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Naufraghi.ch
12.07.22 - 21:06
Aggiornamento: 13.07.22 - 00:04

I fatti alla fine sono testardi

Intervista a Klodiana Lala, giornalista albanese che denuncia il malaffare di Tirana rischiando quotidianamente la vita

di Elvira Dones
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Keystone
Tirana, 7 luglio 2022: davanti alla casa del Primo Ministro, per chiederne le dimissioni

Klodiana Lala è una giovane donna asciutta, un delicato fascio di nervi. Da quattordici anni fa la giornalista d’inchiesta in Albania e denuncia, espone fatti, tratteggia mappe delle collusioni tra criminalità e potere politico. Non è l’unica: un manipolo di coraggiosi giornalisti lavora senza sosta, a proprio rischio e pericolo. Nel marzo scorso, a Vienna, Klodiana Lala è stata insignita del Free Speech Award dal South East Europe Coalition of Whistleblower Protection.

Ai primi di settembre del 2018, nel cuore della notte, contro la casa dei genitori della giornalista, poco fuori la capitale Tirana, viene sparata una raffica di pallottole. Quattordici per l’esattezza, stabiliranno più tardi le forze dell’ordine. Nella casa, insieme agli anziani genitori, risiedono spesso le due figlie della giornalista. Si trattava ovviamente di un avvertimento mafioso in piena regola. Nonostante lo scalpore sollevato nei media e nell’opinione pubblica, il caso è ancora un mistero: nessun arresto, nessuna incriminazione.

Nel corso degli anni diversi giornalisti albanesi ‘scomodi’ sono stati costretti a lasciare il paese. Klodiana Lala: "Quelle pallottole sono impresse profondamente nella mia memoria; mi hanno sconvolta sì, ma non intimidita al punto da farmi rinunciare a fare ciò che faccio. Minacce di morte sono arrivate sotto diverse forme. Alcuni anni prima della raffica del 2018, alla redazione del quotidiano ‘Gazeta shqiptare’ dove lavoravo a quei tempi, arrivò una lettera anonima che minacciava di morte me e la mia famiglia. Lo denunciammo alla polizia, ma poi il dossier venne archiviato senza che fossero mai stati scoperti i mandanti".


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Klodiana Lala

Klodiana Lala: lei è giornalista d’inchiesta in Albania. Avrebbe potuto scegliere di fare, per esempio, la giornalista politica, o la moderatrice televisiva: due altri profili impegnativi e importanti, ma meno pericolosi di ciò che ha scelto e porta avanti con tenacia. Perché?

In nessun momento della mia carriera professionale ho pensato di occuparmi d’altro: solo inchieste. È un mestiere difficile ma ti dà molta adrenalina. Ti mette al servizio dei più deboli e ti permette di esporre gli aspetti più bui di una società, di un paese, ti consente di indagare e scoprire i legami occulti tra il mondo della politica e quello del crimine. Ovvio, questo comporta dei pericoli, ma un giornalista dovrebbe essere pronto ad accettare il rischio. Più che una professione, il giornalismo è una missione da compiere al meglio delle proprie possibilità. Continuo a insistere nel mio lavoro perché così facendo do il mio piccolo contributo al servizio del mio paese. Da quando mi sveglio al mattino fin quando vado a dormire a tarda notte, dopo una giornata più o meno faticosa, penso che questo è il paese in cui vivo e dove sto crescendo le mie figlie. Penso che loro meritano di crescere in una società migliore di quella attuale, meritano di avere un futuro degno delle loro speranze.

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Breve sguardo su una fragile democrazia

Dell’Albania si sa relativamente poco in Europa, forse perché un paese così piccolo e arretrato non interessa molto. Da 31 anni l’Albania – dopo la caduta del muro di Berlino e il disfacimento dell’ex blocco sovietico – è uno Stato formalmente democratico. Paesaggisticamente bella da nord a sud – con monti, valli selvagge, e una costa mozzafiato – l’Albania è oggi luogo di villeggiatura di molti viaggiatori, anche occidentali. Il turismo è diventato un’importante risorsa economica. La gente è ospitale, la vivacità coinvolgente. In quel fazzoletto di terra grande suppergiù due terzi della Svizzera, denso di storia e di meraviglie architettoniche, si trovano tracce dell’impero romano, dell’antica Grecia, e di cinque secoli di dominazione ottomana. L’Albania regala al turista bellezza e storia in abbondanza.

Ma dietro alle comode strade che ora collegano i quattro angoli del paese, dietro alle costruzioni moderne, ai centri commerciali e al tangibile progresso, c’è una realtà diversa, più subdola e più difficile da afferrare.

