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Sogno o son Festival
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01.02.22 - 05:25
Aggiornamento: 03.02.22 - 10:34

Sorrisi e tamponi tv (Sanremo, giorno uno)

C’è di peggio che dichiararsi alla propria moglie sulle scale dell’Ariston. Ora che Bono Vox ha rinnegato se stesso, nulla ci spaventa più

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Corso Matteotti by night

Com’è triste Sanremo, solo un anno dopo (troppo Aznavour, e non buttiamoci giù; da capo) È sempre bello tornare a Sanremo, soprattutto se è davanti al Teatro Ariston che hai chiesto a tua moglie di sposarti. La gente fa strane cose, è vero, ma c’è di peggio. Ci sono i turisti del macabro che si fanno i selfie davanti alla villetta di Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee, gesto sintomatico di più gravi patologie della semplice dipendenza da Festival di Sanremo. Di certo, infilare un diamante-è-per-sempre sulle scale del tempio della canzone italiana è più originale che farlo con una caccia al tesoro personalizzata (metti che poi non ti ricordi dove hai nascosto l’anello), di farlo annunciare allo stadio durante una partita (nel mezzo di un’aggressione ultrà è possibile che nessuno ti senta), dell’inserzione sui giornali (che non si vendono più) o di uno degli altri ‘15 modi per lasciare il segno’ consigliati da matrimonio.com.

È il tono leggero che ci guida per le strade di Sanremo, dove il Teatro Artiston non ha mai fatto del male a nessuno ed è così discreto nella sua luminescenza che nemmeno ti accorgi che c’è quando si percorre per la prima volta via Matteotti. Ma solo di giorno, quando le insegne sono spente. L’Ariston quest’anno è griffato di blu Eurovision per la felicità di Eddy Anselmi, storico del Festival che tanto ha creduto nel ritorno della Rai a Eurosong, uno che prima gli ridevano dietro e dopo la vittoria dei Måneskin tutti si farebbero calpestare. Da lui e dai Maneskin mentre suonano (e farsi calpestare con i tacchi alti non è esattamente fisioterapia. Fine del momento fetish). È il tono leggero che lo scorso anno, chiusi in casa, ci concesse quel momento di normalità televisiva popolare, popolarissima, di musica leggera, anzi leggerissima. Il Festival torna quest’anno con un pubblico in sala in più e un po’ di gente in strada, davanti al red carpet diventato green (la nuova passerella in erba vera mista a sintetica) dove sono tornati a sfilare gli idoli di questa tanto bistrattata italica canzone.

Il Festival non è ancora quello della rinascita, se mai per le strade rinascerà; è ancora quello dei tamponi e della quotidiana caccia al cantante che per ora resta sospesa. Ma “intrattenere” è ciò che serve, imperativo del direttore artistico uno e trino. In tempi difficili in cui Bono rinnega se stesso, parleremo di canzoni (che male non sono) e anche di sorrisi, in queste pagine dalla Riviera dei Fiori tendenzialmente libere dal troppo effimero per limitarci (al netto dell’autotune) alla musica suonata, cantata, arrangiata, prodotta, ‘performata’ (P.s. Il termine ‘performato’ è in calo di popolarità; sono i giorni di ‘resilienza’ e ‘iconico’. Se mai, parlando di Sanremo, dovessimo usare le parole ‘resilienza’ e ‘iconico’, l’editore vi rifonderà il prezzo dell’abbonamento).

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