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Estival Jazz
27.08.22 - 09:11
Aggiornamento: 29.08.22 - 18:45

I ‘Curumins’ a Lugano, quando la Banda passò

Questa sera, prima della PFM e dei Gipsy Kings, Banda dos Curumins, ensemble brasiliano (anche un po’ svizzero) dalle favelas al palco di Piazza Riforma

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Foto di ‘Curumins’ in un interno

C’è chi a un certo punto della sua vita molla tutto e compie un grande salto nel vuoto, e chi il salto nel vuoto lo compie per il solo fatto di nascere in una favela. «I ragazzi vengono dalla periferia, questo luogo è spettacolare. Nemmeno a San Paolo esiste, nemmeno a pagamento». Questo posto è Brè sopra Lugano, con vista su un altro vuoto, puramente panoramico, altrettanto mozzafiato. È qui che alloggia la Banda dos Curumins, una manciata di giovani musicisti brasiliani che questa sera apriranno la ‘one night only’ di Estival Jazz 2022. Parlando con Alberto Eisenhardt, che nel 2005 con la moglie Adriana fondò la Casa dos Curumins, un’associazione nata per dare un’occasione agli ultimi, si scoprono tante cose. Che l’inflessione ticinese, per esempio, e non solo quella genovese, produce piccoli e sorprendenti rimandi sonori al portoghese. Il viavai dal Ticino alla periferia di San Paolo, evidentemente, ha prodotto i suoi effetti.

La Banda dos Curumins è un ramo dell’associazione filantropica Casa dos Curumins, nata sulla scia di un’esperienza nella comunità della Pedreira, Stato di San Paolo, dove nel 2002 Alberto Eisenhardt, regista, realizzò per la Rsi il documentario ‘Portami nella memoria’. Ma è a cavallo tra il 2008 e il 2010 che il salto nel vuoto si compie: «Un bel giorno ci siamo presi un momento tutto nostro – racconta Alberto – lasciando il Ticino per un pied-à-terre in Spagna, assai economico, per respirare. Da lì siamo andati in Brasile, e le sei settimane preventivate sono diventate sei mesi, immersi nel progetto che camminava con noi da lontano». Giusto il tempo di dare una sistemata alle cose che non andavano esattamente come dovevano andare, e per scoprire che «c’era la possibilità di aprire delle porte, di accedere a fondi pubblici invece che dipendere interamente dal sostegno dei benefattori svizzeri. Ci siamo detti che avremmo potuto contribuire a risvegliare il coraggio di sognare nei giovani brasiliani che ci chiedevano un’opportunità per trasformare la propria vita». La coppia carica il resto del trasloco in Spagna ancora imballato su di una nave e vola attraverso l’Oceano, senza paracadute. Oggi la Casa si dedica ai bambini dai quattro mesi di vita, crea occasioni per giovani e adolescenti, fornisce assistenza alle loro famiglie, ‘coccola’ più di cento anziani attraverso attività sociali e ricreative. La Casa ha oggi una scuola di musica, ma la Banda dos Curumins è nata prima.


Dani Gurgel
Dal vivo #1

‘Miglior progetto educativo musicale’

All’inizio c’era un piccolo gruppo della Pedreira che amava fare musica d’insieme. Un professore ha dato loro corda e tutto quell’entusiasmo ha fatto credere agli Eisenhardt che si potesse creare nel tempo qualcosa d’importante. Suonare bene, in una favela, non è però la soluzione dei mali: «Qualcuno, per il solo fatto di avere doti in campo musicale – continua Alberto –, è finito vittima di bullismo, accusato di perdere il tempo, di buttare via il sabato. La determinazione di chi ha subìto ha fatto sì che diventasse più chiaro il potenziale della musica in quei luoghi, non solo educativo. Adriana scrisse un progetto per avere sussidi coi quali migliorare quelle poche ore di musica». I passi successivi sono stati molti, oculati, complicati, fortemente voluti. Nel 2020 la Banda dos Curumins ha ricevuto il premio come Miglior progetto educativo musicale. «Ne hanno esaminati tanti. Ci siamo stupiti, siamo una realtà che ha pochi anni…». Il premio è stato ritirato nel 2021, colpa della pandemia che ha anche fatto saltare il primo viaggio dei ‘Curumins’ in Svizzera per l’Estival 2020, edizione che per gli stessi motivi non si fece. «"Estival getta la spugna", i ragazzi lo hanno letto su Facebook. Ci siamo detti che saremmo andati avanti, che se non doveva essere Lugano sarebbe stato un altro Estival, in un’altra parte del mondo». E invece...

‘E non siamo nemmeno bolsonaristi’

Nemmeno per gli Eisenhardt, molto prima della Banda, la vita in Brasile è stata facile. «Più che bullizzati, vista l’età, siamo stati umiliati, sia da privati sia da varie entità che ti trattano come un favelado perché non ti conoscono. Mia moglie è brasiliana, non si sospetta che abbia un passato svizzero da avvocato, non è noto che creiamo ponti dalla Svizzera che altri non riescono a costruire. Ci hanno trattato così e ancora a volte succede». Qualcuno in Brasile li ha chiamati ‘fábrica de ladrões’ (fabbrica di ladri). «E per di più, con la passione per la musica. E non siamo nemmeno bolsonaristi…». Alberto e Adriana tengono «un profilo discreto, per non fare confusione, per tutelare il progetto. Non partecipiamo alle campagne politiche sebbene ci forzino a farlo, preferiamo non dover dire grazie a nessuno se quanto accade non è fatto per il bene della comunità, concetto che in Brasile viene dopo il bene personale».

