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(Keystone)
Estero
24.02.21 - 19:350
Aggiornamento : 19:55

Emma e le altre, tutte le signore della droga

Dalle due pioniere messicane di inizio Novecento all'ex modella convertita in predicatrice. Sono tante le donne diventate vere boss del narcotraffico

Non ha nemmeno un soprannome, che nel suo mondo conta almeno quanto i soldi e la paura che riesci a fare. Il nome è Emma Coronel Aispuro, coniugata Guzmán, 31 anni, ex reginetta di bellezza e star di un discusso programma tv chiamato “Cartel Crew”. Ora è in carcere, accusata di traffico di droga e favoreggiamento. Avrebbe portato avanti il business di famiglia in sostituzione del marito, assente causa ergastolo: il signor Guzmán, boss del cartello di Sinaloa, uno che il soprannome non solo ce l’ha, ma lo precede: El Chapo, il trafficante di droga piú conosciuto e temuto al mondo dai tempi di Pablo Escobar.

Emma è una “jefa”, come vengono chiamate le signore della droga. Prima di lei c’erano state la Reina de la coca, Angie Sanclemente, e la Reina del Pacífico, Sandra Ávila Beltrán. Prima ancora c’erano state La Viuda Negra, La Madrina e La Patrona, che sono tutte la stessa persona, Ana Griselda Blanco Restrepo. Troppo grande e potente per stare in un soprannome solo. Per capirsi, quella che s’inventò le esecuzioni a bordo di una motocicletta, assassinata nel 2012 fuori da una macelleria di Medéllin da due killer in motocicletta.

La Chata e La Nacha

Prima ancora c’erano state La Chata e La Nacha, conosciute oggi come le nonne, le pioniere del narcotraffico, capaci di creare, far prosperare e soprattutto dominare organizzazioni formate perlopiù da uomini in tempi in cui le donne contavano poco o nulla. Siamo negli anni Venti del Novecento. La Nacha, al secolo Ignacia Jasso, è la prima “jefa” di Ciudad Juarez, una delle città più pericolose al mondo, oggi come allora. Luogo di confine: di qua il Messico, di là El Paso, il Texas, i dollari. Chi voleva commerciare con gli Stati Uniti doveva prima passare da lei: creò - insieme al marito Pablo “El Pablote” Gonzalez – un impero fatto di marijuana, eroina, cocaina e violenza. Se arrivavi da lontano e pagavi quel che dovevi pagare potevi fare affari con lei, se volevi prenderne il posto pagavi con la morte. Fu la prima a organizzare su larga scala sia il commercio che le rappresaglie per motivi di droga: quando un gruppo di immigrati cinesi cercò di spodestarla, un suo sicario, El Veracruz, ne fece fuori undici in un colpo solo. E quando nel 1931 il marito venne ucciso in uno scontro tra bande rivali, non solo la Nacha resistette, ma ampliò la struttura tanto da creare un cartello che diventerà l’esempio per tutti i cartelli che nasceranno dopo il suo. Arrestata nel 1943 e portata nel carcere di Islas Marias, riuscì comunque a portare avanti i propri affari grazie ai figli, a una fitta rete di informatori e alla sua socia, un’altra donna, Consuelo Sánchez.

Violenta con gli avversari e caritatevole con gli abitanti di Ciudad Juárez, la Nacha riuscì a mantenere il controllo del narcotraffico per un periodo lungo quasi cinquant’anni. Un dominio che mai nessun altro riuscirà a eguagliare.


