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Filippo Rima
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05.07.22 - 19:55
di Elda Pianezzi

‘Ora apprezzo ciò che prima davo per scontato’

Da Bellinzona a San Gallo, oggi: Filippo Rima, responsabile per gli investimenti di una fra le principali banche svizzere, si racconta

Filippo Rima, classe 1972, cresciuto a Bellinzona, è stato nominato da poco responsabile globale per gli Investimenti di Credit Suisse Asset Management e al contempo rimane anche amministratore delegato di Credit Suisse Asset Management (Schweiz) Ag. Attivo nell’impresa dal 2005, in precedenza ha lavorato per quattro anni presso una banca privata svizzera come analista azionario e in seguito per Winterthur Asset Management, dov’era senior portfolio manager nel team azionario. Filippo Rima ha conseguito una laurea in Ingegneria civile presso il Politecnico federale di Zurigo (Eth) e una laurea in Economia aziendale presso l’Università di San Gallo (Hsg).

Da ragazzo sognava di diventare...?

Meccanico di moto. All’epoca avevo un motorino che mi piaceva smontare e rimontare. Pensavo che sarebbe stato quello il mio futuro. Poi sono entrato al liceo e le cose sono andate diversamente.

Nel suo percorso accademico è passato dall’ingegneria all’economia. Cosa l’ha portata a operare questa scelta?

Quello dell’ingegneria civile era un campo che mi appassionava e mi appassiona ancora. Durante lo studio ho fatto un praticantato in Germania e purtroppo, in quella occasione, mi sono scontrato con una chiusura mentale e un conservatorismo tali da portarmi a riconsiderare la mia carriera. Ho dunque deciso di reinvestire nella formazione con una nuova laurea, questa volta in Economia, a San Gallo. La mia idea era quella di lavorare in un’industria. E cos’ho fatto? Sono finito in banca (ride). Certo, si trattava di una realtà particolare, piccola e dinamica, ma pur sempre di una banca.

Ha l’impressione che la sua diversa lingua e cultura le abbiano impedito di raggiungere certi obiettivi?

L’ostacolo più grande è stato l’apprendimento di una lingua difficile come il tedesco, soprattutto in età quasi adulta. Ho comunque trovato molta comprensione da parte di tutti. Gli svizzero-tedeschi hanno una grande ammirazione per il Ticino e il loro rispetto cresce quando vedono un ticinese farsi strada nonostante le difficoltà.

In quale momento della sua vita c’è stata una svolta?

Ce ne sono state due. La prima nel 2000, quando il fondatore della piccola banca dove lavoravo è morto in un incidente aereo sul Gottardo. Ciò mi ha portato a cambiare lavoro entrando nel mondo finanziario più tradizionale. La seconda svolta, di tipo personale, è invece avvenuta nel 2017, quando uno dei miei figli si è ammalato gravemente all’età di cinque anni. Ora per fortuna sta bene, però un’esperienza di questo tipo lascia delle tracce. A me ha insegnato ad apprezzare le cose che prima davo per scontate, a non arrabbiarmi per delle sciocchezze e a tirare di tanto in tanto il freno per chiedermi: dove sto andando? Da più di dieci anni sognavo di imparare a suonare il piano. Dopo che mio figlio è guarito ho iniziato a prendere lezioni.

La Svizzera è stata a lungo il ‘Paese delle banche e del cioccolato’. Lo è ancora? Come sta cambiando il settore bancario?

Il settore finanziario sta diventando sempre più eterogeneo: i servizi che un tempo erano offerti solo in banca, ora vengono gestiti anche da altre istituzioni. La Svizzera rimane comunque un attore principale nel settore finanziario. Se prima i perni su cui si fondava erano il segreto bancario e la valuta molto forte, oggi si punta ancora di più sulla professionalità e sull’attrattiva di un paese sicuro, con un sistema amministrativo e giudiziario ben funzionante. In questo modo si attirano clienti, anche i più grandi e sofisticati.

Dopo la crisi del 2008 le banche hanno subito un forte colpo alla loro immagine. Com’è la situazione quattordici anni dopo?

Paradossalmente si può dire che le banche un tempo avevano un’immagine più positiva, anche se in realtà il loro era un business meno trasparente di quello odierno. Hanno inoltre perso un po’ della loro importanza sociale poiché sono state in parte rimpiazzate da altri enti: per un’ipoteca ci si può rivolgere anche a un’assicurazione o a una cassa pensione.

Il Credit Suisse ha vissuto e sta vivendo un periodo turbolento, segnato da diversi scandali. Come vive questa situazione il personale?

