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reportage dall’ucraina
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07.12.22 - 05:30
Aggiornamento: 09:03

Freddo, paura e fantasmi. ‘Ci troveranno morti assiderati’

Le città strappate all’invasione tornano ad accendersi con generatori e candele. ‘Sembra di rivivere la Seconda Guerra Mondiale che raccontava mio nonno’

di Cristiano Tinazzi da Kharkiv
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Una donna ucraina con una candela durante un blackout (Keystone)
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"Non mi piace guidare la sera. Troppi incidenti, e i semafori non funzionano". Shaughn guarda fisso la strada. Viene da Denver, Colorado. È un meccanico e negli Usa lavorava per una nota casa automobilistica tedesca. Quando è scoppiata la guerra ha lasciato il lavoro, ha lanciato una raccolta fondi per coprire le prime spese necessarie per viaggio, vitto e alloggio ed è partito. "Non ho una famiglia e non ho dei bambini, e quindi mi sono sentito più libero di fare una scelta del genere. Sono un meccanico e posso dare il mio contributo riparando ambulanze e veicoli militari o qualsiasi altra cosa abbiano bisogno di riparare".

Su Youtube c’è un servizio di una televisione americana su Shaughn. Viene intervistato anche il suo datore di lavoro e sia lui sia i conduttori da studio si mostrano entusiasti della sua scelta. È un amico di Misha, proprietario di un locale nel centro di Kharkiv, trasformato nel marzo scorso in un deposito di generi alimentari e gestito da una rete di volontari. In quel periodo era una delle poche realtà a muoversi per la città, nel tentativo di organizzare una resistenza civile e portare aiuti umanitari ai cittadini assediati dai russi, dal freddo e dalla fame.


Si cucina come si può anche per i cani (KEystone)

Il gatto Shevchenkot

Shaughn ha una mole imponente ed entra a fatica nell’abitacolo del Suv. Ha un gatto che si chiama Shevchenkot, un po’ un gioco di parole tra il nome del poeta Taras Shevchenko e ‘kot’ che in ucraino significa gatto. Shevchenkot lo ha trovato a Izyum, poco dopo la sua liberazione, quando è entrato con una missione umanitaria portando aiuti alla popolazione. O forse è il gatto che ha trovato lui, perché appena ha visto Shaughn non ha più smesso di cercare carezze. E lui se l’è portato via.

Kharkiv è cambiata molto in questi mesi. È una città che è tornata a respirare e a sorridere, per quanto possibile. Nei primi mesi di guerra ansimava, singhiozzava, a volte moriva. Il senso del termine ‘città fantasma’ era così chiaro in quei giorni di edifici abbandonati e ombre furtive, dove la gente viveva al freddo negli scantinati e sotto la metropolitana. I russi ora non sono più alle sue porte, non bombardano, senza pietà, come prima. I negozi sono riaperti, i supermercati, i bar, hanno alzato nuovamente le loro saracinesche. Le pompe di benzina sono aperte e non ci sono più code di centinaia di persone davanti a camion che portano cibo e pasti caldi; niente più file davanti alle farmacie. Kharkiv è libera. Anche se i missili continuano ad arrivare.

La linea del fronte

La distanza dalla linea del fronte qui si misura con i calibri dei pezzi di artiglieria o di sistemi missilistici che possono o non possono ancora colpire. Prima le batterie di Grad spazzavano il centro abitato. Poi la liberazione della zona nord fino al confine con la Russia e una seconda avanzata a est hanno portato a riconquistare quasi tutto l’oblast di Kharkiv, impedendo ai russi di utilizzare artiglieria e razzi. Ma i missili Cruise continuano a colpire.

Shaughn guida attento nel traffico. Come secondo lavoro insegna inglese a un gruppo di ragazzini ucraini. "Spesso quando interagisco con loro li trovo assenti. Molti sembrano distanti. Hanno in testa la guerra e pensieri che li spingono lontano". I traumi che la popolazione si porta dentro e come curarli sono un problema serio, accantonato spesso nelle fasi degli interventi in emergenza perché le priorità sono altre: salvare vite, trovare una sistemazione, fornire pasti e aiuti materiali a milioni di persone.


