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Profughi ucraini a lezione di italiano da docenti russe

A LaFilanda di Mendrisio la fratellanza non è solo una parola. Miracoli di un corso di lingua nella testimonianza di Ekaterina, Aleksandra e Irina

Ore 14, lezione di italiano
(Ti-Press/D. Agosta)
20 aprile 2022
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Il pennarello corre agile sulla lavagna bianca sistemata a LaFilanda. Si sillaba un lessico famigliare: casa, chiesa, amico. Parole chiave per iniziare a imparare l’italiano e avventurarsi in una realtà tanto lontana da quella conosciuta sino a poche settimane fa in patria, l’Ucraina. Il salto dal russo alla lingua di Dante, dall’alfabeto cirillico a quello latino non è dei più semplici. Il balzo dalla quotidianità ucraina a quella ticinese è addirittura sconvolgente; anche perché la loro è una diaspora forzata. Da bravi alunni, però, questo loro impegno lo prendono molto sul serio. La testa china su quaderni e appunti, la classe (numerosa) segue con grande entusiasmo le due insegnanti, Ekaterina e Aleksandra. Due ‘filandere’ che con la collega Nadia si sono messe subito a disposizione.

Classi numerose: potere del passaparola

Tra i banchi oggi, lì al secondo piano del Centro culturale di Mendrisio, la maggioranza declina al femminile, per lo più si tratta di giovani donne, ma tra gli iscritti vi sono persone di diverse età. Il vero denominatore comune, in effetti, è un altro; è il destino che si sono ritrovati a condividere, in fuga da una guerra che ha travolto le loro esistenze il 24 febbraio scorso. Ogni gesto di solidarietà, quindi, è accolto con gratitudine. In tre settimane, infatti, l’iniziativa lanciata da La Filanda ha visto ben presto moltiplicare il numero degli allievi – dai 40 ai 50 alla volta – e le adesioni dei Comuni, tiene a farci sapere la responsabile Agnès Pierret. La conferma ce la dà pure Ekaterina: «Se si pensa che alla prima lezione erano in 6, alla seconda in 25 e dalla terza in poi sono sempre sopra i 40... E tutto attraverso il semplice passaparola. Vengono sempre anche persone nuove: funziona».

La voglia di sapere, del resto, è tanta. Conoscere la lingua del posto è quasi un modo per mostrare la loro riconoscenza. La voglia di ri-conoscersi, in ogni caso, è reciproca. L’occhio cade su ‘I Frasari’: su uno degli scaffali accanto al thailandese e allo spagnolo c’è un libricino per "capire e farsi capire" in ucraino.

A fare da ponte due maestre russe

Nel settore ‘Viaggi’ (un caso che pare una profezia) de La Filanda non si sente volare una mosca. Ekaterina e Aleksandra hanno tutta la loro attenzione. Le due docenti, russe, fanno da ponte verso la lingua italiana per un nutrito gruppo di profughi ucraini. Una ‘coincidenza’ che oggi si carica di significati. Queste donne – maestre e scolare –, però, a differenza dei potenti sanno abbattere i muri e le differenze nel nome della fratellanza.

Ekaterina vive in Ticino da 10 anni ma non dimentica le sue origini e neppure ciò che la lega ai ‘vicini’ ucraini. Quando ha saputo di questo corso a favore dei rifugiati ha aderito subito? «Assolutamente sì. Perché questo è quello che posso realmente fare per essere d’aiuto – ci risponde –. Condivido appieno il loro dolore e i loro problemi, lo stress enorme che stanno vivendo. E mi spiace perché viene dal mio Paese. Non provo però vergogna: so che non è colpa mia. E mi sono detta, invece, che dovevo fare ciò che è nelle mie possibilità, come insegnare l’italiano e supportarli nel cercare di inserirsi. Ho vissuto anch’io, d’altro canto, l’emigrazione, per scelta certo. Ma so cosa significa integrarsi in un altro Paese, un’altra società, un’altra mentalità – chiarisce ancora –. Quindi se posso condividere questa esperienza, lo faccio».

‘Ci impensieriva, ma ci hanno accolto bene’

E gli alunni come vi hanno accolto? Fuor di metafora: trovarsi di fronte due insegnanti russe che impatto ha avuto? «Molto positivo – ci conferma Ekaterina –. A noi, lo ammetto, impensieriva. Ci siamo dichiarate subito e loro ci hanno guardate in faccia e rassicurate. Noi, ci hanno detto, siamo qui per imparare: non c’è nulla che ci divide. È indubbio, poteva essere una situazione complicata. Invece no. Alla fine della lezione sentiamo solo commenti positivi e grati. Direi che c’è anche tanta energia positiva». A tal punto che diverse alunne si attardano a parlare con le insegnanti. Un’immagine plastica della pace. «In fondo, è un simbolo forte – annota Ekaterina –. Ci fa capire che la guerra non è fra i due popoli. Nessuno di noi l’ha scelta. I legami tra noi, infatti, non sono cambiati».

