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Spettacoli
02.05.21 - 18:130

L’indicibile amore di ‘Kiss!’ al Teatro Sociale

Camilla Parini racconto lo spettacolo che, dopo il debutto a Lucerna, arriva a Bellinzona lunedì 3 maggio

Si torna in scena: lunedì 3 maggio il Teatro Sociale di Bellinzona accoglie il Collettivo Treppenwitz per il nuovo lavoro di Camilla Parini: ‘Kiss! (Loving Kills)’, secondo capitolo della ricerca sull’amore condotta dal collettivo dopo ‘L’amore ist nicht une chose for everybody’ di Simon Waldvogel.

Camilla Parini, lo spettacolo arriva a Bellinzona dopo il debutto a Lucerna. Come è stato tornare in scena?

È stato bello tornare a lavorare con un pubblico, perché quando si sta in scena cambia l’energia, la densità del lavoro. Il pubblico era molto presente, si sentiva che aveva voglia di essere lì.

Cambia anche l’agitazione: si vive il bello e il difficile, però lo si vive fino in fondo, compresa l’insoddisfazione del “però la prova era andata meglio” che fa parte dell’esperienza dell’arte teatrale, che è reale in quel momento lì».

Lo spettacolo è un ‘seguel’ del precedente ‘L’amore ist nicht une chose for everybody’.

Non direi esattamente un sequel, perché non prosegue la storia ma è una lettura con un’altra prospettiva. Il primo capitolo fa una riflessione più generazionale sull’impossibilità di dare una forma a questo amore partendo da alcune interviste. Nel suo cercare di dire, di parlare, di ragionare sull’amore, fa una lettura più orizzontale. Il mio lavoro ha invece una scrittura più verticale: non c’è testo, non è parlato, si entra in un luogo dell’inconscio. È un’altra linea di percorso che per me è l’accettazione di non poter definire l’amore perché appena ti avvicini cambia forma. I sentimenti e le emozioni non sono controllabili, sono imprevedibili. Le emozioni ti abitano e si tratta di cercare di riconoscere quello che ci abita, nel bene e nel male.

Simon Waldvogel ha contribuito? Vedo che è citato come assistente alla regia.

Come scrittura, come stile, come linguaggio, il primo capitolo appartiene a Simon, il secondo a me. Siamo molto diversi, ma allo stesso tempo siamo complementari: ci conosciamo molto, è il nostro collettivo e al di là del lavoro artistico e creativo c’è tutta la parte logistica, amministrativa, burocratica che come artisti ci piacerebbe evitare ma per la quale ci aiutiamo molto.

Come viene portato in scena questo “accettare di non poter definire l’amore”? È una performance?

Stai toccando quello che per me è il cuore della questione: per me è difficile definirlo o descriverlo. Ne ho parlato con una drammaturga e operatrice di un teatro di Basilea che è venuta a vedere ‘Kiss!’: le è piaciuto molto ma lei, che ha anche il ruolo di fare da tramite tra il teatro e il pubblico, si poneva giustamente il problema di come presentarlo. Mi ha detto che è arrivata con certe aspettative, per quello che aveva letto, per il primo capitolo, e all’inizio ha fatto fatica finché si è resa conto che doveva “lasciarsi andare”, fare esperienza di questo universo.

Nello spettacolo c’è una combinazione di elementi, un importantissimo lavoro sui suoni, le luci, i movimenti dei corpi: non è che la luce illumina il performer e la musica accompagna la scena, ma tutti gli elementi compongono questa opera per la quale qualsiasi definizione rischia di essere riduttiva e fuorviante. Poi certo è uno spettacolo: dura 50 minuti, ha un inizio, uno sviluppo, una fine ma soprattutto è entrare in un universo, accettare di essere lì dentro senza avere delle precise coordinate.

Rinunciare alle parole: perché?

È un po’ nella mia natura: i miei lavori sono senza parole, credo sia una mia resistenza personale. Per me quello che sta dietro alla parola – il non detto, la possibilità di fare forma a un’immagine – può suscitare molto di più. La parola è fraintendimento perché io la intendo in un modo ma non so come tu, in base alle tue esperienze, la percepirai. E poi non saprei da che parte cominciare, a usare la parole per parlare dell’amore. Anche se nello spettacolo c’è un momento in cui si sentono delle voci, nella registrazione ci sono delle parole che dicono delle cose, ed è bello che arrivino ma non hanno un’importanza maggiore del resto.

In scena quanti performer/attori ci saranno?

Saremo in quattro. Io e Thomas Couppey che eravamo anche nel primo capitolo di Simon e anzi il punto di partenza è stato proprio quello. In ‘L’amore ist nicht une chose for everybody’ ci sono una coppia (io e Thomas, appunto), poi una coppia allargata e una persona sola ed è nato il desiderio di prendere quella coppia e fare come uno zoom per entrare nelle dinamiche profonde. Poi il lavoro si è aperto, gli intrecci si sono complicati perché incontrare l’altro vuol dire incontrare l’altro da sé ma anche incontrare sé stessi e così siamo diventati quattro, con anche Kevin Blaser e Martina Martinez Barjacoba

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