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Si forma nei sensi e lascia un‘impronta su questi. È la ‘petite madeleine’ di Proust (Depositphotos)
27.01.22 - 07:27

Frammenti di memoria

Le cose, anche le più minute, risvegliano sentimenti, avvicinano un mondo da scoprire nuovamente.

di Massimo Daviddi

La memoria, cangevole, mutante, qualcosa che secondo i tempi che viviamo entra nella nostra interiorità, bussa alla nostra porta e viene incontro. Una memoria complessiva, millenaria e una memoria radicata nelle storie con la esse minuscola; una memoria che non è terreno piatto, addomesticabile e che a volte sfugge nascondendosi dietro l’angolo, in attesa che il nostro passo si soffermi, là. E poi, i dettagli, le fessure che a un tratto irrompono e che vediamo nel presente, un presente infinito, ricorrente. Percepiamo nei gesti quotidiani altre cose, scopriamo che quel giorno al parco, da bambini, oltre alle cure materne una città pulsava, grande, stratificata e accanto a questo il lampo, un frangente che avevamo dimenticato e che adesso torna.

La memoria si forma nei sensi e lascia un‘impronta su questi. È la ‘petite madeleine’ di Proust. Assaporata, la coscienza si dirige verso una sensazione fino allora in ombra, memoria involontaria che muove cose remote ed esitazioni del nostro sguardo. Profumi, luce, colore, svelano dei momenti mai arresisi al tempo, coperti prudentemente dall’oblio, giacché questo non sempre elide il rapporto con le cose passate, ma le protegge e le fa affiorare quando possiamo accoglierle, semplicemente. Una sorta di stupore, di oscillazione tra verità e verosimiglianza. Conta dedicare allo sguardo la grazia di entrare ed uscire dalla fisicità delle cose, diversamente dall’osservazione pura, disincantata. Oltre le parole, anzi prima di queste, veniamo al mondo con dei bagliori che circondano una stanza, ci avviciniamo a queste immagini per sempre in noi e non è necessario che le si possa ritrovare tutte, ma che al pari di una carezza data silenziosamente chiedano di sostare dove siamo. Senza cercare altro. Nel corso del tempo, lo sguardo si accompagna alla visione di un paesaggio, lo lambisce al pari di una vela che passa di porto in porto, attraccando e ripartendo, memoria estesa che accompagna il viaggiatore nella sua scelta solitaria. Le cose, anche le più minute, risvegliano sentimenti, avvicinano un mondo da scoprire nuovamente. Dentro il bosco, oltre la verticalità degli alberi ci chiniamo sulle felci trovando i molteplici segni della terra. Gli echi della notte, il nostro essere. Radici, piccole buche dove insetti hanno scavato costruendo la loro tana, ciuffi d’erba resistente, grassa e lucida. Procedendo, staccando il corpo da tutto quanto era prima avviciniamo un rudere, la casa dei giorni festivi e dell’estate.

Nel suo indimenticabile ‘Viaggio d’inverno’, Attilio Bertolucci perché la memoria agisca quale risonanza di tempi già percorsi eppure vividi, chiari nella loro manifestazione, sale su una montagna consegnandosi a un coro che nasce a ogni passo. “Lasciate che m’incammini per la strada in salita/e al primo batticuore mi volga già da stanchezza e gioia esaltato ed oppresso, /a guardare le valli azzurre per la lontananza/azzurre le valli e gli anni/che spazio e tempo distanziano…”. È il cammino ‘Verso Casarola’, dove nel folto della natura che ha sempre vita autonoma, si fanno avanti le figure di profughi e migranti in quel settembre del ’43 ora evocato. In una trasfigurazione che parte e si innesta nella realtà dei dolori della guerra, mai soffocati, il poeta intravede la gente di Montebello, di Belasola, assorta nei pensieri, una folla che si ricompone fino al fitto dei Cerri che rende tutti piccoli, invisibili, riuniti intorno ai campi della pianura e del lavoro. Così, una sorta di moto interiore, crudo eppure generativo, fa sì che si possa dare continuità allo scorrere del passato sul presente. Transito, quando la memoria sfiora la libertà di un suo dire e dove la sofferenza della separazione, quel percorso sui sentieri della montagna, intensifica l’idea della soglia, luogo dei pensieri solitari e delle corrispondenze. Il sogno ci ha portato fino a qui, ad occhi aperti e come accade quando attraversiamo i fiumi della solitudine e del dolore, il compito umano, la testimonianza, vede una sua destinazione, uno slancio. Giunto alla fine del cammino, lasciatosi andare al chiarore del giorno, Bertolucci riassume in un gesto quell’andare avanti, mischiandosi al tutto. “Allora/sarà tempo di caricare il figlio in cima alle spalle, /che all’uscita del folto veda con meraviglia/mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta”. Uscire dal folto, meravigliarsi, qualcosa che illumina ancora la nostra vita.

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