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Fiere
16.10.21 - 16:27

Il sistema dell’arte, da Basilea a Milano

Tastando il polso ad Art Basel a Miart, tra prezzi stratosferici, sensazione d’invenduto e presenza

di Vito Calabretta
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Vasilij Kandinsky, ‘Voisinage’, 1939 (particolare)

È comodo lavorare nei padiglioni della fiera Art Basel 2021, in una situazione ordinata e con una presenza di pubblico limitata. Un collezionista mi chiede al telefono quanta gente c’è e gli mando la fotografia di un corridoio dove campeggia una sola persona, da non confondere con la ragazza che, in resina bianca, sta in piedi osservando il proprio telefono cellulare e che è un’opera di Alex Hanimann presso la galleria Skopja (e che si inserisce nella ricerca dedicata dall’artista di San Gallo alla relazione tra corpo, postura fisiognomica e segno).

La qualità media dell’offerta al piano terreno è alta; il primo piano è organizzato in modo ordinato, con molta pittura, di varietà e qualità piuttosto articolate. Si vive una occasione preziosa per immergersi nell’odierno mondo dell’arte e nella produzione dell’ultima quindicina di decenni. Osservo come Nicolas De Staël ha steso la pittura per comporre i tasselli di un quadro tanto ricco di tensione quanto di vitalità pittorica; noto, sulla sinistra, come una marginale stesura sfumata riesca a essere più incisiva di una cospicua quota della produzione di Gerard Richter del quale ho visto prima un bel paesaggio. Bel quadro, il secondo, in vendita a sette milioni; esperienza conturbante, il primo, per quattro milioni e mezzo.

Oltre che per cercare di strutturare meglio la propria cultura e la propria competenza, la fiera è una occasione per vedere che merce è presente sul mercato, quali prodotti ritornano, quali permangono: anche a Basilea, come pochi giorni prima a Milano, riconosco opere già viste nelle precedenti edizioni e mi interrogo sul significato di tali ricorsività. Si cerca poi di rispondere a sollecitazioni che provengono da acquisitori o venditori e così si vive una dimensione relazionale vivace, fatta di scambi sui contenuti delle opere, sui prezzi, da trattative abbozzate o strutturate. Con alcuni galleristi ci si ferma a discutere di questi e di altri fattori, delle dinamiche interne ed esterne alla società dell’arte. Per tutti noi passano gli anni e nei confronti di taluni io, proprio per ciò, cerco di riservare tempo. Davanti a uno stand ero passato varie volte ma il mio interlocutore non mi considerava, impegnato. A un mio ulteriore passaggio mi si avvicina, ci sediamo su una panchina, lo ascolto per lungo tempo. Passa il direttore della fiera; si salutano e il mio interlocutore gallerista gli dice: tutto bene, manca un po’ il pubblico, mi spiace per lui, gli affari vanno benone, sarebbe bastato già solo il primo giorno. Il direttore lo saluta calorosamente, poi indugia e aggiunge: e grazie per il tuo supporto nei momenti difficili. Perché poco prima dell’inaugurazione era stato valutato l’annullamento della kermesse e quel momento di soddisfazione è anche un momento di conforto per lo scampato pericolo: fiera annullata o fiera mefitica.

Mi congedo e chiedo una conferma: quindi è andata meglio a Basilea che a Milano, con quei prezzi stratosferici e la sensazione di un grande invenduto? Ma sperare di avere conferme di invenduto da un gallerista è cosa ardua.

Faccio ulteriori verifiche per capire se l’euforia da me registrata in più occasioni è generale. Elena Buchmann che festeggia la propria quarantesima partecipazione proponendo nel proprio stand, insieme ad altro, un lavoro storico di Daniel Buren, utilizza il termine “cautela” e insiste sulla dimensione articolata della partecipazione a una fiera: i contatti, il lavoro di costruzione di progetti, i riscontri sulla propria programmazione e sugli artisti di riferimento…


Mario Sironi, ‘Pastore’ (1930)

Qualche giorno dopo raggiungo Mario Cristiani, socio della galleria Continua che è stata in fiera a Milano e poi a Basilea (e parteciperà, dall’estate alla fine di questo anno, a una dozzina di fiere nel mondo). Mi spiega come loro lavorano per ottimizzare la relazione tra la presenza della galleria in vari mercati del mondo (Cuba, Pechino, Parigi, Roma… oltre alla sede di partenza a San Gimignano) e la partecipazione a fiere distribuite nei continenti. La sua ricostruzione non combacia con ciò che ho sperimentato durante la mia frequentazione: mi racconta di un buon successo della esperienza milanese e di risultati in chiaroscuro a Basilea: «Non c’erano gli asiatici; non c’erano i sudamericani, mancava molto pubblico; è andata bene con gli artisti consolidati».

Capisco che per lui il “pubblico” è una cosa diversa da quello sul quale ironizzava il mio interlocutore precedente: non sono gli spettatori, è la popolazione del mercato di riferimento.

La realtà del sistema dell’arte è variegata e le gallerie hanno profili e modalità operative diverse; pertanto, la fiera di Milano, quella di Basilea, possono essere opportunità più o meno felici in virtù di fattori complessi. È certo che, come in ogni settore merceologico, la ripresa della attività fieristica conferma l’importanza di poter vedere la merce dal vivo e interagire tra operatori intorno alla oggettualità della opera d’arte: il suo fattore costitutivo. Tante parole sulla virtualizzazione del mercato e della offerta artistica colano giù come l’azzurro nel quadro Voisinage di Vasilij Kandinsky (7 milioni). Kandisky controllò magistralmente quella colata.


Alex Hanimann, Untitled (Maria) - 2020, Galerie Skopja

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