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01.04.22 - 10:39
Aggiornamento: 14:19

‘Mia madre uccisa in casa, l’abbiamo lasciata in garage’

Una famiglia in fuga da Mariupol: ‘Colpita alla testa mentre si riscaldava accanto al fuoco’. Due lituani: ‘Qui per combattere contro gli orchi russi’

di Cristiano Tinazzi da Dnipro
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Keystone
Una famiglia in fuga da Mariupol
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"Quando sono partito ho detto ai miei due figli che andavo ad aiutare altri bambini. È stata una decisione difficile perché sapevo che avrei potuto non tornare indietro. L’ho fatto per difendere gente innocente da questa invasione senza senso".

Al confine con la Russia, nei pressi della città di Kharkiv, un gruppo di persone ha operato per cinque giorni dietro le linee nemiche di Mosca. Non sono militari di professione, anche se molti di loro hanno un passato nelle forze armate e nei battaglioni di volontari che nel 2014 hanno combattuto in Donbass; non sono neanche semplici membri delle unità di protezione territoriale. Sono osservatori infiltrati: il loro compito è indicare le posizioni dei russi e far aprire il fuoco dall’artiglieria ucraina contro di loro.

I rinforzi dal Baltico

Quando rientrano, uno degli uomini porta con sé un sacchetto nero. "C’è una testa di orco", dice scherzando. Ma il sacchetto è leggero. Dentro, un copricapo di un soldato russo ucciso in combattimento. "Vuoi sentire il suo odore? È ancora forte, glielo abbiamo preso ventiquattro ore dopo che è morto, quando siamo andati sul posto dopo che l’artiglieria li ha spazzati via. Erano due camion. Sei di loro sono completamente bruciati. Di alcuni erano rimaste intatte solo le gambe". Il gruppo è formato da ucraini e lituani venuti a combattere per sostenere i loro fratelli contro l’aggressore russo. Mantas e Rojus, poco più di trent’anni. "Vengo da Kaunas ma ultimamente ho vissuto più di un anno in Danimarca – racconta Mantas –. Sono appena stato nella riserva militare lituana per addestrarmi. Mi ricordo che parlavamo tra di noi su come aiutare la popolazione ucraina, e quando ho finito il mio periodo di addestramento ho pensato che forse era il caso di fare qualcosa di concreto.

Rojus, ha servito nell’esercito lituano per sette anni. "Ero tornato da poco alla vita civile ed è scoppiata la guerra. Ho pensato che venire qui fosse una buona opportunità perché siamo uniti contro i russi. Non è una questione superficiale, oggi sta toccando a loro ma domani potrebbe essere il nostro turno". Rojus è un gigante di oltre due metri. Mantas è più piccolo rispetto a lui, solo un metro e ottanta.


Soldati ucraini su un carro armato (Keystone)

Partiti senza armi

Capire perché hanno rischiato la loro vita in Ucraina non è difficile. Per loro questa guerra è una lotta per la libertà e per la democrazia e per non finire più sotto il giogo dei russi. "Ero veramente preoccupato. Ho poi incontrato altre persone e abbiamo formato un gruppo", dice Rojus, che ha lasciato a casa una fidanzata. Insieme a Mantas e agli altri hanno comprato elmetti, giubbotti antiproiettile e raccolto soldi per portare aiuti come kit medici di primo soccorso di tipo militare. I due fanno poi tutta la documentazione per entrare regolarmente nel Paese e arruolarsi come volontari stranieri. Non hanno con sé armi, sanno che gliele daranno quando avranno varcato il confine e che dovranno riconsegnarle quando avranno finito la loro missione. "Quando siamo entrati in Ucraina per raggiungere Dnipro abbiamo attraversato decine di checkpoint e non eravamo ancora armati ed è stato preoccupante muoversi. C’era tensione, soprattutto perché eravamo stranieri e c’erano situazioni nelle quali qualcuno ci diceva di passare e altri invece ci puntavano le armi addosso. Poi siamo arrivati qui tramite un nostro contatto", continua Rojus.

Un compito rischioso il loro, quello di operare dietro le linee nemiche russe e raccogliere quante più informazioni possibili. "Siamo arrivati fino al confine, dall’altra parte vedevamo le luci delle loro città. Sono dei criminali di guerra. Li abbiamo visti sparare ad alzo zero con i carri armati su abitazioni civili. Abbiamo visto un contadino spazzato via da un colpo di cannone insieme alla sua casa. Completamente spappolato. Da ex soldato non riesco neanche a immaginare come si possa essere degli animali del genere, senza nessun rispetto per le convenzioni internazionali".

Il gruppo è riunito intorno a un tavolo, è il momento di riposarsi e di bere una birra. Hanno operato con un drone e sono anche riusciti a dirigere l’artiglieria da 120 contro una base russa. "Carne da cannone. Non mi interessa se sono ragazzi o adulti. Dall’altra parte del confine lo sono, ma quando passano in Ucraina per ucciderci, allora non c’è età. Devono essere tutti eliminati", dice un ucraino.


Putin come Hitler in una strada di Dnipro (Keystone)

Combattere, raccontare

Mantas e Rojus a breve torneranno a casa. Sono quasi morti durante la loro missione, le schegge sono passate sopra di loro. "Dio ci ha protetto, ma sapevamo che poteva succedere. Ora dobbiamo tornare a casa e raccontare agli altri cosa abbiamo visto". Mantas non tornerà più qui, ha capito che la guerra è una cosa tremenda e non fa per lui ma allo stesso tempo gli ha permesso di capire quali cose sono le priorità nella sua vita. Rojus invece deve occuparsi della moglie e delle sue bambine, non possono sopravvivere economicamente senza di lui. "Quello che abbiamo visto, la violenza dei soldati di Mosca e la loro mancanza di umanità la racconteremo a tutti: molti ancora non credono a quello che sta avvenendo in Ucraina, sono vittime della propaganda russa. Stiamo già organizzando insieme a molte altre persone una catena di aiuti per i nostri amici ucraini. Siamo tutti fratelli europei e ci difenderemo fino alla fine dagli orchi russi".