Sandra Ávila Beltrán, la Regina del Pacifico  (Keystone)

L’altra “jefa”, María Dolores Estévez Zulueta detta La Chata, fu la prima e al momento unica persona a essere dichiarata “nemico numero uno” per decreto dal presidente del Messico. Correva l’anno 1945. Nel frattempo La Chata, che aveva iniziato a commerciare droga ad appena 13 anni nel barrio de La Merced, a Città del Messico, era diventata la signora della droga della capitale. Non andò mai a scontrarsi con gli interessi della Nacha. Portata per sette volte in carcere riuscì sempre a cavarsela in un modo o nell’altro con condanne brevi. Il suo segreto si chiamava corruzione: riusciva tramite denaro e minacce ad avere infiltrati e informatori nella polizia ad ogni livello. Era perfino sposata con un ex poliziotto convertito al narcotraffico, Enrique Jaramillo. Chi combatte oggi i cartelli della droga è convinto che a porre le basi dell’impunità e della corruzione diffusa sia stata proprio la Chata, condannata infine a undici anni di carcere, nel 1947.

Negli anni sono state molte le donne a capo di organizzazioni dedite al narcotraffico: a Philadelphia c'era Thelma Wright, una bella ragazza cattolica cresciuta nei sobborghi e andata alla scuola Santa Maria Goretti. Nel 1977, appena ventenne, conosce Jackie Wright, il numero uno nel mercato dell’eroina in città. Vive nove anni da moglie del boss. Poi lui, nel 1986, viene ucciso. Prenderà lei il controllo facendo a suo dire “una montagna di soldi”, salvo poi pentirsi un paio di decadi più tardi. Ora la sua storia diventerà una serie tv, intitolata “Philly Reign”, prodotta dalla popstar Mary J. Blige.

In Australia la matriarca della droga è stata Judy Moran: vide morire di morte violenta sia il primo che il secondo marito, ed entrambi i figli. Nel 2009 fu trovato morto anche il cognato. L’assassina era lei, condannata a 26 anni di carcere.


Angie Sanclemente: fotomodella, boss, infine predicatrice (Keystone)

Le narcomodelle

Reginetta di bellezza, come la moglie del Chapo, era la colombiana Angie Sanclemente, sposata con un narcotrafficante messicano di cui si sa solo il soprannome, El Monstruo. I due misero insieme i loro mondi: modelle e droga. Lei reclutava bellezze in giro per il mondo, usandole poi come corrieri tra Sudamerica ed Europa, giocando sul fatto che ai controlli avrebbero destato meno sospetti. Una teoria confermata dalla pratica fino al giorno in cui una modella argentina fu fermata con 55 chili di droga nell’aeroporto di Buenos Aires. La ragazza fu vista con un volpino di Pomerania. Era il cane di proprietà di Angie, subito rintracciata in un hotel a quattro stelle della capitale argentina. Dopo tre anni di prigione si risposò con un petroliere messicano, cambiò nome in Angela Añez e si mise a predicare come pastora in una chiesa della sua Bogotà insieme alla madre. Se andate la trovate ancora lì.

Sandra Ávila Beltrán, oggi sessantenne, è invece nata e cresciuta tra i narcotrafficanti: suo padre faceva parte del cartello di Guadalajara. Lei volle fare di più, diventando nientemeno che la Regina del Pacifico, un soprannome guadagnato ai tempi in cui dominava il mercato della droga dalla Colombia alla California con una flotta di pescherecci che avrebbero dovuto portare tonni e invece trasportavano cocaina. Il suo primo marito fu crivellato di colpi, il secondo pugnalato al cuore. Mentre il fratello fu torturato a morte. Nella sua casa di Guadalajara, dov’è tornata dopo sette anni nelle carceri americane, c’è un piccolo altare dove tiene candele accese per tutti e tre. Si diverte a rilasciare interviste dove parla di amori proibiti, harem, sesso tra signori della droga, regali inattesi e tangenti a politici, di un mondo in cui un milione di dollari sono spiccioli. Amica e ammiratrice del Chapo Guzmán, ha ispirato canzoni narcocorrido, un sottogenere folk in cui si narrano gesta e personaggi reali legati ai cartelli. Una in particolare che racconta il suo scenografico arrivo a un raduno clandestino di boss ebbe un tale successo da darle una notorietà non gradita. Si intitola “Fiesta en la Sierra” e, secondo lei – che aveva sempre operato nell’ombra – fu l’inizio della sua fine. L’unica signora della droga fermata non dalla polizia né da un’arma, ma da una canzone.

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