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L’intervista
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19.09.22 - 09:51
Aggiornamento: 14:59

Mario Martone, ‘Nostalgia’ e altre storie

Di Napoli e dintorni, di Godard e Rossellini, di ostinazioni e ignoranza creativa: ieri il regista napoletano è stato ospite di Babel

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© Marta Panzeri per Babel
Mario Martone davanti al Teatro Sociale

"Il cineasta italiano più importante degli ultimi decenni, una delle cinque personalità di maggiore spicco della cultura europea". Un regista "impuro", perché "nessuno può essere puro, come rivendica chi vive nella bolla del cinema"; e l’impurità è "offrire sempre un’immagine non definitiva, punto provvisorio per ulteriori esplorazioni", in quel "reticolo di rimandi" che è il suo essere regista cinematografico, teatrale e televisivo, documentarista e sceneggiatore non di meno. È Mario Martone per Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival, sul palco del Teatro Sociale di domenica pomeriggio per Babel che incontra le altre arti. Il Cinema, in questo caso. Martone – napoletano, un Leone d’Argento all’esordio, tanti David di Donatello e Nastri d’Argento – si è ritagliato qualche ora di pausa dalla costruzione della sua Fedora, presto in scena alla Scala, per parlare di sé e delle proprie opere, che per Nazzaro sono "un’opera sola, in cui i film sono la parte più accessibile". Perché "tanti lavorano ai film, pochi a un’opera completa. Forse solo Fassbinder".

Il cinema ‘camminante’

Martone il suo cinema lo chiama "arcipelago", e tra le isole c’è ‘Nostalgia’, pellicola presentata quest’anno a Cannes, con Napoli al centro e il non napoletano Pierfrancesco Favino – non napoletano nemmeno nel film, in quanto emigrante che torna dall’Egitto dopo quarant’anni – ad aggiungere significato al film, tratto dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea. "Mi propongono spesso libri belli, o che si pensano giusti per me. Ma deve scattare qualcosa in me, come in questo caso. ‘Nostalgia’ non è ambientato a Napoli, ma nel rione Sanità, che sebbene io sia napoletano non conoscevo in quanto sorta di enclave che guarda il mare dall’alto. E se dagli altri quartieri arrivare al mare è facile, dalla Sanità no". E se per Martone, che viene dalla Chiaia, c’è un viaggio da fare, se vi è l’occasione di un cinema "camminante", come lo chiama lui, "se ci si può mettere in cammino, allora ha senso". Al di là del suo Felice Lasco, il protagonista, e della manciata di grandi attori al suo fianco, "la chiave del film è stata quella di dare coro alle persone della Sanità, che non avevano mai recitato ma che rappresentavano la verità di quel posto, persone vere come le strade, come i palazzi".


© Marta Panzeri per Babel
Sul palco con Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival

Da ‘Nostalgia’, film senza fronzoli né manierismi, il dialogo tra Nazzaro e Martone si dipana per un’ora e mezza buona. Nel ricordare l’opera omnia del regista, Nazzaro ‘pretende’ che si parli di ‘Noi credevamo’ e del coraggioso ‘Il giovane favoloso’, incentrato sulla vita di Giacomo Leopardi. E lo spazio è tutto per ‘Noi credevamo’ – sette David di Donatello, fotografia del bellinzonese Renato Berta – dalla ricostruzione storica ‘rosselliniana’ e dalla libertà stilistica ‘godardiana’: "Nei miei film tutti i cantieri sono aperti, tutte le porte sono aperte, anche quelle della mia ignoranza. Se avessi conosciuto bene il rione Sanità, non mi sarebbe venuta la voglia di girarci un film". Se non avesse voluto capire il Risorgimento, o meglio "le semplificazioni su cos’è stato il Risorgimento" (Nazzaro), nemmeno sarebbe esistito ‘Noi credevamo’.

Nella suddetta ora e mezza si transita prima dalle parti di Godard: "La sua idea di montaggio ha ribaltato tutto; montava con libertà e ampiezza, come se facesse musica con la realtà"; e ancora: "Senza la sua lezione forse avrei ugualmente fatto cinema, ma non sarei la stessa persona". Poi transita dalle parti di Rossellini: "L’ho interiorizzato, non ci penso in senso diretto. Amo il suo aver rischiato sconsideratamente. Dopo ‘Roma città aperta’ ha girato film che non capitalizzavano quanto aveva conquistato, il tutto per andare altrove, atto che me lo rende maestro totale".