In poco più di tre decenni l’Albania ha sofferto di tutte le malattie infantili tipiche dei paesi post-comunisti. Dopo l’iniziale euforia per la liberazione da una feroce dittatura stalinista durata 47 anni, il paese ha dovuto improvvisamente fare i conti con un nuovo sistema politico, un nuovo ordine totalmente sconosciuto e fatto di responsabilità individuali e collettive. E ha scoperto che la gestione della democrazia non la si impara con un corso accelerato. Dopo che le prime elezioni più o meno libere (nel marzo ’91) vedono ancora il trionfo dei comunisti, l’anno seguente va al potere il partito democratico (centro-destra) di Salì Berisha: una stranezza, visto che Berisha è un ex comunista, cardiologo di fiducia dell’ex dittatore Enver Hoxha. Segue negli anni un’alternanza di governi formalmente di centro-destra e centro-sinistra, che però poco si differenziano per programmi politici, e hanno tutti in comune una gestione rapace del potere. Nel ’97, dopo il crollo delle cosiddette "piramidi finanziarie" (una colossale truffa a danno di decine di migliaia d’ingenui cittadini che pensavano di aver trovato il modo di campar bene senza faticare) l’Albania evita per un soffio la guerra civile. La corruzione e il malaffare diventano endemici, a ogni livello. Il paese evita accuratamente di fare i conti con i capitoli più bui del suo passato, tant’è che dalla vita politica albanese non sono scomparsi gli ex alti esponenti della dittatura comunista e i loro epigoni.

In compenso è strabiliante l’efficienza con cui è cresciuta, si è organizzata, e ha allungato i suoi tentacoli anche in Occidente la malavita albanese. Inizialmente era composta in buona parte da ex membri dei temutissimi servizi segreti dell’era comunista, la famigerata Sigurimi: scalzati dal potere al crollo del regime. I Sigurimsat avevano però un buon know how in materia di affari sporchi, e disponevano già – grazie al contrabbando di sigarette, praticato per anni per rimpinguare le vuote casse del regime – di una rete di collegamenti con le mafie italiane. Si unirono a loro farabutti di strada di ogni tipo che aspiravano al denaro facile, meglio ancora se guadagnato sulla pelle delle giovani albanesi trafficate, ridotte in schiavitù, e costrette a prostituirsi sulle strade d’Europa.

L’Albania di oggi non può essere dunque compresa senza conoscere il suo passato, quel miscuglio tra vecchio e nuovo, tra voglia di modernità e società patriarcale dominata dall’uomo forte.

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Oltre ai lettori, al pubblico che rispetta e ammira il suo lavoro, ha trovato o trova appoggio e supporto dalle forze dell’ordine, dai rappresentanti delle forze politiche del paese?

Ciò che mi dà la forza di andare avanti è solo la gente comune, da loro e in loro ho trovato e trovo la solidarietà. Mi tengo lontana dai rappresentanti del mondo politico, perché in Albania se questo o quell’esponente politico ti appoggia, lo fa solo per i propri interessi, mai per idealismo. Ogni qualvolta un giornalista tocca gli interessi di un politico, si trova in balia di attacchi in tipico stile mafioso, viene sommerso dalla macchina del fango che le tenta tutte per inquinare, sminuire o relativizzare i fatti esposti. Ciò detto, credo che i semplici cittadini abbiano la capacità di distinguere tra giornalismo onesto e serio e quello di parte. Capiscono che un’investigazione seria e approfondita è fatta al servizio della pubblica opinione. Sì, l’ambiente in Albania è tossico, ma mi aggrappo al credo che l’opinione pubblica sappia distinguere tra un giornalista prezzolato e uno al servizio della verità. I fatti, alla fine, sono testardi.

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Dal 2013 l’Albania è guidata dal governo nominalmente socialista di Edi Rama, già sindaco di Tirana. Rama vinse le elezioni politiche del 2013 promettendo un cambiamento radicale nel modo di fare politica – e molti, moltissimi gli credettero. Era l’uomo della speranza: pittore di formazione, aveva messo a segno un gran colpo facendo ridipingere a colori sgargianti i grigi, squallidi, tristissimi edifici della capitale: una ventata di vita e allegria a poco prezzo che aveva convinto gli albanesi, ma anche gli osservatori stranieri. "L’artista prestato alla politica" è la formula magica con cui Rama ha sedotto le cancellerie occidentali, che in questi anni non gli hanno fatto mancare il loro appoggio.

Il governo Rama è oggi al suo terzo mandato e ha la maggioranza assoluta in parlamento, grazie anche a una scellerata lotta intestina delle forze d’opposizione, ormai allo sbando e senza una reale prospettiva di rinnovamento (basti pensare che sono tornate sotto la guida dello screditato Sali Berisha.) Ma nonostante le promesse, il grande cambiamento non c’è stato; l’economia non produce quasi niente e l’Albania è oggi – insieme al Kosovo – il paese con il più basso reddito pro capite dell’area balcanica e il più alto tasso di povertà. Nel tentativo di coprire i suoi numerosi fallimenti (a cominciare dalla sempre rinviata adesione all’Ue, perché il paese continua a non soddisfare le condizioni), il capo del governo ha messo in piedi una formidabile macchina propagandistica; ha addirittura creato un canale tv tutto suo, ERTV (che sta per Edi Rama TV) dove con frequenza quotidiana confeziona video dei presunti successi del suo governo. E ormai in Albania non si muove foglia che Rama non voglia.