In fuga da Mariupol

Lunghe colonne di macchine provenienti da Mariupol e altre città sono in coda ai checkpoint ucraini verso Zaporizhzhia. La maggior parte delle vetture ha fogli bianchi attaccati ai finestrini e ai lunotti con scritto in russo "bambini". File interminabili, alle quali continuano ad aggiungersi altri mezzi. Alcuni portano i segni di schegge di shrapnel, lunotti posteriori saltati, vetri scheggiati, scotch trasparente applicato sui finestrini in caso di esplosioni. I frammenti di vetro oltre a essere mortali, non sono rilevabili dai raggi X.

Mariupol resiste, cinta d’assedio da uomini usciti da libri di racconti di barbari e massacri che il mondo considerava ormai passati, sepolti. Le migliaia di persone che sono riuscite a passare indenni i controlli russi, che hanno avuto la possibilità di muoversi dalla città martire, faticosamente raggiungono Zaporizhzhia.

Venti pullman e centinaia di macchine sono partite portando migliaia di persone verso la salvezza. Quando i rifugiati arrivano in città, esausti, dopo interminabili ore di viaggio, in un centro commerciale gruppi di volontari li accolgono dando loro un pasto caldo. Una signora anziana non smette di piangere.


Un’auto in fuga con la scritta bambini sul parabrezza (Keystone)

La solidarietà

Molto sono qui con i loro animali da compagnia, gatti e cani. Ci sono tanti bambini. Una donna prega mentre viene abbracciata da un pastore protestante, che le parla vicino, sottovoce. Lei guarda fisso davanti, le mani giunte. Gli occhi rossi.

Dopo la registrazione i profughi vengono portati in diverse zone della città per dormire. Scuole, asili, palestre, centri comunali, tutto viene utilizzato per far riposare questi civili stremati, gli occhi pieni di terrore. La mattina seguente, in un asilo, una trentina di persone si preparano per raggiungere la stazione e altri autobus che li porteranno verso ovest. Tra di loro, un uomo, Vadym: "Abbiamo lasciato la città perché non si poteva più restare, non c’erano più negozi aperti e i bombardamenti erano costanti. Sono partito con mia moglie, mia madre e i nostri figli", racconta. "Il viaggio è stato molto difficoltoso, c’erano molti posti di blocco russi che ci fermavano e ci controllavano i documenti. Quando siamo arrivati alla periferia di Zaporizhzhia invece ci hanno fatto passare veloci, senza controlli, non chiedevano niente augurandoci solo buon viaggio. Ho due figli, uno di un anno e l’altro di sei, e quando cadevano le bombe, il più piccolo si nascondeva e voleva scappare e il più grande disegnava le bombe che colpivano le case.

La moglie di Vadym aggiunge altro terrore al racconto del marito: "Un giorno una bomba ha distrutto parte della nostra casa e abbiamo deciso di andare prima da mia madre e poi da mia suocera. È morta il 12 marzo colpita da una scheggia di bomba russa. Stava fuori casa a riscaldarsi le mani vicino al fuoco ed è stata colpita alla testa. Mio padre, che fortunatamente era dietro la casa quando è arrivata la bomba, l’ha poi vista senza vita, per terra. Si è avvicinato e l’ha abbracciata. Le parlava, come se fosse viva. Era pieno di sangue. L’abbiamo lasciata nel garage, perché non funzionano più i servizi funebri e non abbiamo voluto seppellirla nella fossa comune. È rimasta lì, dentro la sua casa".


Una donna prepara dei pasti in un rifugio (Keystone)

Fuoco e metallo

Efesto. Il Dio del fuoco e del metallo. L’aria è densa di polvere di ferro e fumo. I saldatori e i fabbri lavorano circondati da nuvole di schegge e scintille. La musica degli AC/DC e dei Guns N’ Roses tenta di sovrastare l’enorme massa di rumore che copre tutto, quando decine di frese, lame e martelli lavorano all’unisono. Qui è dove vengono forgiate le corazze dei guerrieri, dove nascono i cavalli di Frisia che bloccano mezzi e carri armati russi lungo le strade, dove la metallurgia ha il suo fine ultimo nel creare armature che difendono città e soldati.

Due biker lavorano con le maschere da saldatore, sono motociclisti di Zaporizhzhia. Le loro moto customizzate brillano sotto il sole nel cortile interno della struttura. La sirena antiaerea suona. Maledetta, continua, un richiamo per i naviganti, come i marinai di Ulisse, per ipnotizzarli, per lasciarli in perenne attesa. A volte dura anche ore. Nessuno però ci fa più caso. Subentra il fatalismo, ognuno pensa che tanto non toccherà a lui ma a un altro. La vita deve andare avanti, continuare, come prima. Ma quel prima non esiste più e non esisterà più per molto tempo a venire.

‘Palianytsia’. È un nome che i russi non riescono a pronunciare. Un grande sito industriale si nasconde dietro cancelli di ferro. Una volta era una fabbrica di serramenti, mobili per esterni, infrastrutture in metallo per giardini. Oggi è stata convertita come industria bellica. L’associazione di volontari di Zaporizhzhia si chiama proprio Palianytsia.


Una fabbrica riconvertita a scopi militari a Dnipro (Keystone)

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