In effetti ci troviamo in una fase impegnativa e per di più in un contesto di mercato molto difficile. Molte delle questioni in sospeso – le più gravi, legate a procedimenti giudiziari in corso – risalgono comunque al passato, spesso addirittura a decenni fa. Il comportamento di alcuni manager, che nel frattempo hanno lasciato l’azienda, ha inoltre causato delusione tra il personale, che però rimane fiducioso: Credit Suisse è una banca con una tradizione di quasi 170 anni alle spalle. Nell’immediato futuro bisognerà fare le scelte giuste e sono fiducioso che ciò stia già avvenendo e che siamo sulla strada giusta. Ciò è particolarmente importante in un business come il nostro, che si basa sulla fiducia e vive anche di immagine e reputazione.

La Svizzera è stata costretta a rinunciare al segreto bancario, ma non ci hanno rinunciato né l’Europa, che si è tenuta il Lussemburgo, le Antille francesi o le Isole del Canale, né gli Stati Uniti, che possono contare sul Delaware. Quali sono le conseguenze di questa situazione?

Devo fare una premessa: questo non è il mio settore. Io mi occupo della gestione di patrimoni di clienti non privati, per esempio casse pensioni, fondi sovrani eccetera. In generale posso però dire che a livello mondiale la trasparenza è in aumento e che nascondere fondi non tassati sta diventando sempre più difficile. Per questo motivo oggigiorno è importante distinguersi per la qualità e la professionalità, che è poi l’obiettivo che la nostra banca persegue. Si tratta anche di un trend generazionale: i giovani non vogliono più nascondere il loro denaro. Preferiscono averlo alla luce del sole per poterne disporre.

Da anni le banche chiudono filiali ed eliminano i classici sportelli. Una banca moderna ha un aspetto decisamente diverso da quello di una tradizionale. Come sarà la banca del futuro?

È vero: gli sportelli stanno scomparendo sempre di più, sostituiti dalle operazioni online. Per le transazioni più complesse continuerà però a essere necessaria e anche fondamentale l’interazione personale. Prima di tutto perché i clienti preferiscono discutere le proprie questioni finanziarie faccia a faccia con un consulente. E in secondo luogo perché vogliono soluzioni personalizzate, tagliate su misura.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole intraprendere una carriera bancaria?

Di farlo, se gli piace ed è motivato. Nonostante tutti i problemi, resta un settore affascinante, che permette di rimanere aggiornati sull’attualità, di avere tanti contatti, di viaggiare. È un lavoro, insomma, aperto al mondo. Ciò che succede a Tokyo o a New York ha un influsso su ciò che si farà domani in ufficio.

Cosa le dà maggior soddisfazione nel suo lavoro?

Ciò che più apprezzo è la grande varietà di compiti che svolgo: ieri redigevo gli obiettivi, oggi sto facendo questa intervista, domani volerò a New York, dopodomani incontrerò un grande cliente e al contempo mi sto occupando di un importante progetto immobiliare. Il tutto a stretto contatto con persone provenienti da ogni parte del mondo. Per una persona curiosa come me questo è un settore davvero stimolante.

Che importanza dà alla carriera?

Sembrerà strano, eppure io non mi sono mai candidato per nessun posto all’interno della banca. Ad eccezione, naturalmente, del primo impiego che ho avuto vent’anni fa. Mi sono sempre concentrato sul far bene il mio lavoro, non pensando al prossimo passo. Di volta in volta qualcuno sopra di me ha apprezzato il mio lavoro e mi ha permesso di fare altro e di più. Di sicuro sono stato anche fortunato.

C’è qualche traguardo professionale al quale ambisce?

Anche nella posizione attuale mi concentro a far bene il mio lavoro, conscio della grossa responsabilità che comporta: un quarto di tutti i fondi di Credit Suisse a livello mondiale è gestito dal mio team. È anche un dato di fatto che più si sale nella gerarchia e meno posizioni disponibili ci sono e il mio prossimo livello sarebbe la Direzione Generale... Per quanto riguarda obiettivi al di fuori della banca, magari un giorno mi piacerebbe fondare un’attività tutta mia. Sarebbe una bellissima sfida.

Qual è la lezione più importante che ha imparato dalla sua vita a nord delle Alpi?

Della vita qui apprezzo l’organizzazione, l’approccio generale al lavoro e il rispetto dei processi. Mi piace anche che si presti la giusta attenzione alla competenza dei singoli. A Zurigo si respira un’aria professionale e internazionale. Le persone, generalmente, si concentrano sul proprio lavoro senza perdere tempo a lamentarsi.

Si considera integrato?

Sono convinto che l’integrazione dipende principalmente dalla propria volontà. Avendo tre figli, la cosa avviene quasi da sé. Poi faccio parte di alcune associazioni e mi occupo anche di volontariato. Sì, mi sento integrato.

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