Edi Rama si atteggia a uomo della provvidenza, ma è in fondo un uomo fragile perché sa esattamente a chi deve inchinarsi e con chi cogestisce il paese: con la mafia, con i signori del cemento, con gli oligarchi locali, quelli che foraggiano le sue campagne elettorali. La facciata della propaganda sta scricchiolando davanti agli occhi degli albanesi onesti, stanchi, e senza più illusioni. Per molti di loro la fuga dal paese resta ancora l’unica via verso una vita migliore e l’unico futuro da offrire ai propri figli. Tra il 2000 e il 2019 è emigrato all’estero mezzo milione di albanesi. La fuga dei cervelli è ormai un fenomeno normale; a beneficiarne sono i paesi europei, la Germania in primis, che continua ad accogliere medici, infermieri, ingegneri, e così via.


Keystone
Edi Rama, Primo Ministro albanese

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Come vede l’Albania di oggi? Dove sta andando il paese? Pensa ancora che il suo lavoro e quello dei suoi colleghi, quel "pugno" di giornalisti onesti e coraggiosi, possa realmente cambiare qualcosa nell’odierna società albanese?

L’Albania è stata mal gestita per trent’anni, per dirla con un eufemismo. Ogni governo ha solo abusato del suo potere e reso gli albanesi più poveri. Gli albanesi di oggi, la stragrande maggioranza, non vive ma a malapena sopravvive. Le città più importanti sono state sfigurate da grattacieli di cemento. L’Albania di oggi è un paese di transito del traffico di cocaina ed eroina di mezzo mondo. Tramite le "leggi speciali" (le famigerate PPP, Partnership Pubblico-Privato) del governo attuale, i ricchi del paese stanno diventando ancor più ricchi. L’attuale parlamento e il governo albanese sono letteralmente ostaggi nelle mani del crimine organizzato. Questo potrà cambiare solo il giorno in cui i cittadini (il popolo albanese) riusciranno a reagire con forza rivendicando i loro diritti, chiedendo il rovesciamento dello Stato attuale. Ecco perché i miei stimati colleghi e io insistiamo. E rinunciare non è da noi. L’Albania della gente onesta ha bisogno di noi, e noi cerchiamo di esserci.

Si sente sola in quello che fa? Come sono i suoi rapporti con i colleghi giornalisti in generale?

Ci sono stati molti momenti in cui mi sono sentita sola, senza appoggi. Ma questa è la conseguenza della complessità dell’intreccio d’interessi in questo paese. Constato con rammarico che molti colleghi giornalisti si sono piegati alle pressioni del triangolo politica-business-crimine organizzato. Sono questi giornalisti che non sono solidali, non solo con me ma con nessun giornalista che espone, denuncia i numerosi scandali del paese. A ogni modo, quella è una loro scelta. I media in generale, in Albania, versano in cattive condizioni, attraversano un pessimo momento. Io credo fortemente però nell’integrità di un pugno di giornalisti che operano in una realtà avvelenata ma non rinunciano alla loro integrità, non mercanteggiano con la verità. Il supporto di questi ultimi mi è prezioso e sono loro grata; ci facciamo forza a vicenda. Un’altra cosa che mi rende felice è che le mie fonti giornalistiche si fidano di me, hanno fiducia e considerazione per la serietà con cui svolgo le mie inchieste. Senza le loro testimonianze e le loro dritte i miei sforzi non sarebbero andati lontano. Non ho mai tradito o reso pubblico nemmeno una di quelle fonti, è la prima regola del giornalismo investigativo, no? Sono e restano una fiducia e un rispetto reciproci.

Tra le sue numerose inchieste, quale le sta più a cuore?

Vado fiera del lavoro che abbiamo svolto investigando e portando alla luce i legami tra crimine organizzato ed esponenti della politica nel famigerato dossier 339. In collaborazione con BIRN (Balkan Investigative Reporting Network) scoprimmo come elementi del mondo del crimine organizzato influenzarono la campagna elettorale del 2017, comprando voti a favore del Partito socialista oggi al potere. Era un’investigazione, perché influenzare e manipolare il voto significa minare alla radice il sistema democratico. Per la prima volta, e in maniera inequivocabile, abbiamo potuto provare con i fatti la collaborazione tra gruppi criminali e mondo politico, il fenomeno che sta tenendo il paese in ostaggio.

Per gentile concessione di www.naufraghi.ch

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