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15.08.21 - 08:19
Aggiornamento: 09:10

Afghanistan, cade anche la città di Jalalabad

L'offensiva dei talebani prosegue. I militari del governo hanno deposto le armi e si sono arresi. Ora l'obiettivo dei ribelli è la capitale Kaboul.

I talebani sono entrati a Jalalabad, l'ultima grande città dell'Afghanistan, oltre alla capitale Kabul, non ancora nelle loro mani. Lo apprende l'Afp da un residente che ha confermato una rivendicazione sui social media fatta dai talebani.

Kabul resta l'unica l'ultima grande area urbana sotto il controllo del governo. "Ci siamo svegliati questa mattina con le bandiere bianche dei talebani in tutta la città. Sono entrati senza combattere", ha detto la fonte.I talebani sono entrati a Jalalabad, nell'Afghanistan orientale, domenica mattina, senza combattere, hanno confermato i residenti.

Gli insorti hanno rivendicato l'azione: "Pochi istanti fa, i mujaheddin sono entrati a Jalalabad, la capitale della provincia di Nangarhar. Tutti i quartieri sono ora sotto il loro controllo", ha detto Zabihullah Mujahid, uno dei loro portavoce. Oltre a Kabul,restano sotto il controllo del governo una manciata di città minori, sparse e lontano dalla capitale, e senza grande valore strategico. In soli dieci giorni i talebani hanno preso il controllo della maggior parte del Paese raggiungendo le porte di Kabul, ora completamente circondata.

Pakistan, bomba contro un bus fa strage di civili

Almeno dieci persone hanno perso la vita - sei donne e quattro bambini - a Karachi, la megalopoli del sud del Pakistan, per l'esplosione di una bomba a mano lanciata contro un camion che trasportava 25 civili di ritorno da un matrimonio. Almeno nove le persone ferite. L'attentato non è stato rivendicato ma nove delle 10 vittime facevano parte della famiglia di Farhan Khan, un leader locale dell'Awami National Party (Anp), un partito nazionalista laico pashtun che è stato ripetutamente preso di mira dai talebani in passato.

 

Evitare una nuova Saigon: Joe Biden cerca una soluzione

Malgrado i crescenti timori della comunità internazionale, le critiche dei repubblicani e l'allerta terrorismo per il ventennale dell'11/9, Joe Biden non è intenzionato a fare dietrofront sul ritiro dall'Afghanistan ma rassegnato ad evitare un finale in stile Saigon.

Il presidente, asserragliato nei giorni di Ferragosto a Camp David con tutto il suo entourage, si sta preparando alla caduta di Kabul nelle mani dei talebani, ormai a pochi chilometri dalla capitale, e al ritiro di ogni presenza diplomatica in Afghanistan, stando al sito Axios.

Agli alti consiglieri del commander in chief sembra sempre più probabile che gli Stati Uniti non manterranno una presenza diplomatica duratura in Afghanistan oltre il 31 agosto, la data entro la quale il presidente Usa ha promesso di completare il ritiro delle truppe.

Per questo Biden ha inviato 5000 soldati, 2000 in più del previsto, con la missione di evacuare "in modo sicuro e ordinato" la sede diplomatica e circa 25 mila civili senza l'umiliazione di una fuga in elicottero dai tetti dell'ambasciata, come in Vietnam. Anche quelle truppe dovrebbero andarsene a fine mese. Il leader Usa ha inoltre messo in guardia i talebani che "ogni loro azione sul terreno che mette a rischio il personale Usa o la nostra missione riceverà una rapida e forte risposta militare".

Ufficialmente gli Usa lanciano ancora messaggi rassicuranti. "L'ambasciata rimarrà aperta, abbiamo intenzione di continuare il nostro lavoro diplomatico in Afghanistan", ha garantito un alto dirigente del Dipartimento di Stato ad Axios. Il presupposto di lavoro nella cerchia ristretta del presidente era però che Kabul potesse reggere almeno nel breve periodo, consentendo agli Stati Uniti di rimanere impegnati diplomaticamente e di aiutare le donne afghane a garantire i propri diritti anche oltre il ritiro degli Usa.

Lo stesso Biden aveva definito una settimana fa "altamente improbabile" che i talebani si impossessassero di tutto il Paese, ricordando che l'Afghanistan ha un esercito di "300 mila soldati ben equipaggiato come qualsiasi altro nel mondo" e una forza aerea contro circa 75 mila talebani. "I talebani non sono l'esercito vietnamita, non sono lontanamente comparabili in termini di capacità", ha sottolineato recentemente.

Ma ieri ha ammesso che "un anno o cinque anni in più di presenza militare Usa non avrebbe fatto la differenza se l'esercito afghano non può o non vuole tenere il suo Paese. E una presenza americana senza fine nel mezzo del conflitto civile di un altro Paese non è accettabile per me: non passerò questa guerra ad un quinto presidente".

I media americani intanto continuano ad interrogarsi sulle effettive capacità delle truppe e della polizia afghane, svelando impietosamente i ritardi, lo spreco e il fallimento di 20 anni di maxi finanziamenti (83 miliardi di dollari) e addestramenti, nonostante le ripetute assicurazioni ufficiali sui progressi fatti, con una scia di menzogne che va dall'amministrazione Bush a quella di Obama.

In una serie di interviste governative confidenziali ottenute dal Washington Post, dirigenti Usa, Nato e di Kabul descrivono i loro sforzi di creare delle forze armate afghane come una 'annosa calamità', dipingendole come incompetenti, demotivate, malamente addestrate, corrotte e piene di disertori e infiltrati. Soldati indisciplinati, inetti, incapaci di sparare, che sabotano, rubano uniformi, benzina e pezzi di ricambio dei mezzi militari da vendere al mercato nero.

I loro comandanti che gonfiano il numero degli arruolati per fare la cresta sui salari. Nessuno di loro pensa che valga la pena morire per un governo che ritengono corrotto e inefficiente. Idem per i poliziotti, spesso brutali e visti dalla gente come banditi predatori: un dirigente norvegese ha riferito che a suo avviso il 30% dei reclutati diserta con le armi d'ordinanza per creare un proprio check point privato e vivere di taglieggiamenti.

Con la popolazione locale che non vuole né i talebani né le corrotte forze governative e sta alla finestra a vedere chi vince.
 
 


 
 


 
 

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