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Un’alba nuova

La poesia, che festeggia oggi la sua Giornata mondiale, si fa con le parole. È prodotto artigianale, come il pane: ma deve avere un sapore inconfondibile

Il fatto è che scrivere versi è una faccenda seria
(Depositphotos)
21 marzo 2023
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Accade, al poeta, che gli venga chiesto un giudizio da esordienti, da poeti in erba talvolta già in età, che gli mandano versi in esame. Egli, preso dai suoi pensieri, risponde come può, mettendosi le mani fra i capelli: i panni del giudice gli vanno stretti. Non può esimersi dall’essere sé stesso, il poeta, e dal dare la sua versione dei fatti. Non può essere oggettivo. Ma fa di tutto per conciliare saggezza con sincerità. Così, dice schiettamente che cosa pensa, se ci riesce; perché sa che una riposta negativa può ferire. Ma sa ancora meglio che illudere è letale. Perché le ferite si rimarginano, mentre le illusioni rimangono a lungo e scavano solchi.

Il fatto è che scrivere versi è una faccenda seria, un po‘ come fabbricare una sedia che stia in piedi, o un armadio. O come fare il pane. Ci vuole abilità, esercizio, pazienza. E in più il poeta deve avere sensibilità; e quella non te la dà neanche l’università di Salamanca. Nei testi dei poeti in erba c’è la farina, ma spesso il pane non lievita.

Cerco di spiegarmi. La farina, fuor di metafora, è il contenuto, il lievito è la forma che lo trasforma in parola poetica. Ora, la farina puoi comperarla al supermercato; se sei indigente puoi prenderla in offerta speciale, se no prendi quella Special bio. Ma è sempre farina. Anche se c‘è farina e farina, intendiamoci bene: il dolore, la gioia, l’attualità, il ricordo, la delusione, l’indignazione, la cronaca: ce n’è quante ne vuoi, di varietà. Ma quella che fa per te è una sola, la conosci solo tu e nessuno ti può consigliare, neanche il Padreterno.

Quanto alla forma, le cose si complicano. Dipende dalle domande che ti poni: è proprio necessario, per te, fare il pane in casa? Non potresti nutrirti con il buon pane che ti offre il mercato? Se non lo fai in casa, stai male, ti lasci morire di fame?

Seconda domanda: perché vuoi dare agli altri il tuo pane? Per altruismo o per vanità, per farti dire che sei bravo ? Attento, perché le etichette sono pericolose. Si comincia a dire: quello là è il panettiere più bravo del mondo e a furia di dirlo tutti ci credono. Ma sarà la verità?

La poesia si fa con le parole, è un prodotto artigianale, come il pane: ma deve avere un sapore inconfondibile. Le parole sono creature delicate: ne sposti una e la frase suona falsa, la pagnotta prende un cattivo sapore. Ne adoperi troppe e il pane non sa di niente. La lievitazione dell’impasto dipende non solo dalla qualità della materia prima, ma anche dalla lavorazione, dal dosaggio, dal tempo di cottura, dalla temperatura, dal tipo di lievito. La riuscita della poesia dipende dalla forma.

Ma cosa sarà mai questa lievitazione? chiede il lettore spazientito. Eh, se lo sapessi... Scrivere un testo poetico si differenzia dal fare il pane perché non esiste una ricetta. Nessuno te la può dare, neanche la scuola di scrittura creativa. Te la dà solo la vita.

Tra i poeti che ho letto recentemente, ce n‘è uno che mi è rimasto impresso nella memoria: Czeslaw Milosz, polacco. Che dice, in un testo: “Cos’è la poesia che non salva / I popoli né le persone”. Parole forti: quando mai dei versi possono salvare qualcuno? Eppure il poeta ci crede, per poter scrivere. Per non sentirsi uno strimpellatore, un buontempone, un velleitario. Perché, per lui, la poesia è una ragione di vita, che vorrebbe trasmettere agli altri. Ma, quando il poeta incontra per strada qualcuno che gli sembra di conoscere, quello lo guarda bene e dice: – Complimenti, ti ho visto alla televisione... Lo conosce non in quanto essere umano che scrive parole per gli altri, ma perché l’ha visto in quella trappola che è la tivù, dalla quale nessuno può fuggire, nel nostro mondo “concentrazionario”. Perché siamo tutti topi in trappola. O forse no, si può trovare la via della libertà. Si può sfuggire alla tagliola che fa di noi uomini e donne imprigionati dalla tecnologia. Ci si può rinnovare nutrendosi del pane della poesia; o d’un altro pane speciale, purché sia lievitato. Per diventare davvero umani.

L’utilità della poesia sta nell’invito a diventare più umani. Qualcosa del genere dicono i poeti nella loro “ars poetica”, che varia nel tempo ma rimane uguale nella sostanza. Quando Giorgio Caproni ci invita a trasformare l’io in noi, non ci invita forse a essere più umani?

Ho ritrovato, nella sezione “poesia” della mia biblioteca, È fatto giorno di Rocco Scotellaro, pubblicato nel l954. Dentro, sta nascosto un foglio a quadretti, piegato in due, scritto con la penna a inchiostro: i miei appunti di adolescente.

Rocco Scotellaro, poeta e scrittore di Tricarico – di cui fu anche sindaco socialista …, figlio di una civiltà arcaica morto trentenne nel 1953, quest’anno sarà ricordato in Basilicata, nel centenario della nascita. L’ho letto negli anni verdi: gli anni in cui, da studente, mi veniva incontro la dama non cercata.

Le parole di quel poeta, che fu anche narratore e saggista straordinario (ricordiamo L’uva puttanella e Contadini del Sud, capostipite delle "storie di vita" scritte in italiano popolare) risuonano di verità, impregnate di scabro e amaro paesaggio lucano. Quegli uomini disperati, i cani che non davano mai pace, il silenzio delle donne, i viottoli neri dove le famiglie dopo cena sedevano ai gradini delle porte, i braccianti che stavano zitti nelle piazze per essere comprati e la sera tornavano scortati da uomini a cavallo, i santi contadini di Matera, quelli che strappavano ai padroni le maschere coi denti e gridavano al Comune di volere il tozzo di pane, non li ho più dimenticati. E anch’io, ragazzo che sognava alla periferia ancora erbosa di Chiasso, come il poeta ribelle bevevo una tazza di vino con i suoi contadini dal fiato caldo, in attesa di un’alba nuova.

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