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Da ‘Ariyippu’ (Declaration), di Mahesh Narayanan
Locarno75
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04.08.22 - 22:42
di Ugo Brusaporco

In concorso l’Oriente che non t’aspetti

Da India e Malesia sono arrivati rispettivamente ‘Ariyippu’ (Declaration) di Mahesh Narayanan e ‘Stone Turtle’ di Ming Jin Woo.

Due film aprono il Concorso di questo Festival Film Locarno che festeggia i suoi primi 75 anni. Da India e Malesia sono arrivati rispettivamente ‘Ariyippu’ (Declaration) di Mahesh Narayanan e ‘Stone Turtle’ di Ming Jin Woo. Il primo è un film ambientato nel recente tempo della pandemia che, come afferma il regista: "Ha provocato in India una vera esplosione delle comunicazioni internet e degli altri media legati ai telefonini, una mania che ha invaso tutte le sfere sociali soprattutto le più deboli e fragili, e questo togliendo spazio a più efficaci comunicazioni personali". Al centro del film, infatti, c’è un video fatto sul lavoro a una giovane sposa e poi manipolato al punto di farla apparire nell’atto di compiere un gesto sessuale orale. Naturalmente, il video viene diffuso, ma quel che è più grave per la giovane è che proprio suo marito lo crede vero. I due sono operai migranti che dal Kerala si sono spostati nel più industriale nord, a Delhi, dove lavorano in un guantificio per uso clinico; vanno dalla Polizia, visitano lei per vedere se ha subito violenze, e chiedono al marito di non fare denuncia; lei insiste per farla, lui la offende, la picchia; lei lo lascia, la loro storia è finita. Lui piange, lei vuole la sua dignità, non c’è più spazio per perdonare.

Film amaro sul mondo operaio e sulle donne in un mondo misogino, lei è la bravissima Divya Prabha, lui l’altrettanto bravo Kunchacko Boban. Hanno lavorato spesso con la mascherina, lasciando agli occhi il compito di dire emozioni. Da applausi. Il regista Mahesh Narayanan ha dichiarato sul catalogo: "Nei rapporti umani ci sono dei fattori sempre in gioco per conservare le dinamiche di potere dello status quo. Qual è il discrimine fra ciò che si può perdonare e l’imperdonabile?". Allo spettatore o alla spettatrice la risposta.

Su un altro campo ci porta Ming Jin Woo con il suo ‘Stone Turtle’, Qui incontriamo il destino di una giovane donna che si porta il peso di essere stata violentata bambina (una straordinaria Asmara Abigail), e di avere per questo partorito una bimba. Bimba che sua sorella aveva voluto dire sua, per evitarle le reazioni familiari. Ma proprio per questo la sorella era stata uccisa brutalmente dal padre. Fuggite insieme, la giovane donna e la bambina erano restate zia e nipote, ed erano finite su di un’isola con altre poche donne che sopravvivevano vendendo uova di tartarughe. Il regista intervalla una vicenda che si sviluppa nel continuo loop continuo con un disegno animato che racconta di una tartaruga diventata di pietra, e di come l’amore impossibile da realizzare lo riporta alla vita. È un’antica leggenda malese ed è la parte più delicata di un film profondamente violento, dove tutto è portato all’estremo, dove la realtà si confonde con la magia di un vivere dove tutto è possibile, anche diventare fantasmi, anche sopravvivere per suicidarsi. Cinema che vuole solo essere visto.

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