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09.08.22 - 10:10

Alexander Sokurov divide il Festival con un film immenso

Ode a ‘Skazka’ (Fairytale), del maestro russo; al suo confronto scompare ‘Il Pataffio’. Da applausi l’opera di Sylvie Verheyde

di Ugo Brusaporco
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‘Skazka’ (Fairytale)

‘Skazka’ (Racconto di fate), il provocante c’era una volta… di Alexander Sokurov, maestro del cinema russo e mondiale, ha sconvolto Locarno tra forti applausi e forti contestazioni, e questo era prevedibile fin sulla carta, per la natura stessa di un film che non concede spazio all’ignoranza dello spettatore. Un film, come ha spiegato il regista, sorretto da un preciso impianto etico e civico, ed è chiaro che questa sua splendida rettitudine morale nell’idea di fare Cinema non può piacere e neppure interessare a chi chiama i film ‘contenuti’ e a chi ha eletto Netflix a consulente cinematografico.

Un film che ha come protagonisti, in stretto ordine alfabetico: Sir Winston Churchill, Gesù Cristo, Adolf Hitler, Benito Mussolini e Iosif Stalin, un parterre straordinario, capace anche questo di far discutere per l’assenza di Harry S. Truman, il presidente americano che spedì le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e che fece radere al suolo Dresda. Ma come ha voluto chiarire il regista, la sua è un’idea legata al Vecchio continente europeo, alla sua cultura, per questo il Cristo non poteva mancare; come gli altri, ognuno dei quali ha radici profonde nella cultura del paese cui appartiene. Tutti agiscono in uno spazio che è quello ispirato alle Carceri di Giovanni Battista Piranesi (Mogliano Veneto, 4 ottobre 1720 – Roma, 9 novembre 1778), opera immensa ancora oggi ricordata dalle mostre in tutto il mondo; ci sono, tra gli altri, anche due film legati a quest’opera in internet: uno dell’artista Grégoire Dupond, e uno storico del regista Luciano Emmer.

Ecco il Piranesi e, parlando di morti alle porte del giudizio universale, ecco la recita della recita della prima terzina del proemio che apre la Commedia dantesca: tutti sono in quella "selva oscura" in cui incontrano anche il Cristo in attesa della Risurrezione finale; i potenti dannati si sdoppiano, a mostrare il volto assunto nel cammino del loro conquistare il potere. Sokurov li guarda: sono come topi che vagano in cerca di un’uscita da quel carcere dove solo immoto è il Cristo, e improvvisa davanti a loro come onda di oceano in tempesta; ecco le masse che li hanno ascoltati, che hanno combattuto per loro e sono morte, masse mormoranti, ora maledicenti, ma sempre confuse, e la rabbia non viene vista dai quattro grigi potenti.

Qualcuno si è chiesto del perché Churchill con Hitler e gli altri, per aver mandato a morire quasi 400mila giovani, si trema solo sentendo i numeri. Il regista trova un aiuto particolarmente importante dalle straordinarie musiche di Murat Kabardokov e da effetti visivi di eccezionale impatto. Ma è soprattutto lui, Alexander Sokurov, ad aver regalato a Locarno, insieme a un capolavoro, il senso di una lezione d’umanità vera da ricordare. Di fronte a quest’opera scompare lo scriteriato e avvilente ‘Il Pataffio’, che il regista Francesco Lagi ha tratto dall’omonima opera di Luigi Malerba (1927 –2008), novello Ruzante, inventore di lingue e storie. Il problema è che il film è troppo didascalico, quasi pedante, e anche la recita di protagonisti e comparse, di questa commedia ambientata nell’anno mille o giù di lì, risente di questa passività interpretativa. A salvarsi il solo Giorgio Tirabassi, con misura e sobrietà attoriale.

Su di un altro pianeta ci porta Sylvie Verheyde con il suo ‘Stella est amoureuse’, film coinvolgente ambientato alla metà degli anni ’80 dello scorso secolo, in quell’ultimo anno folle che fu il 1984: era il tempo delle discoteche dove poveri e ricchi si ritrovavano a ballare guidati dai grandi Dj, in notti infinite che travolgevano, e Stella con i suoi 17 anni scopre quel mondo, nell’anno della maturità, quando i suoi si sono separati, l’amante della mamma cerca di averla, e lei ha un rifugio a tutto nelle discoteche e nell’amore. Tutto canta in questo delizioso film, anche quell’ombra che si affaccia solo l’anno dopo nel 1985, con lo scoppio della pandemia di Aids. Il mondo delle discoteche tremò e le notti diventarono più fragili. Interessante anche il quarto film in Concorso, ‘Human Flowers of Flesh’, scritto, diretto, fotografato e montato da Helena Wittmann, un film che alla maniera di una moderna Jean-Marie Straub emoziona nel mostrare la transumanza di un’umanità in cerca di riscatto, che via mare cerca di raggiungere la sede della Legione Straniera ad Algeri. Da applausi.

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