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Festival di cultura e musica jazz, Chiasso senza confini

Dal Maghreb ai fiordi, da Londra al Jura, dall’America all’Est Europa, 4 giorni di estro e visioni: highlights dal 25esimo

Antonio Sánchez
(laRegione)
11 marzo 2024
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La Silver Edition del Festival di Musica e Cultura Jazz 2024 ha celebrato un quarto di secolo con uno straordinario programma capace di riflettere la definitiva caduta dei confini di provenienza delle sue diverse voci. La serie di concerti si è spalmata su tre serate, più un after festival dedicato al jazz locale, degnamente rappresentato dalla New Azzan Jazz Big Band. Di seguito, i nostri personalissimi highlight.

Tra Africa e Svizzera (di giovedì)

Sorprendente compositore, cantante e oudista tunisino, con una evidente vicinanza alla tradizione Sufi celebrativa di una personale visione della dimensione divina, che abbraccia il jazz e altre influenze interculturali, Dhafer Youssef è un sincretismo fatto di arabicità, scrittura trasversale e improvvisazione. Insomma, nord, sud, est e ovest visti dal Maghreb. Il gruppo comprende il brillante trombettista austriaco Mario Rom, il raffinato pianista/tastierista spagnolo Daniel García Diego, il giovane e accorto bassista francese, di chiara discendenza africana, Swaéli Mbappé, e il vigoroso (e rigoroso) batterista/percussionista brasiliano Adriano Dos Santos Tenorio, titolare di un drumset che include pezzi tradizionali, percussioni etniche, cajón e elementi elettronici. I brani si susseguono attraverso sequenze di funk, jazz, fusion, world e contaminazioni di ogni genere: tutto è denso e declinato in chiave ismaeliana, spesso generato da riff dinamici ricchi di un impensabile swing magrebino. Youssef è leader capace di condurre il suo gruppo in modo impeccabile.


Samuel Blaser

‘Routes’, il progetto del trombonista neocastellano Samuel Blaser, abbraccia un’intrigante commistione tra mento, rocksteady, ska e reggae, generi prodotti della tradizione musicale della Giamaica, ed è un tributo allo scomparso Don Drummond, trombonista e compositore nativo di Kingston. La musica proposta è un’esplosione che marca il tono pieno di brio dell’isola caraibica, un momento di levità sonora che segna una forma di meticciato inedita per chi scrive. Il timbro di Blaser è nitido e preciso, e il suo fraseggio si discosta piacevolmente dal canone musicale in oggetto proponendo interessanti ribaltamenti all’interno dei quali gli strumentisti si alternano nel brillare: il chitarrista Alan Weekes, che sprizza blues da ogni poro, il contrabbassista Colin ‘Steamfish’ McNeish, cardine del gruppo. Brillante il tastierista Alan Wilson, solido il batterista e percussionista venezuelano Edwin Sanz; ottima Carrol Thompson, che completa la formazione.

Dall’Estonia a Sánchez (di venerdì)

Kadri Voorand è artista estone straordinaria oltre che raro animale da palcoscenico. Durante il concerto alterna italiano e inglese creando un’atmosfera intima e comprensibile. La sua voce è cristallina e felice, il suo crooning vellutato. Ma Voorand è anche una musicista multiforme: oltre al piano, suona chitarra, violino e kalimba, versatilità condita da looping e sovrapposizioni in tempo reale. La gamma sopranile della voce sussurra e graffia, la sua figura è aggraziata e sensuale. A sua volta estone, il chitarrista Andre Maaker è una componente essenziale del duo: evoca un denso tappeto armonico, fornendo una base discreta su cui la vena melodica e il pianismo prorompente di Voorand risaltano adamantini.

