laRegione
01.08.22 - 14:43
Aggiornamento: 02.08.22 - 10:39

‘Vivere la patria e la pace, anziché farne delle teorie’

Primo agosto: il vescovo Lazzeri ha esortato i molti fedeli saliti con lui sul Passo del San Gottardo a fare gesti concreti

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Ti-Press/Filippi
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È un’esortazione «a vivere la patria, la libertà e la pace, prima ancora che arrivare a pensarle e a farne una teoria», quella che il vescovo Valerio Lazzeri ha rivolto ai fedeli ticinesi giunti numerosi sul Passo del San Gottardo per celebrare insieme la festa del Primo agosto dopo due anni di stop causa pandemia. «Patria, libertà e pace, e le vicende odierne continuano a insegnarcelo, non sono sostanze prefabbricate e inviolabili, custodite per sempre nella cassaforte dei nostri ordinamenti civili. Sono realtà da accogliere con umiltà e perseveranza insieme al dono della vita», ha sottolineato il capo della Diocesi ticinese ricordando che «coloro che ci hanno preceduto non sono partiti da definizioni astratte o da grandi enunciazioni per costituire il primo nucleo della Confederazione. Hanno cominciato dal passo, possibile in quel momento, per vivere insieme in altro modo rispetto a quello che era dato per scontato».

E sulla guerra, ‘vincere l’isolamento’

Don Valerio ha quindi invocato l’aiuto di San Nicolao della Flüe, «nostro patrono e operatore di pace, in un’ora particolarmente buia della nostra storia, a riconoscere oggi la via della pace, quella che fa di ogni confine che separa, l’occasione di vincere ogni orgoglioso isolamento, di superare la sterilità dei conflitti, di arrivare a riconoscere insieme, sulla terra che ci è stata donata, la prossimità del regno di Dio, di cui in questa eucaristia possiamo pregustare realmente, anche se ancora nel mistero, l’intensità e la forza d’amore trasformatrice dei cuori». Citando poi la frase dell’evangelista Luca, "È vicino a voi il regno di Dio", il vescovo lo indica «vicino a noi che guardiamo attoniti e sgomenti al ritorno della guerra in Europa, ai numerosi conflitti e focolai di violenza e d’ingiustizia che insanguinano la terra e ci rendono inquieti sulle sorti dell’umanità e della creazione intera. È vicino quello stretto ma reale passaggio che può condurci dalla morte alla vita, dalla sterile contrapposizione tra fronti diversi, alla scoperta della nostra verità nella disarmante e disarmata fragilità dell’altro».

Accogliere o rifiutare, ‘una questione di vita o di morte’

Da qui l’esortazione iniziale a vivere nei fatti, e meno nella teoria, i valori di patria, libertà e pace: «Ogni città, ogni collettività umana, è messa di fronte a un’opzione fondamentale, a cui non è possibile sottrarsi. Accogliere o rifiutare, infatti, non può essere solo una scelta d’interesse o di calcolo. È una questione di vita o di morte. Si tratta di capire se per noi vivere continua a essere quel miracolo quotidiano che ci riempie di stupore e di riconoscenza, se continua a renderci filiali e fraterni, o se a poco a poco il nostro essere al mondo si riduce a un puro sforzo di conservazione di riserve di beni o di privilegi, destinati fatalmente, prima o poi, al decadimento e alla perdita».

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