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30.08.22 - 05:30
Aggiornamento: 19:41

Bagnovini: ‘Il certificato antimafia è un documento opportuno’

Il direttore della Società impresari: segnale importante il sì del Consiglio federale al postulato di Romano, spero che gli approfondimenti partano presto

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Ti-Press
Il governo: è l’occasione giusta per esaminare se il documento italiano può essere utilizzato in Svizzera

«Esprimendosi in quei termini sull’atto parlamentare di Romano, il Consiglio federale manifesta la chiara volontà di contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore degli appalti pubblici, agendo sul piano della prevenzione. È un segnale politico molto importante, che peraltro conferma il cambio di passo delle autorità federali, in testa Polizia federale e Ministero pubblico della Confederazione, nella lotta alle organizzazioni di stampo mafioso. Mi auguro ora – prosegue Nicola Bagnovini – che il governo riceva quanto prima luce verde dal Consiglio nazionale per cominciare i necessari approfondimenti e che sulla base di questi ultimi sia possibile chiedere alle ditte con sede in Italia che intendono partecipare a gare d’appalto in Svizzera di presentare il certificato antimafia».

Il direttore della Ssic Ti, la sezione ticinese della Società svizzera impresari costruttori, commenta così quanto scritto di recente dal Consiglio federale a proposito del postulato – titolo: ‘Certificazione antimafia rilasciata dallo Stato italiano anche per gli appalti pubblici in Svizzera’ – inoltrato poco prima dell’estate dal deputato ticinese al Nazionale Marco Romano dell’Alleanza del centro (vedi ‘laRegione’ del 22 giugno). E cioè che il governo si dice "ben consapevole dei pericoli che le organizzazioni criminali e il crimine organizzato comportano anche nel settore degli appalti pubblici. Gli offerenti che sono stati condannati per aver commesso un crimine (ad esempio riciclaggio di denaro), che hanno fatto ricorso a pratiche corruttive o hanno sottoscritto accordi illeciti in materia di concorrenza non devono essere ammessi alla procedura di aggiudicazione di una commessa pubblica". Premesso ciò, afferma: "Il presente postulato è l’occasione giusta per esaminare se il certificato antimafia italiano può essere utilizzato in Svizzera come misura di lotta contro la corruzione negli appalti pubblici". Da qui la proposta alla Camera del popolo "di accogliere il postulato".

L’atto parlamentare

Romano chiede al Consiglio federale "di valutare la possibilità e le eventuali necessità di modifiche del quadro legislativo affinché la Confederazione e le aziende parastatali possano chiedere nell’ambito di appalti pubblici la presentazione del certificato antimafia italiano sia alle aziende partecipanti sia a quelle beneficiarie di subappalti che hanno la sede principale (casa madre) in Italia". Per non creare "inutili oneri burocratici è ipotizzabile considerare solo appalti pubblici con un volume finanziario rilevante". La valutazione "dovrebbe considerare la possibile ripresa della pratica anche da parte dei Cantoni".

In Italia "società, imprese e consorzi devono produrre e consegnare la certificazione antimafia per partecipare ad appalti pubblici e altre forniture di servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni", ricorda nell’atto parlamentare il deputato dell’Alleanza del centro. Con la certificazione "si attesta che il richiedente non ha a suo carico misure di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, divieto/obbligo di soggiorno, condanna o sentenza definitiva o non definitiva per contraffazione, traffico illecito di rifiuti, scambio elettorale politico-mafioso, associazione a delinquere". La certificazione "è rilasciata dalle Prefetture competenti italiane per il territorio". Si tratta di un documento, rileva Romano, "divenuto corrente nella relazione tra aziende e Stato in Italia".

Romano: è una questione di sicurezza

Il Consiglio federale ritiene dunque che il postulato sia "l’occasione giusta" per verificare se in Svizzera sia possibile sollecitare le imprese italiane a esibire il certificato antimafia. «Se una ditta – riprende Bagnovini – non ha nel proprio Paese le carte in regola per concorrere all’assegnazione di appalti nel campo delle opere pubbliche – e in Italia il certificato antimafia non è certo una carta qualsiasi –, non è davvero opportuno che possa partecipare in Svizzera a gare per l’aggiudicazione di commesse, a maggior ragione se sono pubbliche». Il certificato antimafia, evidenzia il direttore della Ssic Ti, «costituirebbe un filtro non indifferente». Aggiunge Bagnovini: «Saranno gli approfondimenti giuridici, che spero la Confederazione possa avviare al più presto, a dirci se la richiesta di presentare la certificazione alle sole ditte con sede in Italia violi o no gli Accordi bilaterali, se occorra modificare questa o quella legge o se sia sufficiente inserire nei bandi di concorso un ulteriore criterio di idoneità, ovvero il certificato antimafia, precisando che il documento viene chiesto alle imprese di quei Paesi dove il certificato è stato introdotto». Osserva a sua volta Romano: «Non credo che la mia proposta cozzi contro i Bilaterali, qui c’è una questione di sicurezza del mercato interno del lavoro, bisogna evitare infiltrazioni mafiose. È un obiettivo che possiamo, che dobbiamo conseguire. Il certificato antimafia è uno degli strumenti per raggiungerlo e in Italia è di uso corrente, senza contestazioni, nel mondo degli appalti».

Dalla Confederazione ai Cantoni. Bagnovini condivide l’auspicio del consigliere nazionale: «La legge ticinese sulle commesse pubbliche stabilisce che queste ultime vanno attribuite solo a ditte con sede in Svizzera. Se però si supera una determinata soglia, che per l’edilizia è di 8,7 milioni di franchi, bisogna procedere con un concorso internazionale: in questo caso la richiesta del certificato antimafia sarebbe, ritengo, alquanto opportuna».

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