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17.01.22 - 15:15
Aggiornamento: 19:56
di Ats/Red

Legionellosi, il Ticino e il Moesano i più colpiti

Fa eccezione la Leventina. La malattia non si trasmette da persona a persona ma tramite flussi di aerosol. La microbiologa: ‘Niente allarmismi’

Bellevue-Stratford Hotel, Filadelfia, luglio 1976. Congresso annuale dell’American Legion, i veterani delle forze armate statunitensi. Sono 4mila gli ospiti dell’albergo. Da lì a qualche giorno 221 persone presenteranno i sintomi di una strana polmonite febbrile. 34 moriranno. Il colpevole: l’aria condizionata che ha diffuso una particolare forma batterica. Una volta identificata, sarà chiamata Legionella pneumophila. Quasi cinquant’anni dopo, e in particolare negli ultimi due decenni, i casi di questa malattia in Svizzera sono quintuplicati. Se ne contano 1’603 tra 2017 e 2020, l’età media è di 65 anni, sette malati su dieci sono uomini. Il Ticino e il Moesano – con l’eccezione della Leventina – sono le regioni più colpite dal ‘morbo del legionario’, con 15,8 casi ogni 100mila abitanti. È quello di Lugano il distretto più toccato (22,9/100mila abitanti), ma sette degli otto distretti ticinesi e la Moesa sono stati definiti “hot spot” da un recente studio dell’Istituto svizzero di salute pubblica e tropicale.

Dobbiamo preoccuparci? Secondo la microbiologa Valeria Gaia, responsabile del Centro di referenza per la Legionella presso l’Ente ospedaliero cantonale, «non è corretto suscitare allarmismi. I numeri restano contenuti e nell’ultimo paio d’anni assistiamo anche a una lieve diminuzione dei contagi»: dopo il picco di 567 a livello nazionale nel 2018 le segnalazioni – che sono più elevate alla fine dell’estate – sono scese nel 2019 a 530 casi e nel 2020 a 435. Resta il fatto che «a incidere maggiormente sull’aumento dei casi pare essere il fattore climatico», spiega Gaia: «La Legionella prolifera negli ambienti acquatici con temperatura tra i 25 e i 45 gradi centigradi, agevolata da stagioni calde e piovose. Per la stessa ragione può trovare in Ticino un habitat più favorevole che a nord delle Alpi».

La malattia non si diffonde da persona a persona e neanche bevendo acqua contaminata, bensì tramite aerosol: ad esempio tramite gli impianti di condizionamento o i vapori che si generano durante una doccia. Questo perché il batterio deve raggiungere l’apparato respiratorio per scatenare la polmonite, che a sua volta porta al ricovero nell’88,6% dei casi segnalati e alla morte nel 4,6% dei casi. I più fortunati sviluppano solo una leggera influenza. La terapia è a base di alcuni antibiotici specifici.

«Sappiamo che le malattie croniche e il tabagismo costituiscono fattori di rischio, e che si diventa più vulnerabili alla malattia col passare dell’età: il fattore anagrafico potrebbe costituire un altro elemento di relativo svantaggio per la Svizzera italiana», spiega Gaia, a capo dell’unico centro federale per una malattia soggetta a obbligo di segnalazione presente in Ticino, da dove viene fornita a tutto il Paese assistenza diagnostica dal 1998.

Lo studio appena pubblicato evidenzia anche altri elementi correlati a una maggiore diffusione della Legionella, quali la densità urbanistica, l’estrazione socioeconomica e l’inquinamento. Nei distretti in cui il livello socioeconomico medio è più basso è stato osservato un numero di casi superiore del 40%. Ciò potrebbe spiegarsi con la presenza più frequente in queste regioni di fattori di rischio, come appunto il fumo e patologie pregresse. «Ma attenzione», frena Gaia: «La presenza di correlazioni non significa che siano già dimostrati legami causali. Per quanto riguarda l’inquinamento non risultano precedenti in letteratura, mentre è piuttosto normale che in zone più densamente abitate possano esserci maggiori focolai». Per prevenirli, dal 2017 si rileva la presenza di legionella nell’acqua di stabilimenti e docce accessibili al pubblico. L’ordinanza federale non interessa invece l’edilizia privata.

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