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12.01.22 - 07:18
di Arnaldo Alberti

I nuovi baroni

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Non ritengo utile entrare nel merito delle disavventure del tennista serbo Novak Djokovic, né tanto meno perdermi nei meandri nella diatriba fra Putin e il “vecchietto” Biden sulla questione dell’Ucraina. M’interessa invece il pensiero dominante che nutre lo spirito dei populisti del nostro paese. Si credono tutti ricchi e si oppongono, con caparbietà, alle politiche volte a instaurare un’equa ridistribuzione della ricchezza. Il populista povero vuol diventare ricco, se possibile anche miliardario, paradossalmente seguendo ciò che il ricco, conosciuto come difensore strenuo dei suoi privilegi e del suo denaro, gli suggerisce o gli ordina di fare. Già nella Grecia antica, il potere era assegnato all’aristocrazia (il governo dei «migliori») per eccellenza di nascita e, come accade ancora oggi, per privilegio di ricchezza. Sappiamo che dopo la rivoluzione francese del 1789, ispirata dalle riflessioni illuministe, l’aristocrazia del sangue perde i privilegi sociali, si rinnova e s’imborghesisce. La democrazia che sorge tuttavia ha in sé un peccato originale: il popolo continua a legittimare il governo dei nuovi baroni che devono guidarlo, ma paradossalmente è sempre più raro trovare esempi di estrazione popolare nelle scale elevate della gerarchia di partito o di governo. E questo porta a una deformazione lessicale; il lemma democrazia dovrebbe essere sostituito con oligarchia o, come torna in voga, baronia. Invece di quelle del sangue, magistralmente descritte da Marcel Proust nella Recherche, le nuove aristocrazie del denaro hanno abbandonato l’educazione alla nobiltà. Oltre all’esteriore eleganza, al garbo, alla signorilità, l’aristocrazia del vecchio regime tendeva all’elevatezza spirituale, alla perfezione morale o intellettuale, alla generosità nei propositi e nei sentimenti. In sintesi l’eccellenza educativa doveva essere accompagnata da un sincero senso dell’onore e da una severa dignità formale. Dove le persone subiscono le sofferenze e i disastri di una pandemia che opprime, la politica e i suoi baroni vedono opportunità. Il covid è stato un ottimo viatico per consolidare la gerarchia che costituisce la stessa politica. A questo proposito abbiamo visto sulla Tv, non senza provare un sentimento di sbigottimento, due Consiglieri di Stato raccogliere al telefono le promesse di donazioni per la Catena della Solidarietà. Non c’è niente di nuovo in quest’atteggiamento infantile, o perlomeno immaturo, volto esclusivamente ad acchiappare qualche voto in più ma assolutamente inadeguato per un magistrato politico. Ricordo che mezzo secolo fa un conosciuto onorevole, poco prima delle elezioni, quando le chiese ancora erano frequentate, per promuoversi politicamente andava sull’altare a fare il chierichetto. Fa pena constatare che dietro un discorso o un atteggiamento dichiaratamente altruista e generoso si nascondono motivazioni pulsionali, desideri inappagati di dominanza e non raramente ricerche di soddisfazioni narcisistiche. Così come non c’è niente di nuovo, proprio perché ripetitivo nei destini dell’esercizio del potere, il fatto che un gruppo o partito con interessi comuni “abbatte democraticamente” il potere dell’avversario. Consolante può essere che, insediato un nuovo sistema, subito si scatena in seno al nuovo potere eletto una lotta per la dominanza. Perciò e infine, il sistema gerarchico si basa proprio sulla demarcazione tra chi crede di esprimere un voto libero e una classe, quella preminente per patrimonio, si auto consolida di volta in volta. La gente comune s’illude, per brevi istanti, di poter placare l’insoddisfazione di origine economica o sociale, approvando un insignificante aumento, offerto dal barone o deciso dallo Stato, del potere d’acquisto che tuttavia mai è sufficiente per raggiungere la ricchezza e l’accesso, nella gerarchia delle nuove baronie, a una classe superiore. In sintesi con ciò si rinnova all’infinito, nell’esercizio del potere, il sistema clientelare che lo sorregge. Si conferma così la massima scritta oltre mezzo secolo fa, da un barone vero, nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

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