In direzione ostinata

Per concludere, in nome del fermento teatrale degli esordi a Napoli, Nazzaro fa spazio all’esordio del Martone regista in ‘Morte di un matematico napoletano’, l’ultima settimana di Renato Caccioppoli, docente universitario di matematica pura toltosi la vita nel maggio del 1959, ultima settimana che doveva essere l’ultimo giorno: "Fu la co-sceneggiatrice Fabrizia Ramondino a spingere affinché fosse raccontata la settimana – ricorda il regista – e fu una mossa giusta. Ma i produttori volevano che aprissi ancor più la storia, e io ribattevo sostenendo che il film avrebbe perso di senso. L’unico modo sarebbe stato farlo da indipendenti, utilizzando le sovvenzioni pubbliche, coinvolgendo amici". Così fu. "Certe ostinazioni – conclude Martone – non sono spiegabili razionalmente". Sono spiegabili, eventualmente, con l’aneddoto: "Bertolucci, suo devoto, chiese a Godard i diritti per citare ‘À bout de souffle’ in ‘The Dreamers’; Godard glieli concesse, inviandogli la conferma tramite un fax che riportava queste parole: ‘Non esistono diritti d’autore, ma solo doveri’. Ecco, io parlo di dovere rispetto a me stesso. Quando ho ceduto alle pressioni altrui, mi è sempre rimasto il rimpianto".

L’intervista

‘Si può provare nostalgia anche restando’

Di Napoli, oltre alle voci, in ‘Nostalgia’ ci sono anche i silenzi. «Il suono di Napoli è senz’altro qualcosa d’interessante. Si tratta comunque delle mie orecchie. Ogni città ha un suono che sento io, anche Bellinzona ha un suono. Il lavoro sul suono per me è molto importante, ovunque mi trovi a fare cinema. A Napoli non di meno».

Incontriamo Mario Martone nel gazebo del book shop di Babel, un’ora prima che l’attenzione su di lui si sposti dentro il teatro. Suono e teatro ci portano alla musica e a Milano, dove la suddetta Fedora andrà in scena dal 15 ottobre al 3 novembre. «È la terza opera di Umberto Giordano che la Scala mi ha chiesto – ci dice – e ogni volta ho cercato soluzioni diverse. Nel caso di Fedora ho cercato di raffreddare la mia partita col naturalismo. Dal punto di vista visivo mi aiuterò con la pittura. In generale, cercherò di staccare dal Rigoletto di Verdi», l’opera precedente. Detto di Milano, nel dubbio che non se ne parli abbastanza in seguito, ci giochiamo tutto sulla ruota di Napoli…

Mario Martone. Ora tra le lingue di Babel c’è anche quella napoletana…

Il napoletano concede un ampio spettro di possibilità, anche se sarebbe giusto dire ‘i napoletani’, perché a Napoli esistono tante lingue diverse. Napoli e Venezia sono le sole città in cui si parla ancora il dialetto per davvero, quello che cammini per strada e dalla parlata sei avvolto. Non sorprende che poi Napoli e Venezia siano le due grandi città della tradizione teatrale, Goldoni da un lato, Eduardo, Scarpetta e il resto dall’altro, in un rapporto profondo tra lingua e teatro. La lingua italiana vive invece una sorta di grande mediazione tra tutti noi, voi compresi, che negoziamo un italiano che non è certo quello di Dante.

Diceva ‘napoletani’…

Napoli ha più dialetti, che offrono tutti un ampio spettro di possibilità: uno puro, la parlata elegante di Sergio Bruni o di Roberto Murolo per intenderci, che va sino al napoletano rabbioso, gutturale, quasi animalesco che si ascolta in ‘Gomorra’, caratteristiche che a Napoli esistono e non sono invenzioni cinematografiche o musicali. Anche nei miei film c’è napoletano e napoletano: c’è quello del ‘Sindaco del Rione Sanità’, altro è quello di ‘Qui rido io’, diversi come pasta. Ne ‘L’amore molesto’ il dialetto è addirittura uno dei temi portanti del libro di Elena Ferrante, per questa donna che viene fisicamente inondata da una parlata dalla quale si era voluta staccare.

La Delia de ‘L’amore molesto’ e il Felice Lasco di ‘Nostalgia’ fanno un percorso comune, quello del ritorno a Napoli. Mi paiono, in generale, più frequenti i ritorni a Napoli che non le partenze da quella città…

Se intende il mio caso specifico, la partenza da Napoli è in me sin dall’inizio. A 17 anni ho iniziato a fare un teatro che guardava altrove, alla sperimentazione americana, europea, nonostante la forte tradizione teatrale dietro di me, sopra di me. Posso dire di essermene sempre andato da Napoli…

Mi riferivo alle soluzioni narrative date dal ritorno in una città come la sua...

