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13.02.22 - 16:02

Verso la fine dei grandi conglomerati?

Se lo chiedono Wall Street e gli investitori di tutto il mondo, dopo l’ultima raffica di annunci di spezzettamenti di grandi aziende.

di Maria Teresa Cometto, L'Economia
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Keystone

Stiamo assistendo alla fine dell’epoca delle grandi conglomerate? Se lo chiedono Wall Street e gli investitori di tutto il mondo, dopo l’ultima raffica di annunci di spezzettamenti di grandi aziende.

L’ultimo caso è della settimana scorsa. L’amministratore delegato (ceo) di Toshiba ha detto che la holding giapponese si dividerà in due: la produzione di semiconduttori diventerà una società separata, gli apparecchi elettronici e il business delle infrastrutture rimarranno sotto il marchio Toshiba, mentre le divisioni specializzate sugli ascensori e l’illuminazione saranno vendute.

Già lo scorso novembre Toshiba aveva preannunciato l’intenzione di snellirsi, in coincidenza con altri due giganti: General electric (Ge) e Johnson Johnson (J&J). Quest’ultima è la più grande azienda al mondo nel settore della salute, in attività da oltre 135 anni. Ora, sotto la guida del nuovo ceo Joaquin Duato, si dividerà in due: il business rivolto ai consumatori da una parte, quello delle medicine da vendere con ricetta e degli apparecchi medicali dall’altra.

General Electric era stata proprio il simbolo della stagione delle grandi conglomerate. Sotto la guida di Jack Welch per due decenni fino al 2001 aveva continuato a crescere con acquisizioni nei settori più diversi. Ma la crisi finanziaria del 2008 ha colpito il braccio finanziario di Ge facendo vacillare il gigante, che da allora ha iniziato una dieta dimagrante: ha venduto dai media NbcUniversal alla divisione petrolio gas. Nel giugno 2018 le sue azioni – le ultime originali componenti dell’indice Dow Jones industrial average – sono state escluse dalla rosa delle 30 blue chip. E ora, sotto la guida del ceo H. Lawrence Culp quello che resta sarà diviso in tre nuove aziende indipendenti: i motori dei jet, gli apparecchi medicali e l’energia.

Vecchia economia

Anche il gruppo italiano dell’energia Eni lo scorso ottobre ha annunciato di voler separare e quotare in Borsa una parte del suo nuovo business delle energie rinnovabili e con i proventi dell’Ipo (Inizial public offering) tagliare i debiti, migliorare i dividendi e finanziare la transizione verso l’obbiettivo, dichiarato dal ceo Claudio Descalzi, di ridurre la produzione di petrolio già dal 2025 e arrivare alla decarbonizzazione nel 2050.

La crescita delle conglomerate in passato era stata premiata da Wall Street in nome della diversificazione. Ma dal 2008 in poi è prevalsa invece l’idea che è più redditizio focalizzarsi su pochi e precisi affari e che separare i tanti pezzi di una holding fa emergere meglio il loro valore.

Se questa è la motivazione generale della tendenza alla fine delle grandi conglomerate, ogni caso ha poi ragioni specifiche. Il management di Toshiba era sotto pressione dal 2015 quando era emerso uno scandalo contabile e da allora gli investitori attivisti hanno chiesto misure di semplificazione. Per J&J il problema è l’evoluzione del settore salute dove oggi i prodotti per i consumatori come i cerotti o i farmaci da banco sono molto diversi dai medicinali con ricetta, sviluppati con lunghe ricerche per la cura di malattie complesse come il cancro.

A proposito di Ge, gli analisti da tempo dicevano che le dimensioni, la complessità e la burocrazia del gruppo giocavano contro la sua efficienza. Ognuna delle tre nuove aziende ex Ge, promette Culp, sarà un forte concorrente nel suo campo, «più semplice, più forte, più focalizzato», più facile da gestire e più facile da capire per gli investitori. Nel caso di Eni, la decisione dello spin off dipende da una strategia fra le più ambiziose verso le energie pulite.

Tecnologia

Nel settore high-tech invece finora i colossi americani hanno tenuto duro contro le richieste sempre più pressanti – da parte di legislatori, autorità di controllo e anche investitori – di ridurre le loro dimensioni. Microsoft è un campione di resistenza: il colosso del software è arrivato a essere il numero 2 per capitalizzazione in Borsa con 2’260 miliardi di dollari, dopo che per dieci anni l’Antitrust ha cercato di spezzettarlo.

Ma proprio nell’high-tech si potrà assistere nel prossimo futuro ad altre operazioni di spin off, più o meno volontarie. Anche perché Lina Khan, il nuovo capo della Federal trade commission, l’autorità americana dedicata a proteggere i consumatori contro le pratiche anti-concorrenziali, sembra particolarmente intenzionata a limitare lo strapotere dei giganti high-tech.

Lo scenario

Amazon potrebbe addirittura dividersi in quattro, secondo alcuni esperti dell’antitrust: il suo commercio online, il mercato online su cui altre aziende vendono i loro prodotti, i servizi Aws «nella nuvola» e la logistica. Se quattro pezzi sono troppi, almeno il business Aws dovrebbe essere separato, perché solo grazie ai suoi profitti Amazon può fare l’e-commerce a prezzi imbattibili, perdendoci soldi per soffocare la concorrenza.

Di Apple viene criticato il suo monopolio nella distribuzione delle applicazioni sui suoi apparecchi attraverso l’App Store. La questione è stata fra l’altro al centro della battaglia legale dello sviluppatore di giochi Epic contro Apple, finita con la sentenza che assolve Cupertino dall’accusa di aver violato le leggi antitrust, ma l’ingiunzione di permettere agli sviluppatori di offrire agli utenti un modo per pagare fuori dall’App Store. L’idea quindi è separare quest’ultimo business da tutto il resto.

Per Alphabet la controversia riguarda il suo dominio del mercato globale delle ricerche online: il 92% avviene con il motore di ricerca Google che, secondo i critici, dovrebbe diventare autonomo dal sistema operativo Android.

Meta platforms ovvero Facebook è accusata di acquisire un concorrente prima che possa diventare una minaccia reale al suo business. Sarebbe quello che ha fatto acquistando WhatsApp e Instagram. Per questo la proposta sarebbe di far tornare indipendenti queste due app.

Ma a proposito dell’esito finale del trend anti-conglomerate, fa riflettere il più importate caso Antitrust Usa: lo storico spezzettamento di Ma Bell, il monopolista dei telefoni AT&T, diviso nel 1984 in sette Baby Bells. Queste società si sono poi comprate l’un l’altra e fuse, tornando a formare una nuova AT&T, oggi più grande e diversificata di prima.

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