Una foto tra le macerie (Keystone)

In fila per il pane

A più di duecento chilometri di distanza, Halina Serigina sta facendo la fila per avere del pane. Insieme a lei un’altra cinquantina di persone. Abita a Bakhmut, dove si trova la linea di combattimento più infuocata di tutto il Donbas. Da cinque mesi i russi la bombardano incessantemente nel tentativo di conquistarla. La maggioranza delle persone rimaste, circa diecimila rispetto alle novantamila che si trovavano qui prima del conflitto, è composta da anziani o famiglie senza le possibilità economiche per affrontare un viaggio verso l’ovest dell’Ucraina. Halina potrebbe spostarsi, ha una figlia in Inghilterra che l’ha pregata più volte di raggiungerla. Ma lei non vuole sentire ragioni. Vive in un palazzo popolare, l’unica rimasta nell’edificio, vicino a un ponte distrutto poco distante dal centro città. "Devo curare i miei cani e miei gatti e gli animali che ho raccolto per strada. Se me ne vado chi pensa a loro? Qui li uccidono e molti sono scappati abbandonandoli. Non possono sopravvivere da soli".

Halina veste una tuta imbottita fucsia, un cappello di lana in testa e non ha paura dei colpi di artiglieria che cadono incessantemente intorno a lei. Ogni trenta, quaranta secondi, sibili lacerano l’aria e la terra trema. "Ho paura del freddo; di questo ho paura adesso. Se non ci aiuta qualcuno, se non troviamo un modo per riscaldarci, ci troveranno morti assiderati dentro le nostre case". Nel quartiere vivono altre persone. Gruppi sparuti, anche qui fantasmi che si riuniscono intorno a un fuoco nei giardini, davanti ai portoni, nel tentativo di scaldarsi e di preparare sulle braci qualcosa di caldo da mangiare. In città non c’è più acqua potabile, non c’è gas, elettricità o riscaldamento. Le persone si procurano la legna tagliando gli alberi o prendendola dai tetti delle abitazioni distrutte.


Una tenda per ricaricare le batterie di telefoni e computer (Keystone)

Quello che resta del ponte annientato dai russi è adagiato sul letto del fiume. Qualcuno ha appoggiato pannelli di legno e scale sulle macerie, nel tentativo di creare un passaggio. Donne e uomini lo attraversano. Una anziana signora scivola dal terrapieno e rotola verso il basso, trascinando con sé due borse di plastica che si aprono facendo fuoruscire frutta, pane e scatolame. Due uomini corrono ad aiutarla, è ferita al volto. "Dall’altra parte del fiume è ancora peggio", dice uno di loro. "Le persone uccise non riusciamo a portarle da questo lato del fiume, vengono seppellite nei giardini di casa". Il freddo è pungente, l’acqua del fiume gelida. Arriva un camion di volontari che consegnano beni di prima necessità. Halina dice che rimarrà sempre qui, anche se verranno i russi. "Russkiy mir", dice sprezzante, allargando le braccia. "Eccolo il mondo russo".

Nel buio di Kramatorsk

A Kramatorsk, a una cinquantina di chilometri di distanza, la città è al buio. Da settimane manca il gas e da qualche giorno sono iniziati i blackout programmati a causa dei bombardamenti russi, che hanno iniziato a martellare le infrastrutture civili. Il mercato locale brulica di prima mattina di militari e civili. Nelle prime ore del pomeriggio è già tutto chiuso. Nelle case ci si prepara da mangiare non appena viene riallacciata la corrente, che normalmente manca dalle dieci di mattina fino alla sera. Le temperature si sono notevolmente abbassate e in molte zone sono già sotto lo zero. Colpire le centrali elettriche, le forniture di gas per lasciare al freddo e senza luce milioni di persone è un ennesimo crimine di guerra da inserire in una serie infinita, migliaia commessi in questi lunghi nove mesi di guerra.