Ci arrivano le risate del gruppetto di alunne che chiacchiera con Aleksandra. Che non è nuova a esperienze simili: in Ticino da 15 anni, insegna il russo a 25 bambini bilingue (di origine russa, ucraina e bielorussa) nel Mendrisiotto. Una comunità significativa che convive senza alcun problema. «Questo conflitto – tiene a farci sapere – ci colpisce tutti molto. Tra mamme cerchiamo, infatti, di restare unite, a ogni costo. Nessuna madre ucraina, ad esempio, ha lasciato il corso seguito dai figli». A testimonianza della forte volontà che le accomuna, ci comunica la docente, il 24 aprile tutti insieme festeggeranno la Pasqua ortodossa a Mendrisio, mentre il 20 a LaFilanda i bimbi decoreranno le uova pasquali. D’altra parte, ci ricorda, «ad accomunarci ci sono la lingua, la cultura, le radici, le tradizioni, le fiabe. Siamo veramente uniti – sottolinea ancora –, e soffriamo parecchio di quanto sta succedendo». Aleksandra ha sentito persino il dovere di scusarsi con le mamme ucraine per il suo Paese. Ma loro, ci fa capire, sanno separare la politica dagli aspetti umani. «E questo è prezioso». Come impagabile è l’ora di lezione al Centro culturale. «Per molti è una valvola di sfogo dalle preoccupazioni e le paure».

Tra i banchi: la doppia ferita di Irina

«Gennaro fa una gita in campagna». Il gruppo ripete con diligenza. E la pronuncia è già decisamente buona. «Le margherite sono bianche». In fondo queste lezioni per un’oretta due volte la settimana portano la mente lontana da pensieri e ricordi dolorosi. Nonostante tutto Ira, diminutivo di Irina, sorride dai suoi 26 anni, dando voce anche alle sue compagne di corso. Ha lasciato in fretta e furia il suo Paese poco dopo lo scoppio del conflitto. Lei, dentro, si porta poi una doppia ferita: prima l’abbandono di Luganks nel 2014 – la provincia che, con Donetsk, rappresenta il nodo gordiano di questa tragedia –, poi la fuga recente da Kiev, per la seconda volta; sullo sfondo in entrambi i casi la guerra. Lasciata l’Ucraina, Ira ha raggiunto la Svizzera – via Polonia e Italia – e Stabio il primo marzo scorso con la suocera e la cognata, che con sé ha la figlia di due anni. Fanno parte della prima ondata di profughi. «Siamo partite da Kiev quasi subito, il 26 febbraio – ci racconta –. Poi ci siamo fermate presso nostri parenti vicino al confine con la Polonia». L’esperienza vissuta a Luganks ha fatto temere il peggio – «la casa dove ho vissuto per cinque anni non esiste più» –, convincendo le tre donne a compiere il passo più difficile, confidando nei conoscenti che già vivono in Svizzera. Arrivate in Ticino, in effetti, non si sono sentite sole. Anzi. Ad aprire la sua abitazione a Irina e alle sue parenti è stata una famiglia di origine bielorussa: quanto è lontana la propaganda di guerra.

‘Ci ha sorpreso, qui tutti si salutano’

«Ho notato da parte di tutti il desiderio di aiutare – condivide con gratitudine Ira –. Anche per la strada, pur non sapendo la lingua, non c’è una persona che non cerchi di darti una mano, che sia la ricerca di un indirizzo o altro. Questo è davvero un Paese molto aperto, sorridente e accogliente. Non riesco a trovare le parole giuste per dire quanto sono rimasta sorpresa. La gente ha un cuore grande». In realtà c’è un aspetto, in particolare, che ha colpito la giovane: «Qui tutti si salutano, anche se non si conoscono. In Ucraina non è così. Questo ci ha stupite. Insomma, si ha la sensazione che se ti capita qualcosa per strada, se ti perdi, trovi chi ti aiuta», annota con generosità verso i momò.

‘Mi vergogno di pensare in russo’

Irina ha tanto voglia di imparare l’italiano. «Parlo un po’ di inglese, ma adesso voglio cimentarmi in questa nuova lingua», ribadisce. Difficile? «Non troppo. Certo è tutta una questione di pratica e in famiglia parliamo nella nostra lingua madre e in russo con il nucleo famigliare che ci ospita». In realtà Irina là dove è cresciuta, a Lugansk, ha studiato in russo, ci spiega, e pur parlando in ucraino in casa, ci confessa ancora quasi con pudore, pensa in russo. «Oggi però me ne vergogno». Se ne vergogna?, le chiediamo di rimando. «In questo momento sì».

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