

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