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12.08.22 - 16:58
Aggiornamento: 17:40

Il deserto di Adnane Baraka, tra mistero e complessità umana

Il regista unisce nomadi e scienziati che cercano tracce sull’origine della vita, e il documentario sulla ricerca diventa esperienza poetica e metafisica

di Ivo Silvestro
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‘Fragments from Heaven’

Aveva sorpreso, ‘Fragments From Heaven’ di Adnane Baraka, per la capacità del giovane regista marocchino di unire mondi lontani come quello dei pastori nomadi del deserto e degli scienziati che cercano tracce sull’origine della vita. Sulla carta il suo è un documentario sulla ricerca, da parte appunto dei nomadi del deserto, di meteoriti che permettano di scoprire dettagli sulla formazione del cosmo, ma con un interessante lavoro cinematografico Baraka trasforma il tutto in un’esperienza poetica e metafisica.

In competizione nella sezione Cineasti del presente, il film è stato selezionato per ‘Le vie dei pardi’ con una proiezione speciale, seguita da un incontro con il regista, sabato 20 agosto alle 17 nell’aula magna dell’Università della Svizzera italiana, nell’ambito dell’Usi Mem Summer Summit 2022. Alla proiezione parteciperà anche Baraka, che ci ha spiegato come è nato questo film «che possiamo considerare un documentario, un film di finzione o un’opera ibrida, perché alla fine credo che l’espressione cinematografica trascenda queste distinzioni». Quando questo progetto è iniziato, nel 2014, «l’idea era fare un documentario sulla ricerca di meteoriti dispersi nel deserto, abbinato a una testimonianza degli scienziati che analizzato questi oggetti celesti per vedere come due universi distinti e separati fossero accomunati dall’interesse verso lo stesso oggetto». Poi «in fase di scrittura e soprattutto durante le riprese mi sono lasciato andare a questi aspetti ‘organici’ della storia: il processo creativo ha preso il sopravvento e non mi sono più chiesto se questo film è un documentario, se è realtà o funzione». E alla fine, ha concluso il regista, «quello che più mi ha ispirato maggiormente è stato cercare un linguaggio cinematografico che mi permettesse di esplorare i temi del film e i personaggi».

‘Non siamo noi a vivere nel deserto, è il deserto che vive in noi’

Abbiamo accennato alle riprese: Baraka si è occupato di tutto, facendo da operatore e fonico. «Ero solo: avevo ovviamente delle guide che mi hanno aiutato ma più dal punto di vista logistico, come ‘équipe tecnica’ del film ero solo io». Che cosa ha significato? «È stata una scelta naturale: volevo esserci io dietro la cinepresa, per riuscire a catturare il momento prima di perderlo mentre spiego all’operatore cosa deve fare». A volte, ha proseguito Baraka, sono passate intere settimane senza filmare nulla, «ma la cinepresa deve essere sempre lì, pronta». Quanto sono durate le riprese? «Due anni a mezzo in tutto, su più periodi ovviamente perché è stato necessario tornare più volte: alla fine, e questo forse fa la differenza tra un documentario e un film di finzione, puoi cercare di provocare un evento o una situazione ma alla fine dipendi da quello che accade davanti a te».

Uno dei punti di forza del film è l’apparente paradosso di cercare tracce dell’origine della vita in un luogo arido e inospitale. «Sì, il deserto è sempre stato un luogo mistico, misterioso, metaforico: alla fine siamo andati in un deserto alla ricerca di meteoriti oppure alla ricerca di risposte che sono irraggiungibili?». E qui Baraka ci ricorda la frase di uno dei personaggi del film: "Non siamo noi a vivere nel deserto, è il deserto che vive in noi".

Nel film incontriamo pastori e scienziati, ma le domande sull’origine della vita sconfinano nella religione. Possiamo dire che la prospettiva scientifica e quella religiosa coincidono, nel film? «Non è un tema affrontato esplicitamente, ma credo che se nel film è possibile trovare una connessione tra scienza e religione, questa è nel fatto che nessuna delle due possiede una verità: la scienza perché è una ricerca continua, la religione perché secondo me lascia spazio al dubbio». E la politica? Uno dei contrasti del film è tra le difficili condizioni di vita dei pastori nomadi e il relativo benessere di chi, come gli scienziati, vive in città, un tema che ha un valore politico e sociale. «Sociale può essere, politico non saprei. Per me, quello che mi ha spinto a realizzare questo film è l’umano nella sua complessità, è l’umanità di fronte alla perdizione, al dubbio, al desiderio di cambiare vita».

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