Ritengo si possa avere nostalgia anche di un posto dal quale non te ne sei mai andato. Certo, il ritorno è il meccanismo adatto per provocare tensione. Nel caso de ‘L’amore molesto’ ho voluto restare fedele al libro di Ferrante, scritto come un giallo; ‘Nostalgia’, al contrario, con Ippolita Di Majo l’abbiamo riorganizzato per ottenere questo tipo di tensione, laddove nel libro di Ermanno Rea tutto è chiaro sin dall’inizio.

‘Non v’è necessità di ritrarre Napoli diversamente da ciò che è’, ha detto lei in un’intervista. E Felice mette l’orologio in cassaforte prima di uscire, cosa che anche i napoletani ti dicono di fare...

Ho sempre raccontato tante Napoli, da quella degli intellettuali in ‘Morte di un matematico napoletano’ a quella degli artisti impegnati in ‘Teatro di guerra’. Di volta in volta racconto ciò che Napoli è. Non ho alcun interesse ‘turistico’ né forzatamente edificante. È la condizione umana che m’interessa, e a Napoli può essere sofferta, dolorosa, anche violenta.

È più facile raccontare Napoli per un napoletano o il non esserlo ‘alleggerisce’?

Ci sono bellissimi film girati da autori non napoletani a Napoli, benché quelli non troppo belli siano più di quelli belli. Vorrei dire che la Napoli più bella vista al cinema è quella del primo episodio del ‘Decameron’ di Pasolini, quella di Andreuccio da Perugia che entra in una città evocata pittoricamente con pochi tratti, che comunque fanno emergere il sentimento profondo verso la città. ‘Viaggio in Italia’ è forse il film più bello che sia mai stato fatto a Napoli, e Rossellini di certo non era napoletano.

A Cannes, ‘Nostalgia’ è stato sommerso dagli applausi. Pierfrancesco Favino era una Palma d’Oro annunciata ma è andata diversamente. D’altra parte, dice lei, i premi non sono altro che una lotteria…

Lo sono per forza. Venti film e sette persone che li devono giudicare, è chiaramente un gioco combinatorio. È il bello dei premi. Ve ne sono alcuni che ricevi e nemmeno sei convinto di meritare, e altri che non ricevi e pensi che avresti potuto meritare.

Nostalgia’, a Cannes, meritava di più?

No, a Cannes siamo stati contenti per il solo fatto di esserci e per l’accoglienza. A novembre ‘Nostalgia’ esce in Francia, poi in Germania, avrà una vita internazionale importante. Il Festival è un bellissimo gioco che uno poi si dimentica. Dopo, resta solo il film.

Le piattaforme la spaventano? E il suo cinema contemplerebbe il formato ‘serie’?

Non mi è ancora capitato di girare una serie, ma è una cosa che mi piacerebbe fare. Il fatto è che lavoro tanto, ho progetti cinematografici sul campo. La serie è qualcosa di molto potente che non è esattamente il cinema, pur avendo elementi in comune con esso. Un film è come un romanzo, ha un inizio e una fine, una sua struttura interna, anche lunghissima. La serie può anche essere destinata a non chiudere mai.

Durante l’ultimo Locarno Film Festival, anch’egli incuriosito e al lavoro sulla sua prima serie, Costa-Gavras malediceva un meccanismo che, a suo parere, creerebbe dipendenza e per il quale la puntata precedente viene dimenticata in un attimo…

Dipende. Sono state prodotte serie stupende il cui insieme non si può dimenticare. Credo si tratti di sapere distinguere. Ci sono registi che lavorano sulla prima stagione e poi lasciano, dunque la non chiusura non è una regola fissa. Il film, così come un quadro, ha una sua cornice che delimita lo spazio di chi lo fa e di chi lo guarda. Con la serie possiamo essere più liberi, e credo che questa libertà possa essere un valore.

E le sale?

Se chiudono le sale non avremo più pareti sulle quali attaccare i quadri. Penso al film comico per il quale, è presto detto, ridere in mezzo alla gente è una cosa, ridere da soli un’altra. Ma è anche una questione tecnica: per il cinema io concepisco inquadrature destinate a uno schermo grande, perché piene di dettagli; se facessi una serie penserei in tutt’altro modo. Sale e piattaforme sono forme che devono coesistere.

Il lavoro futuro di Mario Martone contempla altri grandi napoletani?

Sto realizzando un documentario su Massimo Troisi che uscirà a febbraio, e insieme a Ippolita Di Majo sto scrivendo il nuovo film, che avrà a che fare con Goliarda Sapienza, la scrittrice della quale due anni fa mettemmo in scena ‘Il filo di mezzogiorno’.


© Marta Panzeri per Babel
Da sinistra, Matteo Campagnoli, Mario Martone, Giona A. Nazzaro

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