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L'intervista
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10.09.22 - 05:30

Anastacia, a Locarno vent’anni di ‘I’m Outta Love’ (anzi, 22)

Una storia di successi musicali ma anche umani, di quelli che non serve una classifica. Al Fevi il 29 settembre (intervista esclusiva, seconda parte).

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Keystone
‘The 22nd anniversary European Tour’, al Palexpo Fevi (www.biglietteria.ch)

Lo chiamano ‘Sprock’ ed è un insieme di soul, pop e rock. Anzi, così lo ha chiamato lei e così lo chiama il resto del mondo. È la connotazione che viene data alla musica di Anastacia Lyn Newkirk, più brevemente detta Anastacia. Il prossimo 29 settembre, l’artista statunitense che nessuno voleva mettere sotto contratto – 30 milioni di dischi nel mondo, una montagna di dischi d’oro e di platino e una serie di discografici senza più unghie da mangiarsi – sarà al Palaexpo Fevi di Locarno, portatavi da Horang Music (inizio ore 20.30, biglietti su www.biglietteria.ch). È la data ticinese del suo ‘I’m Outta Lockdown Tour’, il tour dei vent’anni di ‘I’m Outta Love’, singolo da cui tutto è cominciato (correva l’anno Duemila) spostato dalla pandemia più in là di due anni.

La prima parte di questa intervista, rilasciata in esclusiva a ‘laRegione’, risale allo scorso 3 agosto. Questa è la seconda, nella quale l’artista ci porta dalla musica tout-court fino ad alcune battaglie personali vinte, successi che non hanno un corrispettivo in copie e che vanno ben oltre le classifiche di vendita e di gradimento.

‘I’m Outta Lockdown’, ma soprattutto i vent’anni di ‘I’m Outta Love’, sono un traguardo: posso chiederle di fare un bilancio della sua carriera, aggiornato a questo tour?

È bello, e spero che ognuno abbia la possibilità di fare altrettanto, ricordare bei momenti della propria vita. Vorrei che nessuno mai si trovi un giorno a combattere contro la sensazione che non sia successo abbastanza. Io sono felice se penso a dove la mia carriera mi ha portata e ancora mi sta portando, perché dopo quello che è successo ci sono artisti che non stanno lavorando. Ma anche prima del Covid-19 questo mestiere non era già più quello di quando ho cominciato: oggi non esistono più garanzie di essere al top delle stazioni radiofoniche, oggi il rischio è quello di produrre nuova musica e di non vedersela in rotazione come accade invece per le vecchie hit, che tutti vogliono ascoltare. Ma non è colpa delle radio, è merito dei classici, di quelle composizioni che reggono il passare del tempo. Proprio per questo sono felice di essere una parte, anche piccola, di quelle canzoni che hanno passato il test degli anni.

Cos’è successo in questi vent’anni? Si sente ancora a suo agio nell’odierno music business?

Sì, mi sento ancora a mio agio in questo mestiere per il modo in cui lo faccio, suonando la mia musica come voglio io, senza dovere scendere a compromessi su chi sono. Per continuare a essere Anastacia, l’artista pop, non ho l’esigenza di cambiare improvvisamente il modo in cui canto, le parole che uso. Sono io, e posso anche non essere l’artista mainstream che canta hit da milioni di copie e di streaming. Funziona così per me come per tutti quelli che non transitano necessariamente dai Grammy, per i quali la connessione con la propria musica esula da quale melodia possa funzionare, da quale strumentazione serva o altro tipo di ragionamento. È qualcosa che ha a che fare con il modo in cui io scelgo di continuare a fare questo lavoro: se faccio nuova musica oggi, è musica di Anastacia e non l’adattamento della musica di qualcun altro.

Per lungo tempo Anastacia è stata ‘unsignable’ (non scritturabile), convinzione di altri che la accompagnò fino al successo di ‘I’m Outta Love’…

Sin dall’inizio della mia vita posso dire che non mi sia stato regalato nulla. Il morbo di Crohn, la disabilità di mio fratello e tutte le difficoltà che questo ha creato in famiglia. Sì, ho dovuto lottare contro quel mio essere non etichettabile e quindi non ‘mettibile’ sotto contratto da nessuna etichetta discografica, impossibilitata a farmi una carriera perché non avevo il look che si voleva al tempo, perché non ‘suonavo’ come loro volevano che suonassi. In generale, il non appartenere allo stampino, ma l’essere fatti d’altro, può essere un problema.

Nel 2003, l’annuncio del suo cancro al seno fece scalpore per il fatto che un’artista donna parlasse così chiaramente, e così pubblicamente della propria malattia. Come la affrontò?

Quando mi fu diagnosticato il cancro mi dissi che potevo morire, e non lo avevo messo in conto. Fu uno shock, piansi fino a che non recuperai tutte le informazioni su quella malattia, le statistiche, i numeri, la realtà, ovvero la non ereditarietà nella maggior parte delle donne nel mondo, quel 30% ereditario e quel 70% non diagnosticabile di cui pensai che la gente dovesse sapere il prima possibile. Ok, dissi tra me e me, io ho appena schivato il proiettile, ma il proiettile continua la sua corsa verso tante altre donne che non ne sono a conoscenza. Più informazioni ho, più consigli posso dare sulla prevenzione. Il cancro non è divertente, ma prima lo anticipi, meglio è per te. Più a lungo vive nel tuo corpo, peggio è.

Lei è tornata più volte, dopo lunghi periodi di assenza imposti dalla recrudescenza di quel male: quale forza le ha permesso di continuare ad andare oltre quello che le è accaduto?

Non so come ci riesco. Forse nasco come persona che non vuole mollare, forse è la donna che sono dentro, o sono le donne con le quali sono cresciuta, mia sorella più grande e mia madre, due figure dalla forte personalità che mi hanno insegnato qualcosa. Di una cosa sono certa, e cioè che la positività sia davvero un modo straordinario per andare oltre gli ostacoli. Credo che tu possa essere il tuo migliore nemico o quello peggiore, e io preferisco essere il primo dei due. E siccome nella mia vita ho attraversato avversità a sufficienza, non perdo mai la fede e nemmeno mi credo immortale.

Quanto è servito a lei, personalmente, parlarne in pubblico?

Ho sempre sentito il bisogno di far conoscere cose importanti di me, così come quando raccontai che a inizio carriera si dispiacevano che non fossi afroamericana, di quanto desse fastidio il fatto che volevo essere diversa dalle altre, che volevo portare i miei occhiali, che volevo avere lo stile che avevo scelto e non quello imposto da altri. Sono felice quando vedo giovani artiste come Billie Eilish, Lady Gaga, Selena Gomez, Demi Lovato o Miley Cyrus aprirsi al mondo, anche grazie alla tecnologia, commutando la negatività in positività, parlando di affrancamento dalle dipendenze, di salute mentale, di depressione. È importante, come essere umano, soprattutto in un settore come quello musicale che propone modelli di comportamento forse anche più della televisione, perché la musica è vita. E il nostro compito di artisti, senza mostrarci troppo vulnerabili, è quello di essere onesti e, se ti senti comodo, di parlarne. Il nostro lavoro è avere un megafono e usarlo bene.

Grazie anche alla tecnologia, diceva un attimo fa. E ai tempi della malattia, Anastacia parlò a un mondo senza social…

Non ce n’erano, infatti. Ma dovevo salvare le vite di tutti e quindi ho informato tutti uno alla volta! (ride, ndr). Sono felice che altri si siano uniti a me, forti della conoscenza. Dunque: amen.

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