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01.08.22 - 16:05
Aggiornamento: 22:16

A Chiasso il Primo agosto senza frontiere

Alla manifestazione è intervenuta la presidente del Gran Consiglio Gina La Mantia. Il suo discorso integrale.

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Ti-Press
Gina La Mantia in un discorso d’archivio

Promuovere solidarietà, convivialità e interculturalità tra la popolazione. Sono questi gli obiettivi del Primo agosto senza frontiere tenutosi oggi a Chiasso. Sono state numerose le persone che hanno dato vita alla nona edizione della manifestazione organizzata dal gruppo Stop all’ignoranza di massa. Iniziato al campetto di via Bossi con il torneo di calcetto antirazzista – vinto dalla squadra eritrea –, l’evento si è poi spostato in piazza Indipendenza per il pranzo e la parte ufficiale, che ha visto l’intervento della presidente del Gran Consiglio Gina La Mantia. Non sono mancate nemmeno le voci di rappresentanti del Molino e del Collettivo R-Esistiamo. A fare da corollario alla manifestazione, anche alcune bancarelle di associazioni e collettivi.

Il discorso della presidente

Proponiamo di seguito il discorso di Gina La Mantia, dal titolo ‘Abbattiamo gli steccati’, in forma integrale.

Il Primo d’agosto, la festa nazionale svizzera, è troppo spesso monopolizzato da un pensiero unico, identitario che tende a escludere l’altro, colui o colei che viene da fuori e che viene dipinto da qualcuno come un intruso opportunista. Apprezzo quindi molto l’impegno profuso per l’organizzazione della festa del Primo d’agosto senza frontiere che si svolge da molti anni a Chiasso e mette al centro la volontà di unire i popoli, di rafforzarci reciprocamente camminando insieme per affrontare, insieme, le prossime, grandi sfide che ci aspettano.

Il cambiamento climatico e le sue conseguenze sono il macro-tema che dobbiamo avere il coraggio di affrontare e risolvere insieme, usando l’intelligenza, il vissuto e le esperienze di tutte le persone, di ogni estrazione sociale, di ogni età, di ogni genere, di ogni condizione fisica e mentale e di ogni angolo di questo pianeta terra, senza esclusione alcuna. Perché i cambiamenti climatici non si fermano alle frontiere e gli effetti ci toccano tutti. I primi a soffrirne sono i popoli e le persone più povere, ma gli effetti diventeranno sempre più drammatici per tutti e la nostra ricchezza non ci metterà in salvo e, soprattutto, non metterà in salvo le generazioni future. Ed è per loro, per chi arriva dopo di noi, che dobbiamo unirci in questa lotta contro il cambiamento climatico.

Una lotta che vuol dire uscire dal tepore della ‘confort zone’, che vuol dire fare tutto per dare concretezza ai nostri obiettivi e che vuol dire, anche, saper rinunciare a certi lussi e ad alcune comodità a cui siamo abituati, imparando ad apprezzare maggiormente ciò che abbiamo davanti alla nostra porta di casa. Io sono nata qui in Svizzera da una madre statunitense e un padre italiano. Da mia madre ho preso l’amore per la musica folk americana, una musica capace di raccontare il vissuto della gente, spesso riuscendo a esprimere pensieri profondi in pochi, semplici versi e armonie.

"Se potessi esprimere un desiderio, sapendo che diventa realtà, desidererei che Dio ci desse la forza di sapere cosa fare. Allora potremmo abbattere gli steccati che ci rinchiudono tutti, recinti creati da uomini malvagi. Potremmo abbattere gli steccati che ci rinchiudono tutti, e potremmo camminare di nuovo insieme".

Sono le parole di Ola Belle Reed, cantautrice folk statunitense, nella sua canzone ‘Tear down the fences’ (traduzione mia). Chiasso, a pochi metri dal confine, dalla ‘ramina’, è un luogo di alto valore simbolico che ci invita a riflettere su di noi, sul nostro ‘essere svizzeri’ o non esserlo, sulla nostra concezione di patria (o matria?), oppure sul nostro sentimento di Heimat, cioè quel posto dove mi sento di essere a casa, per usare l’espressione tedesca per la quale non ho mai trovato una traduzione davvero soddisfacente in italiano.

La ramina è una realtà che divide due popoli culturalmente molto simili, messa lì per definire la circoscrizione territoriale della Confederazione (e dell’Italia dall’altra parte), per definire l’ambito di valenza delle leggi, per proteggere l’economia e per difendere – così si dice – l’identità culturale e l’autonomia di ogni nazione. Ma, come dice Ola Belle Reed nella sua canzone, la frontiera è anche uno steccato che ci rinchiude, che ci toglie libertà e impedisce o rende quanto meno più difficili incontri e scambi. E la frontiera può anche significare respingimento e morte. Giorno per giorno lo vediamo in tutto il mondo e vediamo l’impatto della violenza razziale alle frontiere.

Se solo guardiamo quanto avvenuto nelle ultime settimane, parliamo, ad esempio, di 51 migranti provenienti dall’America latina trovati morti per disidratazione nel rimorchio di un camion nel Texas il 28 giugno scorso. Parliamo dell’uccisione a suon di manganellate, spintoni e calci di 37 migranti da parte delle autorità marocchine e spagnole e del ferimento di altri cento. Migranti non armati che hanno solo cercato di scavalcare la recinzione di filo spinato, alta da sei a dieci metri, che separa il Marocco dall’exclave spagnola di Melilla. È successo il 24 giugno scorso. Parliamo dell’ennesimo episodio di una nave in cerca di un porto sicuro nel mar Mediterraneo, con a bordo 59 passeggeri. Richiesta rifiutata per ben 10 volte in due giorni, lasciando l’equipaggio e i passeggeri in balia del mare in una situazione umanamente inaccettabile. È successo il 27 giugno. E parliamo di rifugiati rinchiusi durante il giorno dalle autorità greche e costretti di notte a partecipare ai respingimenti dei loro connazionali e di altri migranti che cercano di attraversare la frontiera tra la Turchia e la Grecia lungo il fiume Evros. Il fatto è stato ripreso da un reportage congiunto di diverse testate internazionali e pubblicato il 5 luglio.

Di fronte a questi drammi umani, noi oggi siamo abituati a girare la testa e guardare dall’altra parte. Spesso ci sentiamo impossibilitati ad agire e, in parte, lo siamo davvero. E ci chiediamo: cosa posso fare io per fermare questa disumanizzazione alle frontiere? Da soli, ben poco. Ma possiamo – anzi dobbiamo! – metterci insieme e creare una grande rete fitta fitta per proclamare così la nostra volontà di contrastare il becero nazionalismo a favore di una società basata sui valori della solidarietà, della giustizia, della parità e dell’inclusione. Perché solo così potremo vincere le sfide e sperare di lasciare, a chi viene dopo di noi, un pianeta vivibile.

"Siamo realisti, pretendiamo l’impossibile!"; era uno dei motti usati durante le proteste del ’68. Cogliamo questa giornata per pensare in grande, per pensare a un mondo senza frontiere, senza esclusione, senza respingimenti e senza guerre. Un mondo accogliente e generoso. Un mondo che lascia a tutti i figli e alle figlie di questo pianeta un futuro e la prospettiva di una vita dignitosa. Può sembrare utopia, ma, in realtà, tutte le grandi conquiste dell’umanità sono partite da utopie. E quindi: diamoci da fare!

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