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13.02.22 - 14:17
Aggiornamento: 18:06

L’Osi e la musica al tempo degli ultimi zar

Eccellente la rilettura della Patetica di Ciaikovskij proposta da Markus Poschner e ottima prova del pianista Jan Lisiecki con Prokof’ev

di Enrico Colombo
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OSI / F. Fratoni

“Eppure per il leggendario lungoneva / s’avvicina il secolo ventesimo” sono due versi di Anna Achmatova (1889-1966), che mi sembrano un buon eponimo del programma con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Sergej Prokof’ev (1891-1953) e la Sinfonia n. 6, “Patetica” di Piotr Il’ic Čajkovskij (1840-1893), andato in scena giovedì scorso nella Sala Teatro del Lac, protagonisti l’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Markus Poschner e il pianista Jan Lisiecki.

Prokof’ev studia al Conservatorio di San Pietroburgo e i suoi biografi lo descrivono pianista estroso e spirito libero, attento alle avanguardie che scuotono il mondo dell’arte, poco attento ai rivolgimenti sociali e politici che si stanno abbattendo sulla Russia. Quando nel febbraio del 1917 viene assassinato lo Zar Nicola II, non può portare a termine la messa in scena della sua opera lirica “Il giocatore”, allora se ne va in gita di piacere sul fiume Kama. Nel 1918 lascia la Russia e viene in Occidente.

Il suo secondo Concerto per pianoforte è una sfida per il pianista ai limiti delle possibilità fisiche, ma l’accavallarsi di momenti impetuosi e dissonanti è una sfida anche per l’ascoltatore, soprattutto se informato dell’adesione di Prokof’ev al movimento futurista, che fatica a distinguervi i messaggi tragici da quelli ironici. La prima esecuzione ha luogo a Pavlovsk, poco lontano da San Pietroburgo, nel 1913, negli anni successivi la partitura subisce alcune modifiche e la versione definitiva avrà la sua prima esecuzione solo a Parigi nel 1924, ma sempre con il compositore nel ruolo di solista.

Prokof’ev era un uomo alto, imponente, oggi diremmo come un giocatore di hockey russo. Il ventisettenne pianista Jan Lisiecki, alto, vestito nero, entrato in scena con movenze da giocatore di basket, è sembrato un suo sosia. Non conoscevo questo giovane talento, come penso la maggior parte del pubblico, che adesso si augura di riascoltarlo presto. L’Orchestra l’ha assecondato bene, compito apparentemente facile per le lunghe cadenze che la lascia a riposo, ma in verità difficile per le molte pulsazioni ritmiche e dinamiche che le richiedono grossi impieghi di energia. Il silenzio della sala ha mostrato che gli ascoltatori hanno seguito il pianista disciplinati e fedeli. Ian Lisiecki li ha ricompensati con un esempio palese di rispetto della partitura: ha offerto come bis un Notturno di Chopin, ed è stata un’esecuzione mozzafiato.

Il 28 ottobre 1893 a San Pietroburgo Ciajkovskij dirige la prima esecuzione della sua Sesta Sinfonia. Muore nove giorni dopo. I segreti di Stato non sono stati violati, non è confermata la spiegazione che lo Zar Alessandro III lo ha costretto al suicidio per una colpa grave. Così la Sinfonia diventa il suo Requiem, il racconto della sua vita, una confessione, una meditazione sulla morte.

L’opera è diventata celebre. In oltre un secolo di presenza, la sua interpretazione è evoluta secondo la legge del minimo sforzo, si sono cristallizzati luoghi comuni che non rispettano le intenzioni del compositore per altro chiaramente annotate. Markus Poschner ha deciso di tentare una grande ripulitura, quasi uno smontaggio e un rimontaggio della partitura. Giovedì abbiamo potuto ascoltare il risultato: oso dire eccellente. Ai 3 percussionisti e ai 19 fiati prescritti ha aggiunto 34 archi sulla base di 4 contrabbassi. Un’orchestra perfettamente equilibrata, 56 strumentisti purtroppo ancora in regime di pandemia, con mascherine, distanziati fra loro, molti titolari assenti, per malattia o turni di rotazione. Poschner, che ha diretto senza spartito, costretto a gesti un po’ più ampi del solito.

La Sala Teatro era quasi completa, con troppi mantelli che dovrebbero essere lasciati al guardaroba. Al termine del terzo tempo, l’Allegro molto vivace, Poschner è rimasto con le braccia alzate e tese, voleva evitare l’applauso che qua e là in sala è partito comunque. Invece al termine dell’Adagio lamentoso finale, eseguito in modo magistrale, ha ottenuto invece un lungo rispettoso silenzio. Poi gli applausi interminabili ricambiati con la musica dalla Rosamunde di Schubert.

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