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Il razzismo in Svizzera, ieri e oggi

Memories of Racism, una mappa realizzata dall’équipe ‘Dialogue en Route’ per ripercorrere il complesso legame fra il nostro Paese e le discriminazioni

22 marzo 2022
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Una montagna battezzata col nome di uno scienziato svizzero che sosteneva la teoria della "razza". Uno zoo dove, in tempi passati, venivano offerte attrazioni "particolari", con vere e proprie esposizioni di esseri umani. Un manifesto sulla prevenzione sessuale preso d’assalto dai vandali, poiché ritraeva il bacio tra due uomini.

Situazioni molto diverse tra loro ma che costituiscono una concreta testimonianza storica e culturale della società svizzera, e del suo rapporto con la diversità, sia essa legata al genere, all’orientamento sessuale, alla disabilità o all’attribuzione culturale o religiosa.

Una mappatura delle discriminazioni

Per cercare di catturare tutte le complessità legate al tema in Svizzera, il team del progetto nazionale di mediazione ed educazione alla cittadinanza, "Dialogue en Route" ("Dialogare, in viaggio" coordinato dalla comunità di lavoro interreligiosa Iras Cotis) ha deciso di lanciare un nuovo sotto-programma, intitolato "Memories of Racism" (Memorie del razzismo). Lo scopo è discutere di discriminazione e razzismo partendo dai luoghi dove sono avvenuti determinati fatti, oppure dagli elementi che li ricordano, come monumenti o targhe commemorative.

La cartina interattiva è consultabile sul sito internet del gruppo (enroute.ch/it/memories-racism) e le varie descrizioni dei punti sono scritte con un linguaggio semplice e inclusivo, corredate da immagini e fonti puntuali. I testi sono redatti dalle varie équipe regionali di "Dialogue en Route" nella lingua parlata nella regione svizzera che ospita l’oggetto d’interesse.

«Lo scopo principale del nostro lavoro vuole essere quello di aprire un dialogo. Lo facciamo partendo da un punto segnato sulla mappa nazionale, a cui corrisponde un esempio tangibile, sia esso passato che contemporaneo» ci dice Elodie Luvenga, collaboratrice responsabile del progetto "Memories of Racism" per la Svizzera italiana. «Questo perché ci accorgiamo, sempre più spesso, che quando si parla di razzismo si resta nel campo dell’astratto. Qualcosa di estraneo, che riguarda un gruppo ristretto e di poco impatto sulla società, ma così non è».

Ricordando la genesi del progetto e confermando quanto detto da Luvenga, al discorso si aggiunge anche Ambra Ostinelli, co-responsabile di "Dialogue en Route" per la Svizzera italiana: «L’idea nasce nel 2020, sull’onda di quanto stava accadendo negli Stati Uniti con l’omicidio, a sfondo razziale, di George Floyd. Il movimento Black Lives Matter era, all’epoca, riuscito a portare il dibattito fuori dai propri confini nazionali, raggiungendo anche il nostro Paese. È stato in quel momento che abbiamo deciso di voler approfondire anche noi il tema, concentrandoci però sulla nostra realtà svizzera e su come la nostra società percepisce o si pone di fronte a questi interrogativi importanti».

Obiettivo finale: promuovere il dialogo e la convivenza nel rispetto della diversità che caratterizza la società svizzera, contribuendo così alla riduzione dei pregiudizi.

Le radici profonde del razzismo

Che cos’è esattamente il razzismo? Quando un’azione è considerata discriminazione?«Non esiste una risposta univoca a queste domande – spiega Luvenga –, ma rifacendoci alla definizione fornita dal Servizio federale per la lotta al razzismo, con "razzismo" si intende la gerarchizzazione di persone o gruppi della popolazione. Spesso deriva da una reazione involontaria o addirittura inconscia che non necessariamente è legata a un’ideologia. Certo, se pensiamo al razzismo oggi ci viene subito in mente l’offesa fra individui, ma non è solo questo. Esso caratterizza strutture sociali, istituzioni e dinamiche e determina o conserva rapporti di potere, esclusioni e privilegi. C’è un punto sul quale bisogna fare attenzione, il razzismo non può essere ricondotto unicamente all’agire dei singoli, ma viene trasmesso storicamente, socialmente e culturalmente ed è radicato nelle strutture sociali. Il razzismo è dunque un problema di tutta la società e dev’essere affrontato come tale».

Il mondo delle disparità raccolto – e raccontato – da "Memories of Racism" assume una moltitudine di luoghi, spazi e storie che si intrecciano fra loro e la linea del tempo. Dai volti spenti dei "Verdingkinder", i bambini schiavo strappati alle proprie famiglie per essere impiegati come manodopera a basso costo presso altri nuclei familiari, a quelli scuri delle donne e degli uomini ingabbiati, allo stesso modo di tigri e zebre, negli zoo di Basilea e Zurigo. Dalla vetta nella Alpi bernesi che porta il nome Louis Agassiz, ricercatore e convinto sostenitore della poligenesi, teoria secondo la quale gli afroamericani e i bianchi appartenevano anatomicamente a specie diverse, alle iniziative – una del Comune di Mendrisio – per cercare di rendere la toponomastica meno patriarcale, intitolando strade e vie a personaggi femminili.

Ma non mancano i casi "mediatici", come ad esempio il segno dell’aquila fatto da Shaqiri durante la partita contro la Serbia ai Mondiali in Russia (come punto in questo caso è stato scelto lo Stade de Suisse di Berna), o alla polemica dei Moretti (chiamati in tedesco "testa di moro o nero").

Per combattere i pregiudizi serve il dialogo

E proprio parlando degli avvenimenti che hanno trovato ampio spazio su giornali ci si può chiedere se un’eccessiva attenzione non possa portare il lettore o l’utente all’esasperazione, creando così un effetto contrario alla sensibilizzazione. Luvenga non ha dubbi: «Sì, sicuramente anche leggendo questa intervista, qualcuno esclamerà "che esagerazione parlare di x o definire y come discriminatorio!", ma ciò succede perché questa è una reazione. La reazione di chi, sentendosi confrontato con qualcosa a cui in realtà non ha mai riflettuto o, più semplicemente, sentendosi toccato, alza un muro difensivo. Quindi, anche se ci si imbatte e talvolta anche ci si scontra con questi muri, resta importante parlarne e cercare di trovare un punto di contatto e di dialogo».

Per questo, aggiunge Ostinelli, «è importante sottolineare che non abbiamo solo la mappa interattiva come strumento per avvicinarci al pubblico. È nostra intenzione sviluppare prossimamente del materiale didattico per le scolaresche e delle tavole rotonde per un pubblico adulto che permettono di favorire il dialogo e lo scambio, nonché proporre spunti interessanti per il dibattito più generale su questi temi. L’obiettivo, come ben detto da Luvenga, è quello di raccogliere varie prospettive e permettere una riflessione più ampia in merito a meccanismi di razzismo e di discriminazione».

E la Svizzera, come si comporta di fronte alle pagine oscure della propria Storia? Tende a parlarne apertamente oppure preferisce nascondere tutto sotto il tappeto e la polvere dell’oblio? «Abbiamo scelto di non dare giudizi di merito a come il Paese si approcciò o si approccia tuttora alle discriminazioni» risponde Luvenga. «Il nostro lavoro, che di fondo è accademico, vuole rendere consapevole la popolazione dell’esistenza delle discriminazioni e del razzismo nel contesto svizzero. È infatti solo recentemente che in Svizzera si discute di questi temi, prima considerati lontani dalla nostra realtà».

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