Per perseguire i propri ideali, nella vita di Alberto e Adriana non ci sono più sabati, perché di sabato la Banda prova, e non ci sono più domeniche, perché la domenica se la prendono la burocrazia, la posta elettronica, il web, i progetti. «Ma per la Casa io faccio anche il muratore e l’elettricista», perché almeno per ora «se deleghi, lavori il doppio: siamo comunque svizzeri, abbiamo creato un progetto che è uno standard, nel quale le nuove generazioni stanno entrando lentamente».

A livello strettamente musicale, «oggi nella Banda ci sono musicisti che, seppur modestamente, vivono di musica e hanno i numeri per ereditarne la gestione». Così, quando tutto funzionerà in autonomia, Alberto e Adriana tireranno finalmente il fiato: «No, ci dedicheremo ad altri progetti che stanno aspettando. Ci chiedono della nostra pensione e noi rispondiamo che in pensione non riusciamo a immaginarci, perché queste sfide ci tengono vivi. Imparare dai ragazzi c’insegna a vivere il momento, ad apprezzare la vita, a ringraziare che la sera sei ancora vivo, perché siamo tutti quanti attaccati a un filo».


Dani Gurgel
Dal vivo #2

Ottanta proiettili

La vita nelle favelas è una storia d’immutabilità. «Bisogna viverci per capire che se sei donna, giovane e di colore è il peggio che ti può capitare; che se sei ragazzo, e di colore, non è molto diverso». Alberto non ci si è mai trovato in mezzo, al massimo ha visto. «Un paio di mesi fa due uomini in motocicletta hanno puntato la pistola a tre delle nostre ragazze, due percussioniste e una cantante, la più giovane di tutte; immagino volessero rubare il telefonino o chissà che altro; sono state abbastanza rapide da rientrare in casa; mezz’ora dopo, gli stessi due uomini hanno ucciso un tassista senza rubargli nulla». C’è anche l’esercito che poco tempo fa ha freddato un musicista di colore con ottanta proiettili: «Ottanta proiettili, capisci? Il primo militare avrà sparato e gli altri avranno sparato a ruota. Tutti impuniti. Succede anche questo quando un governo arma un popolo in nome di Gesù Cristo».

Niente di tutto questo ha mai fatto rimpiangere ad Alberto e Adriana il pied-à-terre in Spagna. «Parlo per me», specifica Alberto. «Mi ritengo abbastanza fatalista. Ho coltivato un’idea di fiducia nella vita, magari qualcuno la chiama fede, o spiritualità; penso che il caso non esista e che la determinazione faccia sempre la differenza. Non in assoluto, ovviamente, perché già il solo fatto di nascere e morire non dipende da te. Ma in questo percorso, se davvero ha un senso quel che facciamo, e se ci crediamo, non può accaderci nulla. Fino a oggi abbiamo avuto risposta che è vero, che se fai un passo, dall’altra parte l’Universo ne fa due verso di te, o anche tre». E dunque è fede la tua, è spiritualità? «Non ne conosco bene il nome o la forma, ma tutto ciò che porta al rispetto della vita in sé, in un mondo che divide, e il Brasile divide, è spirituale. Laddove vi sia un’idea di solidarietà, lì esiste la spiritualità».

Una storia fatta di momenti

Alberto passa in rassegna tutti questi anni di Banda dos Curumins e non trova un solo ricordo che valga la pena riesumare. «Non c’è un momento soltanto, la nostra è una storia fatta di momenti, che sono anche quelli di sconforto. Ieri una ragazza mi ha chiesto se abbiamo mai pensato di desistere, di abbandonare; le ho risposto che è un pensiero che arriva ogni giorno, ma non riguarda il progetto. Tutti i giorni ti chiedi cosa valga la pena di fare nella vita, e come farlo. Nel mio caso, ho desistito con la musica, ma l’ho sempre amata. Quella ragazza mi ha detto: "Ma come, hai desistito… Guarda qua, guarda dove ci hai portato, siamo una banda, siamo amici, siamo una famiglia"». Alberto ha desistito, ma ha trasformato la passione per la musica in qualcos’altro: «Ora esiste una scuola ed è surreale, perché non ho la formazione professionale per esserne il direttore. Eppure mi sento il responsabile morale, artistico, finanziario. Ho tentato di delegare la direzione artistica, sono arrivati dei professionisti che hanno cercato di ‘pulire’ la musica. Ma io non volevo il saggio di fine anno. ‘Pulire’ la musica porta danni. Mai mascherare la passione».

È tempo per Alberto di lasciare la Lugano di sopra per quella di sotto, la Banda lo aspetta alla Smum, dove sono fissate le prove. «Quello che la Banda dos Curumins fa sul posto, e ancor più questo venire in Svizzera, scardina completamente tutta una serie di paradigmi che la classe sociale ‘elevata’ brasiliana fatica a capire: è incomprensibile, in primis, che un’avvocatessa che ha lavorato vent’anni in Svizzera lasci tutto per una favela; è incomprensibile che questi ragazzi raccolgano del successo, che Tv Globo venga a fare un piccolo reportage e Tv Pedreira, un canale internet, posti un video che fa migliaia di click, centinaia di like e commenti. Tutto questo ci aiuta tantissimo, tutto questo va oltre…». Alberto si ferma, si schiarisce la voce, o quanto meno ci prova. E prima che tocchi anche a noi schiarirci la voce, gli diciamo che va bene così.


Ieri a Lugano, tempo di prove alla Smum

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