Il progetto del batterista messicano/statunitense Antonio Sánchez, il più muscolare e di livello tecnico più elevato dell’intera rassegna, si sviluppa all’interno di una struttura jazz contemporanea caratterizzata da uno straordinario interplay tra i membri della band: il colto pianista Gwilym Simcock, il multiforme sassofonista Seamus Blake, il bassista Chris Minh Doky, perno della formazione, sembrano immersi in un ascolto reciproco all’interno di partiture estremamente complesse composte da momenti concordati e da improvvisazione pura alternati non solo in chiave melodica e armonica, ma anche in frammentazioni del tempo metronomico e delle indicazioni di tempo portante, un concetto avanzatissimo interpretato da quattro maestri assoluti con una precisione micrometrica inaudita e sbalorditiva. Del resto, Sánchez è un pensatore musicale di traboccante intenzione e di visione evoluta, qualità che si aggiungono al suo già ricchissimo vocabolario e al moto sciolto e incessante delle sue invenzioni estemporanee, al fraseggio agile e creativo e a un flusso di coscienza che muove accenti e scomposizioni alla velocità della luce e sorprende con una pletora di variazioni, stop & go e parcellizzazione persistenti.

La musica sembra spinta avanti, senza soluzione di continuità, da un profluvio di variabili che scorrono in rivoli sempre diversi e costantemente reinventati: un vero Tao musicale. Ognuno dei musicisti è interprete, band leader e titolare di progetti propri, come precisa Sánchez introducendo i propri partner prima di lanciarli in un altro trionfo un trionfo di dinamiche, cambi di ritmo, tempo, mood, crescendo, rallentando e diminuendo e accelerando.

Ardore e ‘Spazio’ (di sabato)

L’elegantissimo Piotr Schmidt Quartet, con introduzione malinconica del piano, crea un tema aereo e una partenza evocativa che manterrà per tutto il set. Schmidt è un trombettista polacco la cui musica si distingue per raffinatezza, melodie sinuose che richiamano le sue radici Europee dell’Est con tocchi di nostalgia e poesia. Il suo quartetto naviga in un’esplorazione creativa in territori musicali agresti, mescolando tradizione e innovazione: Adam Jarzmilk, al piano, si muove come un elfo, soffermandosi su ogni nota; Jakub Olejinik è un contrabbassista attento e misurato; Sebastian Kuchczynski un batterista che sembra accarezzare lo strumento. C’è un ardore sommesso che sottolinea questa musica, un’intenzione melodica che costituisce la cifra rilevante del gruppo. I musicisti sono al servizio del progetto in maniera devozionale, parti di un rito collettivo e condiviso che trasporta l’audience in un luogo di nebbie e silenzio vicino al cuore.


laRegione
Piotr Schmidt Quartet

Di sabato chiude Camilla George, altosassofonista nigeriana di nascita, compositrice, band leader, stella nuova scena jazz londinese, ben supportata da Renato Paris (pianoforte, tastiere e voce), Daniel Casimir (basso elettrico e contrabbasso) e Rod Youngs (batteria). Le nostre ultime parole sono però per Rymden (in svedese ‘Spazio’), power jazz trio composto da Magnus Öström e Dan Berglund, batterista e bassista svedesi già membri del celebratissimo trio con Esbjörn Svensson (prematuramente scomparso nel 2008), oggi legati al pianista norvegese Bugge Wesseltoft. Il gruppo si scalda con un intro fantasmatica, free e sovrannaturale; si raggiungono poi momenti (semi)tonali fino a sfociare in un brano che rievoca tutto il sapore scandinavo, una vera composizione cameristica. Da lì in avanti, ogni composizione assumerà la forma di una suite composta da movimenti concordati, obbligati di scrittura organica e momenti ricorrenti all’interno dei quali si alterneranno rock, jazz e fusion.

Le tre personalità di Rymden si offrono generosamente, scolpendo uno stile musicale unico e rappresentato da una coloritura boreale e algida. Il drumset incorpora una varietà di strumenti di tonalità definita sapientemente modificati dall’elettronica; vi si aggiunge la voce ipnotica del percussionista. A tratti sembrano risuonare il vento dei fiordi e i flutti di un mare scuro e tempestoso; la musica glissa poi verso scenari astratti e soprannaturali travalicando la composizione e precipitando in un’orchestrazione destrutturata che evoca spazi naturali incontaminati. Come quelli siderali.


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Rymden

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