Valentina vive in uno scantinato da otto mesi. Ha due figli: una è a Kyiv ed è una volontaria, l’altro non lo sente più da anni, è a Mosca ed era un sostenitore delle milizie separatiste filorusse quando la città era stata presa dagli uomini del colonnello Igor Girkin nel 2014. "La mia casa era stata bombardata durante gli scontri tra esercito ucraino e separatisti, poi io e mio marito l’abbiamo ricostruita, ma da quando è scoppiata la guerra ho paura a starci dentro, preferisco stare nello scantinato". Insieme a lei ci sono una ventina di gatti. L’odore nello scantinato, misto a umidità e urina, è forte. Scatolette, sacchi di cibo per animali, conserve, vestiario e una torcia elettrica, un fornellino a gas per scaldare il cibo, mobili vecchi accantonati, vestiti sparsi in giro o accumulati in mucchi posti su altri oggetti. "Mio marito è morto nel sonno, nel nostro letto poco prima di questo inferno, ed è stato fortunato perché non ha potuto vedere tutto questo. Ogni tanto lo sento ancora in casa, ci parlo, poi mi rendo conto che non c’è più". I suoi occhi diventano lucidi. "Vedi, c’è chi è ottimista nella vita e pensa che tutto vada per il meglio, poi c’è chi è pessimista. E poi ci sono i realisti, e io sono realista e vedo le cose per come stanno. Né belle, né brutte".


Candele a Leopoli pronte per essere inviate verso l’area del fronte (Keystone)

Aspettare la primavera

Valentina aspetta la primavera perché così le sue piante e il suo pesco rifioriranno. Dal Donbas, la strada che porta a Kharkiv è completamente ricoperta di bianco. La neve ha coperto i carri armati distrutti e i rottami di auto e veicoli corazzati che si trovano lungo il percorso. Bandiere di unità militari e bandiere ucraine sventolano nei luoghi dove si sono tenute le battaglie e dove, simbolicamente, riposano i corpi dei caduti. Una pioggia insistente batte i vetri della macchina e tutto intorno, mescolandosi a terra con il fango e i resti di carri armati, case distrutte, alberi spezzati, vite scomparse. Paesi interi dove non una sola abitazione è rimasta in piedi. Di un monastero rimangono brandelli di mura e parte del campanile. Forse Dio vede anche queste terre, e chiude gli occhi.

Il treno che da Kharkiv deve andare a Kyiv è in ritardo. Shaughn mi ha appena accompagnato in stazione e siamo in anticipo. Le strade sono completamente buie. Dentro la stazione, parzialmente illuminata da un generatore, centinaia di persone attendono di sapere se e quando il treno partirà. Il termometro segna meno quattro gradi. Durante la giornata Mosca ha lanciato più di cento tra missili cruise e droni. Diverse centrali elettriche sono state danneggiate o distrutte. La linea ferroviaria è stata interrotta. Il personale ferroviario ci porta in una sala buia, consegnano biscotti e acqua. Comunicano che stanno cercando di formare un nuovo treno, quello che doveva arrivare da Odessa è in forte ritardo quattro ore di attesa il treni parte. Un percorso che normalmente si fa in cinque ore, ne richiede quindici.

Le candele della capitale

Anche a Kyiv manca l’elettricità e il sistema idrico è temporaneamente sospeso. Nel sottopassaggio della stazione è stato allestito uno rifugio con prese elettriche per ricaricare cellulari e altro. Donne e uomini con un giubbotto rosso si muovono avanti e indietro dando informazioni. Il sindaco Vitalij Klitschko ha fatto sapere che sono state allestiti decine di postazioni dove la cittadinanza, in caso di emergenza, può andare. Luoghi dotati di generatori e di scorte di beni di prima necessità. Le persone si arrangiano come possono per superare questo inverno. Si comprano generatori, tende, sacchi a pelo per montagna. Nelle case di Kyiv si cucina con le candele, se manca il gas o l’elettricità. Gli attacchi russi hanno danneggiato quasi il quaranta per cento circa delle infrastrutture energetiche ucraine. "Sarà un inverno duro, come quelli che mi raccontava mio nonno della Seconda Guerra Mondiale". Dice un uomo mentre sta distribuendo cibo e un te caldo a una lunga fila di persone fuori dalla stazione. "Se continuano a colpire le centrali elettriche sarà dura, ma ci stiamo organizzando per superare anche questo. Non abbiamo scelta".


Una delle tende in cui ripararsi nelle aree senza corrente elettrica (Keystone)

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